Pastor che a notte ombrosa nel bosco si perdé... Book Cover Pastor che a notte ombrosa nel bosco si perdé...
Lodovica San Guedoro
Narrativa contemporanea
Felix Krull Editore
3 marzo 2017
cartaceo

 

Candidato al Premio Strega 2017 e Presentato da Maria Rosa Cutrufelli e Dacia Maraini.

“Pastor che a notte ombrosa nel bosco si perdé…” racconta con un tono sommesso, delicato e poetico, di sorprendente sincerità, una storia d’amore del tutto non convenzionale, nata in autunno tra una scrittrice non più giovane e sposata e un conducente della U-Bahn, ancora giovane e sposato, fuggito, ragazzo, dalla Bosnia in guerra. Lei è atea, lui maomettano, lei è colta, lui non lo è, lei è emancipata, lui in bilico tra retaggio e modernità…

Per quanto li accomunino freschezza di spirito, giocosità e trasgressività vitalistica, per quanto siano fortemente attratti l’una dall’altro, arrivare a una fusione delle anime, che consenta loro di raggiungere un’unione fisica, si rivela perciò un’avventura molto intricata, un’impresa piena di peripezie, di equivoci, di dolori, di felicità e di colpi di scena.

 

 

“Pastor che a notte ombrosa
nel bosco si perdé…
FelixKrull Editore
Poniamo che avvenne così, che non fu un sogno…
Camminavo per un viale alberato. Dai platani
cadevano volteggiando le foglie, per terra ce n’era già
un lunghissimo tappeto. Mentre rasentavo il recinto di
un piccolo giardino, si era sollevata, inattesa e
improvvisa, una fragranza di terra umida e di fresca
erba tagliata… così viva! Chiudendo gli occhi, avrei
potuto credere che fosse primavera. Li avevo chiusi;
petali rosei, le palpebre erano state per un attimo
barriera alla legge del tempo. Era primavera. Un
sussulto al cuore, un’irragionevole trepidazione… Ma
proprio in quello stesso, stravagante momento, un altro
odore, un sottile odore di mele fermentate era venuto a
ferirmi le narici… Un attimo, quanto era bastato per
avvertirmi che il tempo ha la stolta abitudine di andare
solo in avanti e mai si concede inversioni. Avevo
riaperto gli occhi con un capogiro come d’ebbrezza,
stentando a capire dov’ero e che stagione era. Era uno
dei primi giorni di settembre.
L’autunno precedente si era rivelato un inverno,
l’inverno una fredda e asciutta primavera, brillante di
sole, a marzo e aprile avevo avuto l’impressione di
vivere nuovamente in patria; a maggio e giugno le
giornate serene avevano preso il sopravvento su quelle
torbide e piovose. Ma, dalla seconda settimana di luglio
fino al giorno precedente, dal cielo non s’era visto che
cadere acqua, caderne in tutte le forme… Era andato
perso, con sgomento e tristezza, il sole di luglio e di
agosto, a colmare la misura del dolore e del dispetto,
tutte le lune piene estive erano rimaste celate dietro
cupe coltri di nuvole. Avevo dovuto sforzarmi di
ricordare i cieli stellati dell’estate precedente per credere
che i cieli stellati esistessero ancora e che io stessa
esistessi.
A fare incontrare i nostri occhi e incrociare le nostre
parole, ora lo dico, era stato un cane. A vedere però più
audacemente, più spregiudicatamente, anche l’inizio
grottesco della storia era il segno della sua eccezionalità,
indicava che sarebbe stata una storia unica, senza
raffronti…
Ero arrivata quasi all’altezza del Lotto Laden… Ma
sul marciapiede un tipico caso di ostruzione mi aveva
fatta fermare: passanti si assiepavano intorno a un
cane… Un turbinìo di figure con volti scialbi, ottusi e
comuni. Sempre le stesse disgustose scene! Quante
volte non mi ero già irritata con cani e padroni! Pane
quotidiano per me. E anche quella volta non avevo
potuto farne a meno. Ero andata in cerca di un
