Narrativa contemporanea,  Segnalazione

Segnalazione: proposto per il Premio Strega, “Amor che torni” di Lodovica San Guedoro, Felix Krull Editore

Amor che torni... Book Cover Amor che torni...
Lodovica San Guedoro
Narrativa contemporanea
Felix Krull Editore
27 settembre 2019
cartaceo
504

 

Proposto per il Premio Strega 2020 da Paolo Ruffili

“Amor che torni…” è la continuazione di “Pastor che a notte ombrosa nel bosco si perdé…” e delle peripezie dei due amanti protagonisti: del loro errare e soffrire, cercarsi e sfuggirsi, ferirsi e amarsi, mille volte perdersi e ritrovarsi infine una sera di aprile, nel modo più inaspettato, prodigioso e fulmineo. Ha lo stesso respiro epico e insieme intimo, la stessa struggente dolcezza, la stessa potenza di sentimenti, le stesse grandi ali dispiegate nel sogno.

Perché i due libri sono in verità un unico romanzo, una summa di tutte le storie d’amore mai scritte, di tutti i tormenti e le gioie d’amore mai vissuti, di tutta la psicologia amorosa descritta e sintomatologia amorosa rappresentata dall’inizio della storia umana, ma anche, e più d’ogni altra cosa, un paradigma dell’impossibile che si rivela possibile.

