“Un popolo di ombre” di Gianni Canova è un saggio affascinante che esplora il nostro rapporto con le immagini e con l’immaginario contemporaneo 🎬📽️. Attraverso uno sguardo acuto e ricco di riferimenti culturali, l’autore indaga come cinema, media e rappresentazioni visive plasmino la nostra percezione della realtà 🌒🖥️🧠.
Pubblicato da Minimum Fax, il libro accompagna il lettore in un viaggio tra schermi e simboli 📺🎭✨, mostrando come, nell’epoca delle immagini onnipresenti, rischiamo di diventare spettatori permanenti, quasi “ombre” tra le ombre 👁️🗨️👥🌫️. Ne emerge una riflessione profonda sul potere delle narrazioni visive e sul ruolo che esse giocano nella costruzione della nostra identità 🪞📚🌍.

Esistono personaggi che, tra i viventi, sono i meno fortunati.
Incarcerati per sempre in un ruolo, e in quello solo,
prigionieri di una maschera,
condannati a ripetere all’infinito la stessa storia, senza poterla modificare neanche in un dettaglio.
Ostaggi del volere di un “Autore”, di un attore o di un’attrice che hanno dato loro un volto e un’anima,
e costretti a portare quel volto in eterno, senza diritto di replica.
Sono i cosiddetti “comprimari”, figli di un Dio minore, che popolano alcuni dei film italiani più profondamente radicati nell’immaginario collettivo.
E che non sono mai in grado di prendere veramente il centro della scena, costretti nella camicia di forza di un ruolo che li appiattisce.
Saggista di grande acume e profondo conoscitore del cinema, italiano e non, Gianni Canova racconta le loro “non-esistenze” e la loro prigionia attraverso un florilegio di invenzioni narrative.
Da Maddalena di La dolce vita alla giornalista senza nome di Palombella rossa;
dal megadirettore Guidobaldo Maria Riccardelli del Secondo tragico Fantozzi a Tom, il fotografo fidanzato di Maria Schneider in Ultimo tango a Parigi,

Sono principalmente moglie e mamma di due splendide ragazze ed ho la passione per la musica ma soprattutto per la lettura. Leggo di tutto romanzi, saggi, storici, ma non leggo libri nè di fantascienza né di horror.