testimone con cui sfogare la mia indignazione e la mia
pena. Lo facevo spesso, e raramente ne trovavo uno
all’altezza. Ma, quella volta, invece, ce n’era uno, in
piedi contro il muro del Lotto Laden, che avrebbe
curiosamente mostrato di comprendere. Era molto
giovane, ma non lo notai subito. Nel primo attimo fu
solo una figura qualunque della strada. Si stava fabbricando una sigaretta.
“Ha visto che sconcezza?”, avevo domandato,
temendo che avrei sprecato fiato e indignazione.
In questo paese è difficilissimo che qualcuno si
sbilanci ad ammettere i fatti. Fu nello stesso momento,
credo, che dovetti notare come fosse molto giovane. I
giovani mi repellono. Per me sono marziani. Più alienati
dei loro genitori e molto più dei loro nonni.
“Cosa intende?”, aveva risposto, sorridendo un po’
incredulo.
“Il capannello che sta circondando quel lercio cane
che ha appena evacuato sulla striscia d’erba. Passanti
casuali e padrona lo stanno vezzeggiando amorosamen-
te insieme. Socializzazione di strada oggi…”
“Lei ce l’ha coi cani?”, aveva replicato, leggermente
sorpreso, riponendo con calma la sigaretta in una scatoletta metallica.
“Con i padroni… Ormai non si può fare un passo
senza incontrarne subito dieci… Questo quartiere,
proprio perché così ricco di prati e di giardini, ne è
infestato. E’ divenuto un solo cesso all’aperto… I cani
in città sono un abominio.”
Mi era parso di avvertire in lui la solita resistenza e,
come al solito, avevo reagito esasperando il tono, come
per scuoterlo, per vincere un’ostinata resistenza.
“A me sembra ancora più schifoso lo spettacolo di
quelli che la raccolgono col sacchetto di plastica,” aveva
però risposto, imprevistamente, lui.
Nella mia anima, un sospiro di sollievo. Ce n’era
almeno uno che non negava l’evidenza per principio.
Mi rilassai di colpo e pensai che non fosse tedesco. Del
resto non ne aveva l’aspetto.
“Non posso darle torto… E’ disgustoso. E poi…”
“…Scusi, lei come mai è qui?”
La diversione mi aveva confusa leggermente.
“Come? Devo fare acquisti in quel negozio là…”
“E poi che farà?”
“Una passeggiata… Passeggio molto…”
Avevo indicato la traversa dai piccoli alberi coi frutti
rossi che si apriva di fronte.
La sua mi era parsa la domanda indiscreta di uno
senza fantasia, senza esperienza di libertà, e avevo avuto una sensazione spiacevole.
“Non vorrebbe passeggiare con me?”, aveva però
continuato lui, cogliendomi del tutto di sorpresa. “Ma
lei è sicuramente sposata…”
“Infatti. Ma non è per questo… Non sono contraria
per principio, però…”
“Non ci sarebbe nulla di male, no?”
“Beh, no.”
E invece mi ero sentita irrigidire. Per la frase logora
e per non so che altro motivo…
“I suoi occhi sono così dolci…”
“Ohohò!”, avevo esclamato, nuovamente presa alla
sprovvista, alzandoli al cielo con scherzosa teatralità,
per dissimulare il piacere che quella, che avevo percepito come una banalità, mi aveva tuttavia procurato.
“Sì, davvero…”
I suoi si erano fatti per un attimo limpidi laghi
azzurri. Per ora catturai con stupore insensibile la
fuggevole impressione, che avrei rievocato in seguito
così spesso, dandone interpretazioni diverse a seconda
dell’intensità del mio sentimento o della logorante
altalena di fantasmagorici pensieri in cui mi addentravo
per stabilire se mi avesse amata davvero o no.
“Ma io sono molto molto più vecchia di lei!”
“Non importa. Lei ha un aspetto molto molto più
giovane… Che età ha?”, aveva domandato avvicinando
un po’ il viso a scrutarmi.
“Non posso dirglielo… Le dico solo che sono a
Monaco dall’ottantacinque, vengo dall’Italia. Lei di
sicuro non era ancora nato.”
“Io sono in Germania dal novantacinque. Ho trentasei anni. Provengo dalla Bosnia.”
