L'urlo della sirena
Romanzo storico, di formazione
Self-publishing
3 novembre 2022
Cartaceo, ebook
308
1943. In una Palermo devastata dai bombardamenti degli Alleati, la dodicenne Cristina, affetta da poliomielite, perde la propria casa nell’antico quartiere dell’Albergheria; con la famiglia è costretta a rifugiarsi in casa della nonna, in periferia. Nel racconto, che segue la crescita della protagonista lungo un arco temporale che ci porta al 1970; le vicende e le violenze della Storia s’intrecciano con quelle di cui è vittima Cristina. La sua ancora di salvezza è rappresentata dalla profonda amicizia con la cugina Franca e con la ricchissima marchesina Laura Betalli, colta e femminista ante litteram.
Tra mille difficoltà, eventi bellici, letture, sorrisi, musica, paure, orrori e prime esperienze sentimentali.
Le tre ragazze realizzeranno le proprie aspirazioni, e Cristina riuscirà, grazie alla sua caparbietà e alla sua passione per l’arte, a trovare il riscatto umano a cui aspira. Una storia di speranza e resilienza.
Un racconto in bianco e nero, attraverso il quale Maria Enea traccia una trama fatta di Storia.
Storie che si intrecciano sullo sfondo di una Seconda Guerra Mondiale che ha spento sogni, corpi, anime; tolto il pane e la dignità, imbrutito gli uomini. È in questo scenario che s’innalza l’urlo, prima sommerso poi sempre più sonoro, della protagonista: Cristina, dodici anni appena, claudicante per un difetto, che gli sguardi indiscreti le ricordano a ogni passo, e che proprio come una sirena si muove a fatica tra le pagine del libro per quella vita incerta che si trova ad affrontare, narrando in prima persona le vicissitudini personali, familiari e il dramma di un’intera città, che non riconosce più.
“L’urlo della sirena” di Maria Enea ci riporta agli anni terribili della Seconda Guerra Mondiale. Quanti di voi, cari lettori, sono stati bambini in quel periodo?
La vicenda si svolge principalmente tra il 1943 e il 1946, ma si estende fino al 1970. Siamo a Palermo, una città devastata dai bombardamenti:
“Palermo è morta. La splendida città (…) che fu capitale della Belle Epoque (…) non esiste più. Esala l’ultimo respiro. Ovunque morte e distruzione”
In seguito alla sciagura di aver perso la propria casa, si aggiunge anche quella degli sciacalli che, impudentemente, si intrufolano fra le macerie in cerca di qualcosa da rubare: “perché la fame fa più male della paura”.
I ladri possono essere i tuoi stessi vicini di casa: pertanto, si incomincia a guardare tutti con sospetto. A questo si aggiunge un altro dramma, quello degli sfollati: quando non ti rimane più niente, sei costretto ad andartene, ma dove?
La guerra porta fame e miseria, cambiano le abitudini alimentari: pasta con le sarde, arancini, cannoli, cassate sono solo un ricordo. Le arance sono diventate introvabili. I dolci, poi, sono vietati dal 1941 e il pane è di pessima qualità. Le razioni così esigue di cibo rendono i bambini “rachitici, sotto peso e di piccola statura”.
A voi quale cibo mancherebbe se ne foste privati?
È terribile quando la già misera cena viene interrotta “dall’odioso suono delle sirene dell’allarme antiaereo”. A quel punto occorre scendere nei rifugi, ma non pensate di essere al sicuro!

Innanzitutto, le bombe danneggiano le tubature che portano l’acqua nelle case. Di conseguenza, le persone non possono più lavarsi. Alla miseria si aggiungono sporcizia e malattie. Nei rifugi si è costretti a stare a stretto contatto con malati di tubercolosi o bambini con la rosolia o il morbillo.
Inoltre, si prega sempre che una bomba non colpisca l’ingresso impedendovi l’uscita:
“Le bombe cadono, fitte come la pioggia. Ogni boato indica la morte di qualcuno e la distruzione di qualcosa: case, chiese, monumenti, stazioni, scuole, ospedali. A chi tocca oggi la mala sorte? Il rifugio trema.” – L’urlo della sirena
Anche la casa della famiglia Patania è stata distrutta, non è rimasto più nulla.
Cristina, la figlia maggiore di dodici anni, è l’io narrante del romanzo. Ci presenta la sua famiglia e ci introduce in quella vita di privazioni, che ha caratterizzato gli anni della guerra.
“Sono una testimone. Sono una vittima. Sono una bambina. E ho voglia di urlare”
Finisce prematuramente l’infanzia in tempo di guerra. Soprattutto le bambine vengono tenute occupate con piccoli lavori casalinghi: rammendano, lavorano a maglia, attizzano il fuoco, impastano la farina. Perché “mai sta bene che una femmina non impari a fare le faccende”.