“Non c’è niente sul diario, neanche un’esile traccia annotata, su cui far fiorire il racconto.
Per narrare quell’incontro, dovrò affidarmi interamente
alla mia memoria e far rinascere quello che vi è rimasto
imprigionato, quello che, imbalsamato e coperto d’ombra,
ne è sopravvissuto. All’inizio mi sgomento, mi turbo. Come farò a ricordare…
Il tempo ha fatto indietreggiare i ricordi, in parte mi
sembra che li abbia slavati o lasciati svanire come un vacuo
vapore di pallido oro. E questo mi rattrista e mi angoscia
anche.
Sono inoltre permanentemente stanca. Ho dato, e continuo a dare, per lui e per la storia di lui, più di quello che
mi pareva, e mi pare, di avere; a tratti ho lottato, e continuo
a lottare, con una abissale sensazione di stanchezza o sfinimento. Ma vale la pena stancarsi, è bellissimo quanto nasce
da queste fatiche spossanti, e questo cancella di nuovo la
stanchezza. Sublimi sono gli sforzi che nascono sotto la
costellazione di Venere. Bellissime le ricompense di Eros,
anche e più ancora quelle che regnano solo nello spirito.
Perché lo spirito è tutto, è da lì che tutto viene ed è lì che
tutto ritorna.
E la cronologia, l’ordine dei fatti qual è? Mi sforzo di ricordare, mi costringo a sprofondarmi sempre più, per gradi,
in quella sera lontana, che per tanto tempo è stata così vivida e vicina e che non ho avuto la forza o l’ozio o
l’avvertenza di fermare in tempo sulla carta come altre.
Ahimè, riuscirò?
E poi, poi… giunge improvviso il momento che mi accorgo di essere scesa di strato in strato nel pozzo della memoria e mi sembra che quella sera ad un tratto ne sia risalita
tutta intera, come la fresca, scintillante acqua tirata su da un
magico secchio, con la sua atmosfera prima di tutto, unica,
irripetibile e inconfondibile, e i gesti poi che furono compiuti, le cose che furono dette…
Ricordo molto bene che quella sera l’aria era mite, la
sento spirare molle intorno a me ora, più di allora, molle
nonostante il peggioramento annunciato del tempo. Anche
in estate le sere possono essere fresche, a queste latitudini.
Quindi era, quella sera, un dono del cielo… Per questo
avevo potuto indossare il bolerino. Lo stesso bolerino con
cui mi aveva vista per la prima volta, davanti al Lotto Laden, quello che portavo anche quando avevamo fatto la
nostra passeggiata d’iniziazione l’una a l’altro, lungo il canale, e lui mi voleva già tenere per mano e baciare.
Era già scesa l’oscurità e, quando, dopo essere giunta
con un po’ di anticipo al L. garten, con un tuffo al cuore lo
scorsi avanzare col suo inconfondibile passo agile e spedito
nella traversa, gli mossi incontro sul marciapiede opposto al
suo. Lui attraversò, rapido e leggero, con quella sua grazia
innata che mi aveva sempre incantata, con quella grazia a
cui era stato così profondamente triste dover rinunciare, e
ci venimmo a trovare faccia a faccia.
Aveva, come sempre, una sigaretta tra le dita.
Mi si è impresso con forza sulle retine e sul cuore, il
momento di sospensione in cui ci fronteggiamo immobili in
silenzio, nell’ombra, accanto alla ringhiera di un giardinetto.
Quel momento si ritagliò allora con la stessa potenza dei
ricordi d’infanzia, che si presentano spesso staccati dallo
sfondo, circoscritti, e tutto quello che li circondava non si
vede più.
Il suo sguardo era impenetrabile, enigmatico, ma fissava
apertamente il mio. Severamente, quasi con rimprovero,
eppure serenamente. Kasim mi parve un altro, mi parve,
misteriosa, inquietante percezione, uno sconosciuto, un
uomo incontrato in quel momento per la strada.
Aleggiava qualcosa di inespresso nei suoi occhi, non so
se fosse una domanda, non so se fosse desiderio. Lo sentii,
in quel momento, non fanciullo, ma uomo, come mai era
accaduto prima e sarebbe accaduto dopo, anzi maschio.
Una strana, intensa aura lo avvolgeva.
C’era spesso sorpresa da parte mia, quando lo rivedevo
e mi appariva diverso. Questo era dovuto in parte sicuramente anche ai lunghi intervalli che cadevano tra un incontro e l’altro. Non riuscivo a catturare il suo viso in una
forma definitiva e a trattenerlo. E, allorché me ne accorsi,
quasi ogni volta poi, nell’imminenza di un convegno, mi
chiedevo come mi sarebbe apparso adesso.
In quel momento prevaleva in lui il fauno, anzi il satiro.
Quella sera di settembre il satiro sembrò aver preso possesso per un attimo del suo corpo.
Proposi di non andare più al L. garten ma alla tea-room,
e c’incamminammo fianco a fianco alla volta di questa.
Entrammo nel giardino racchiuso dall’inferriata nera e ci
accomodammo all’ultimo tavolo, contro la siepe. Io adagiai
sullo schienale della mia poltroncina la giacca e rimasi col
solo bolero. Non mi ero aspettata che la sera fosse così
tiepida. Mi accorsi, con fastidio, che il tavolo ballava. Lui si
alzò, adorabilmente rapido e leggero, a staccare dalla siepe
un pezzetto di verde e lo infilò sotto la gamba che non
poggiava bene sul suolo, ricordo. E come potrei non ricordarlo, quel gesto così semplice, così antico, di chi era ancora
in contatto con le forze della natura, di chi era nato in campagna e non lo aveva dimenticato? Eros mi parlò in quel
momento da lui, da quel gesto, turbandomi.
Prendemmo a conversare, fumando, e ci sprofondammo
presto in noi stessi. Il cameriere bulgaro venne a prendere
le ordinazioni. Sentivo i suoi occhi addosso. Ero lì seduta
nella penombra non con il mio solito marito, presenza a lui
familiare, ma con un giovane che per di più aveva un accenno di cresta e la gelatina nei capelli. [ … ]”

Amor che torni…
Un’educazione sentimentale
(Secondo libro)

