🔥 La storia messa sottosopra, raccontata con passione, ironia e spirito anarchico. 📚
Con Antistoria del Risorgimento – Daghela avanti un passo!, Luciano Bianciardi compie un’impresa garibaldina sulla pagina ✍️⚔️: strappa il Risorgimento alla retorica patriottarda e lo restituisce al piacere del racconto, vivo, avvincente e persino divertente. Niente agiografie, niente enfasi celebrativa, ma uno sguardo capovolto 👀, quello dell’epopea popolare e del bambino che per primo ne rimase incantato.
Tra slanci donchisciotteschi, follia ideale e disincanto đź’Ą, Bianciardi sceglie Garibaldi e la sua utopia, raccontando una storia fatta di entusiasmo e inadeguatezza, di sogni piĂą grandi della realtĂ . Una segnalazione imprescindibile per chi vuole riscoprire il Risorgimento come avventura umana e letteraria, contro ogni mito imbalsamato.
Che il Risorgimento possa essere «una faccenda che appassiona e avvince, e persino diverte» è una scommessa che soltanto un anarchico come Luciano Bianciardi poteva tentare.
Nella memoria collettiva, il Risorgimento era stato a lungo appannaggio dell’agiografia fascista o di quella cattolica e patriottarda, un esercizio di narrazioni retoriche, pedanti e nazionaliste che gli storici e gli specialisti avevano sempre faticato a contrastare, e con le quali quasi nessun letterato contemporaneo si era preso il rischio di fare i conti.
Per Bianciardi, provare a scriverne una cronaca senza enfasi né disinganno equivalse a un’impresa garibaldina. All’età di otto anni aveva ricevuto in dono I mille di Giuseppe Bandi, e da allora il Risorgimento era rimasto per lui la più entusiasmante scoperta dell’infanzia e la sua prima nostalgia.
Ma, per restituirlo così come lo sentiva, doveva conferire alla scrittura il piglio spumeggiante di un manuale di storia… sottosopra. Schierarsi apertamente dalla parte dell’epopea popolare e dell’eroe che piĂą di tutti l’aveva incarnata, Giuseppe Garibaldi, e adottare come punto di vista capovolto il suo stesso sguardo di bambino.Â
Perché a Bianciardi del Risorgimento non interessava il giudizio critico, ma la follia donchisciottesca, lo slancio ideale e l’inadeguatezza dell’incantesimo. Nella nostra «vita agra» non ci poteva essere eresia più grande e scandalosa.