“Li sa nascondere bene. Avrei detto venti o
ventidue…”
“Mi dia il suo numero di telefono, così che ci si
possa rivedere…”, aveva osservato, tirando le sue
bizzarre conclusioni, senza mostrare sorpresa o compiacimento per quella che non era stata una lode.
“Ha carta e penna?”
“No, purtroppo.”
“Neanch’io. Ma… aspetti…” Avevo frugato brevemente nel portafoglio. Non so mai se ne ho ancora.
“Forse le posso dare questo biglietto da visita. C’è su il
mio pseudonimo di scrittrice e anche il sito dell’attuale
editore dei miei libri… Mi potrebbe scrivere una email…”
Mi ero sentita vagamente potente. E, nello stesso
tempo, avevo temuto di metterlo in soggezione.
Ma neanche l’ombra. La sua splendida ignoranza di
fanciullo lo preservava da quel genere di sentimenti,
come avrei capito in seguito.
“Lo farò senz’altro.”
Aveva proteso di slancio la mano.
“Ma mi prometta di non fare uso del numero di
telefono, di non farne abuso, intendo…”, avevo avuto
l’accortezza di aggiungere, trattenendo tra due dita il
biglietto che si stava dileguando tra le sue mani.
“Prometto! Le scriverò e…”
“Potremo incontrarci per bere qualcosa in quel
locale là, per esempio…”
“Per passeggiare insieme…”, aveva ribadito lui,
come non udendo. “Ma ora la devo lasciare, devo
correre al lavoro… Sta per passare il mio tram… Arrivederci!”
“Arrivederci…”
Era corso via, agile e sottile, trentaseienne…
Tra noi un abisso di anni, di esperienze, di cultura…
Ma Amore, a quanto pare, è il più spericolato, fantastico funambolo e sa saltare i crepacci con grazia…
Avrei potuto non uscire, quel pomeriggio, non
andare in quella strada, avrei potuto non vedere quella
scena, non sentire il bisogno di fare un commento,
avrei potuto non sollevare lo sguardo verso di lui e
rivolgergli la parola… e niente sarebbe avvenuto…
Avrei continuato a vivere serena, appagata di Arte e
Natura, di me e di Hans, della mia casa, del mio balcone
fiorito.
Ma sono uscita, sono andata in quella strada, a
quell’ora, ho visto quella scena, ho sentito il bisogno di
commentarla, ho rivolto la parola a lui, che era lì,
precisamente in quell’istante, un attimo dopo non ci
sarebbe stato più… E la storia non sarebbe iniziata.
Come da due sconosciuti, diversi in tutto, può
scaturire un sogno di luce? E come tutto questo può
perire di nuovo, tornare nell’ombra, precipitare sulla
nera crosta terrestre? Come due esseri, avvicinatisi per
un momento al sole, possono d’un tratto perdere di
nuovo le ali e precipitare nell’ombra?
Mi era apparso davanti al Lotto Laden, e io ero
apparsa a lui, il luogo simbolico, dove il Caso imbroglia
i suoi fili… Cosa era accaduto dentro di lui perché
potesse vedermi come mi vide? E io rispondergli come
gli risposi? E decidere di incontrarci di nuovo, e
incontrarci, incontrarci ancora, decine e decine di
volte?…
Come una circostanza banale, e persino sordida,
può servire a mettere in moto un’eterea visione
irragiungibilmente affascinante e poetica? Come da un
essere, immerso completamente nella prosa della vita,
può nascere una farfalla dai colori meravigliosi?
Se non l’avessi incontrato, avrei vissuto intatta da
ansie, senza turbamenti, senza tremori, tormenti e senza
felicità celestiale. Pericolosa felicità, quella, che rapisce a
quota troppo alta e a cui è giocoforza assuefarsi come a
una droga, felicità che lascia straziata e deserta l’anima
che la perde.
Me la ero meritata, la pace dello spirito, me la ero
guadagnata, l’avevo strappata con lotte e travagli da
stancare cento energumeni… E sette anni prima avevo
giurato a me stessa che non sarei più, per nessuna
ragione, caduta nella dipendenza da un altro. E non vi
ero infatti caduta, fino a quel giorno…”