La guerra non è il solo dolore di Cristina, la piccola è nata con la poliomielite:
“Le mie gambe crescono in lunghezza ma diventano sempre più sproporzionate: la sinistra appare più lunga e tonica, mentre la destra è un po’ più corta e ha i muscoli atrofizzati. Il semplice e comune gesto del camminare mi provoca dolore … Sono invalida”
Quello che fa più male a Cristina sono gli sguardi della gente: a volte riflettono pietà, altre volte cattiveria, altre disprezzo.
La fortuna di Cristina, in quegli anni di dolore e di indigenza, è stata quella di diventare amica della marchesina Laura Betalli, che la invita nella sua villa per tenerle compagnia. Grazie alla generosità dei marchesi, il cibo e i vestiti non le mancano. Può ricominciare ad andare a scuola e ad aiutare anche la sua numerosa famiglia.
Nel giugno del 1943, Cristina prende la licenza elementare: un bel traguardo in un periodo in cui la percentuale di analfabeti era alto e, a causa dei bombardamenti, non era sempre possibile seguire le lezioni.
“Leggete sempre e scrivete tutte le volte che si presenterà l’occasione (…) chi non sa leggere non è mai padrone della propria vita”
Proprio nel ’43, quando stanno arrivando gli alleati e su Palermo non piovono più bombe, ma “caramelle, cioccolatini, carne in scatola, succhi di frutta, tonno sott’olio, pesche sciroppate e bibite gasate”, si abbatte sull’esistenza di Cristina una “bomba” devastante.
Maria Enea affronta il dramma della violenza sulle donne, purtroppo ancora estremamente attuale ma, durante gli anni della guerra, quasi all’ordine del giorno.
“Provo dolore, vergogna, schifo … Senso di violazione. Ma come, il mio corpo non era il mio? Qualcuno può usarlo contro la mia volontà?”
Cosa si prova dopo che i mascalzoni se ne sono andati via, magari ridendo? Dolore, disgusto e un senso di vuoto.
Il desiderio di lavarsi “ripetutamente, insistentemente, sfregandosi fino al sangue, per cancellare dalla mia pelle l’orrore di quel contatto intimo. Non esiste disinfettante né pomata per le ferite invisibili dell’anima”.
Come si può “curare l’anima”? Un rimedio potrebbe essere la “libro terapia”. Leggere le parole di chi ha subito le stesse dolorose esperienze potrebbe essere un balsamo per l’anima.
A voi è capitato di trovare conforto nelle parole di un autore?
Quanto sono leggeri i giorni in casa della marchesina: si fanno passeggiate, si suona il pianoforte, si legge, ci si dedica al giardinaggio. Ci si dimentica quasi della guerra, “ma la guerra è lì, in agguato. Dietro l’angolo. Insieme alla Storia”.
Laura è un personaggio moderno che non accetta i vincoli della sua condizione di nascita. Vorrebbe essere libera, lasciare la Sicilia perché “non è un paese per donne” e la mentalità è retrograda. E, soprattutto, non accetta di essere sottomessa ad un uomo.
“Voglio tuffarmi nei boulevard di Parigi, vivere a Londra o a New York. Voglio scrivere, dipingere, bere ballare, amare liberamente, senza vincoli.”
La marchesina è il mio personaggio preferito perché con la sua caparbietà riesce a raggiungere i suoi obiettivi.
Dopo l’Armistizio, la situazione non migliora: è sempre un problema trovare una sistemazione alle persone che hanno perso la loro casa e in tanti continuano a morire di fame per la mancanza di cibo.
A questo, si aggiunge il rientro dei reduci irriconoscibili e, spesso, mutilati; le fidanzate che piangono, ascoltando i racconti disumani della guerra, ma anche, e soprattutto, perché quei ragazzi che sono tornati non sono più gli stessi di prima e loro sono costrette a rimanere ugualmente legate a degli storpi.
“Come si concilia quell’uomo mutilato con la sua idea di marito?”
Cristina capisce quanto è grave il problema della disabilità, questa è la sua cruente riflessione: “Noi disabili non siamo mai realmente graditi. Siamo diversi, siamo strani, la forma del nostro corpo è differente, oppure è diverso il nostro modo di ragionare”.
La guerra ha portato via case, ricordi, persone care, ma la vita continua inesorabile, cancellando sapori, odori e voci.
“Siamo cambiati tutti, non so se in meglio o in peggio. La vita ci ha reso senz’ombra di dubbio più duri, ma anche più adulti”
Alla fine della guerra, le ragazze non sono più bambine ma piccole donne, pronte a proiettarsi in un mondo che si sta trasformando velocemente.
In conclusione, la morale di questo incantevole romanzo che ho letto in due giorni, è quella di non arrendersi mai perché “in fondo al tunnel c’è sempre la luce.”

Mi chiamo Alessia. Sono un’insegnante di matematica e inglese. Vivo in provincia di Pavia. Adoro leggere (soprattutto gialli), fare yoga e cucinare.
Ottima recensione, forse la migliore che abbia mai letto.
Grazie infinite!!!