L’autrice

Sono nata a Napoli da genitori siciliani. Mio padre, originario di Palazzolo Acreide, visse da ragazzo a Parigi e divenne in seguito docente di Lingua e Letteratura francese all’Università di Napoli. Mia madre, insegnante di Lettere, proveniva da Siracusa.
Ho avuto legami strettissimi con la Sicilia, dove fino al ventesimo anno d’età trascorsi tutte le estati e le feste natalizie, dividendomi tra la casa della nonna materna, ad Ortigia (stirpe marinara), e quella dei nonni paterni (stirpe fornaia), sepolta in un giardino d’aranci sul mare siracusano. Lì, tra cugini, zii, prozie e amici di famiglia, mi entrò nei sensi e nell’anima la Sicilia eterna, lievito della mia arte e oggetto di trasfigurazione in “Fiorelluccia, un’infanzia siciliana” e ne “Gli avventurosi Simplicissimi”.
A Napoli frequentai la Teresa Ravaschieri, l’Istituto Francese e la Fiorelli. A Roma, il Liceo Classico Manara, partecipando come simpatizzante dell’estrema sinistra ai moti studenteschi. Non avevo ancora compiuto vent’anni, quando volai a Parigi, dopo aver fatto il necessario gruzzolo al Liceo Linguistico di via Boncompagni con delle supplenze in Filosofia e Inglese. Femminista della prima ora, feci parte del collettivo ultra di via Pompeo Magno. I miei studi di Filosofia alla Sapienza presero sempre più un indirizzo estetico, sorse l’amore per la Letteratura tedesca… e ci fu l’incontro con Lerchenwald. Giovanissimi, lasciando tutti stupiti e interdetti, ci sposammo. Ben presto, per l’emergere in entrambi di una forte vocazione letteraria, abbandonammo Roma e ci trasferimmo in campagna, tra Siena e Firenze. Sette anni bucolici, sette anni di creazione e di artigianati vari, tra cui l’apicoltura, di veglie con i vecchi, di giochi coi bimbi dei contadini… e di inutili tentativi con le case editrici. Dopo aver infine pubblicato in proprio un giallo letterario dal titolo “Incitazione a delinquere”, la lentezza con cui gocciolavano le recensioni mi esasperò al punto da spingermi all’esilio: fuggimmo in Germania.
Appena toccato il suolo tedesco, tre case editrici (tedesche naturalmente) chiesero l’opzione per il sunnominato romanzo. Mi decisi per la più prestigiosa, la Luchterhand, che era fornita di un netto profilo letterario. Ma, a traduzione fatta, questa fu improvvisamente venduta, e dovetti correre ai ripari offrendo il libro alla Nymphenburger, di taglio più commerciale. All’edizione hard cover seguì la pubblicazione a puntate sulla Westfaelische Rundschau e l’edizione tascabile nella Ullstein. Seguì, sempre nella Nymphenburger, una raccolta di racconti, l’edizione tascabile degli stessi, e seguitò il silenzio delle case editrici italiane…
La mondiale congiuntura era già allora fortemente antiletteraria, ma la mia vena creativa era troppo grande. Scrissi un dramma radiofonico, replicato più volte dalla WDR di Colonia. A quarantott’anni tentai di mutare pelle e, trapiantatami a Vienna, mi diedi al teatro: commedie, un dramma fantasmagorico dedicato al Burgtheater, collaborazioni con riviste italiane, discese ricorrenti in Italia: ma l’unico risultato tangibile delle mie fatiche rimane una splendida lettura scenica de “La vita è un sogno” al Teatro Argot di Roma.
Ristabilitami, dopo tre anni di Vienna, a Monaco, pensando seriamente alla posterità, la prima cosa che feci fu di mettere al sicuro le mie opere, edite e no, nella Sezione Manoscritti e Rari della BNCF (Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze): i tempi erano davvero bui e magari un incendio avrebbe potuto annientare tutto.
Poi un bel giorno incontrai un garbato e colto signore tedesco che mi confidò di avere da tempo giocato col pensiero di fondare una piccola casa editrice controcorrente: nacque così Felix Krull Editore, presso il quale sono apparsi via via tutti i miei successivi libri e anche alcuni del tempo anteriore.

Leggere mi stimola e mi riempie. L'ho sempre fatto, fin da piccola. Prediligo i classici, i romanzi storici, quelli ambientati in altre epoche e culture. Spero di riuscire a condividere con voi almeno parte dell'impatto che ha su di me tutto questo magico universo.

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