L’autrice

Sono nata a Napoli da genitori siciliani. Mio padre, originario di Palazzolo Acreide, visse da ragazzo a Parigi e divenne in seguito docente di Lingua e Letteratura francese all’Università di Napoli. Mia madre, insegnante di Lettere, proveniva da Siracusa.
Ho avuto legami strettissimi con la Sicilia, dove fino al ventesimo anno d’età trascorsi tutte le estati e le feste natalizie, dividendomi tra la casa della nonna materna, ad Ortigia (stirpe marinara), e quella dei nonni paterni (stirpe fornaia), sepolta in un giardino d’aranci sul mare siracusano. Lì, tra cugini, zii, prozie e amici di famiglia, mi entrò nei sensi e nell’anima la Sicilia eterna, lievito della mia arte e oggetto di trasfigurazione in “Fiorelluccia, un’infanzia siciliana” e ne “Gli avventurosi Simplicissimi”.
A Napoli frequentai la Teresa Ravaschieri, l’Istituto Francese e la Fiorelli. A Roma, il Liceo Classico Manara, partecipando come simpatizzante dell’estrema sinistra ai moti studenteschi. Non avevo ancora compiuto vent’anni, quando volai a Parigi, dopo aver fatto il necessario gruzzolo al Liceo Linguistico di via Boncompagni con delle supplenze in Filosofia e Inglese. Femminista della prima ora, feci parte del collettivo ultra di via Pompeo Magno. I miei studi di Filosofia alla Sapienza presero sempre più un indirizzo estetico, sorse l’amore per la Letteratura tedesca… e ci fu l’incontro con Lerchenwald. Giovanissimi, lasciando tutti stupiti e interdetti, ci sposammo. Ben presto, per l’emergere in entrambi di una forte vocazione letteraria, abbandonammo Roma e ci trasferimmo in campagna, tra Siena e Firenze. Sette anni bucolici, sette anni di creazione e di artigianati vari, tra cui l’apicoltura, di veglie con i vecchi, di giochi coi bimbi dei contadini… e di inutili tentativi con le case editrici. Dopo aver infine pubblicato in proprio un giallo letterario dal titolo “Incitazione a delinquere”, la lentezza con cui gocciolavano le recensioni mi esasperò al punto da spingermi all’esilio: fuggimmo in Germania.
Appena toccato il suolo tedesco, tre case editrici (tedesche naturalmente) chiesero l’opzione per il sunnominato romanzo. Mi decisi per la più prestigiosa, la Luchterhand, che era fornita di un netto profilo letterario. Ma, a traduzione fatta, questa fu improvvisamente venduta, e dovetti correre ai ripari offrendo il libro alla Nymphenburger, di taglio più commerciale. All’edizione hard cover seguì la pubblicazione a puntate sulla Westfaelische Rundschau e l’edizione tascabile nella Ullstein. Seguì, sempre nella Nymphenburger, una raccolta di racconti, l’edizione tascabile degli stessi, e seguitò il silenzio delle case editrici italiane…
La mondiale congiuntura era già allora fortemente antiletteraria, ma la mia vena creativa era troppo grande. Scrissi un dramma radiofonico, replicato più volte dalla WDR di Colonia. A quarantott’anni tentai di mutare pelle e, trapiantatami a Vienna, mi diedi al teatro: commedie, un dramma fantasmagorico dedicato al Burgtheater, collaborazioni con riviste italiane, discese ricorrenti in Italia: ma l’unico risultato tangibile delle mie fatiche rimane una splendida lettura scenica de “La vita è un sogno” al Teatro Argot di Roma.
Ristabilitami, dopo tre anni di Vienna, a Monaco, pensando seriamente alla posterità, la prima cosa che feci fu di mettere al sicuro le mie opere, edite e no, nella Sezione Manoscritti e Rari della BNCF (Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze): i tempi erano davvero bui e magari un incendio avrebbe potuto annientare tutto.
Poi un bel giorno incontrai un garbato e colto signore tedesco che mi confidò di avere da tempo giocato col pensiero di fondare una piccola casa editrice controcorrente: nacque così Felix Krull Editore, presso il quale sono apparsi via via tutti i miei successivi libri e anche alcuni del tempo anteriore.

Scritto da:

Alice

Leggere mi stimola e mi riempie. L'ho sempre fatto, fin da piccola. Prediligo i classici, i romanzi storici, quelli ambientati in altre epoche e culture. Spero di riuscire a condividere con voi almeno parte dell'impatto che ha su di me tutto questo magico universo.