Un'estate da Dick Fulmine
Romanzo di formazione
Laurana Editore Milano
gennaio 2025
ebook, cartaceo
241
Se esistesse la categoria dei «romanzi reticenti», "Un’estate da Dick Fulmine" vi apparterrebbe senz’altro. Se Un’estate da Dick Fulmine avesse un eroe, sarebbe Francesco: un ragazzino che vive in un paese dell’entroterra; che dopo l’8 settembre del ’43 scappa con la famiglia in un campo di lavoro del Reich, dove perde i genitori sotto un bombardamento; che a guerra finita rientra a casa da solo, a piedi; che viene accolto nella primavera del ’45 dagli zii, nel frattempo trasferitisi in città. Lì ritrova il suo grande amico, il cugino Giuseppe, accecato dalla calce tra le macerie di un cantiere. Con lui vive delle semplici avventure: esplora la città, si fa degli amici, ha una storia con una buona ragazza. Ma, alla fin fine, di questo eroe sappiamo veramente poco, e nulla dei suoi moti interiori: conosciamo appena alcuni suoi sentimenti elementari, certe passioni, i desideri dell’età; in una scena struggente, quasi una visione, comprendiamo quanto gli manchi la madre; nella sostanza, però, sembra un personaggio estraneo al mondo, forse un burattino, un prototipo adolescente del Meursault camusiano. Il fatto è che, per Francesco, in quegli anni, in quei luoghi, dentro a quei legami familiari, è difficilissimo sentire, pensare, crescere, perché è difficilissimo distinguere tra il bene e il male. Gli ex alleati sono diventati nemici; gli ex nemici sono diventati alleati, gli alleati hanno posto fine alla guerra, ma hanno ammazzato i suoi genitori e, indirettamente, hanno colpito il cugino. In città tutto dipende dai soldi, anche il sesso, ma soldi non ce ne sono mai. Alcuni adulti sono buoni, altri no. Dov’è la giustizia? L’unico esempio al quale Francesco sembra potersi appoggiare è Dick Fulmine, eroe, lui sì, ma solo di un fumetto; le sue avventure mirabolanti sono lontane, lontane dalla quotidianità di sopravvivenza in cui Francesco vive. Con una lingua scabra ed economica, aperta al movimento metaforico ma sempre precisa, "Un’estate da Dick Fulmine" ci consegna un paradossalmente memorabile non-eroe.
“Un’estate da Dick Fulmine”, il romanzo di Alberto Grillo, pubblicato da Laurana nella collana “fremen” curata da Giulio Mozzi è (meritatamente) nella cinquina finalista della XIII edizione del Premio Zeno.
A differenza di quanto suggerito dalla sinossi, in queste pagine non esistono memorabili non-eroi e di certo Francesco, il ragazzino che ci accompagna con la sua voce per 236 pagine, di memorabile ha davvero poco.

Il suo è un racconto amaro, dai dettagli sfuggenti, ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale: un’epoca che non risparmia né vittime né carnefici.
La storia ha inizio quando Francesco e i suoi genitori, Vittorio ed Elvira, lasciano la famiglia per cercare fortuna a Dorf, in un campo di lavoro del Reich. Quello che doveva essere un’opportunità si rivela un luogo di prigionia e, infine, un punto di non ritorno per i genitori.
A Dorf Francesco conosce per la prima volta il corpo di una donna: la prostituta Greta, ma il suo unico vero compagno resta il primo numero del fumetto di Dick Fulmine.
Non se ne separerà mai e continuerà tenere stretta la sua copia anche quando sua madre, durante l’esplosione della raffineria , “avvampò come il manico di una scopa“.
Dopo la morte di Elvira e la scomparsa (certa, seppur non confermata) del padre, Francesco resta solo. Inizia così il suo viaggio e la sua trasformazione.
Dick Fulmine, l’agente della polizia di Chicago protagonista del fumetto, è uno smargiasso dal cazzotto facile, scanzonato e intelligente ed è tutto ciò che Francesco non è. Quelle pagine diventano un rifugio per quel ragazzino a cui :
“mancavano i luoghi più delle persone. A parte te Bepi”.
Francesco ha perso tutto, gli restano solo i ricordi e il cugino Bepi, da cui vuole ritornare.
L’autore evita i cliché della narrativa bellica. L’evento storico è solo lo sfondo di questa storia. La guerra si affaccia appena tra le pagine, senza diventare mai protagonista, emerge solo come causa della tragedia familiare e della morte di Elvira e Vittorio.
Francesco divenuto orfano, trova ospitalità a casa degli -amorevoli- zii e ritrova l’amato cugino. Francesco e Giuseppe sono:
“amici che non ricordavano i giorni in cui non ci fosse stato l’uno e nessuna vita sarebbe valsa senza l’altro”
Mentre Francesco si affanna a cercare una nuova identità in un’estate genovese sospesa tra i fumetti di Dick Fulmine, il primo amore per Antonia che lo deriderà e le scorribande con gli altri rag
azzi, Bepi emerge come il vero eroe di queste pagine.
BEPI: ” Ho perso la vista Cichìn, mica la memoria”
“Giuseppe…non si rammaricò di non vedere. Pensò che ci fosse del buono nella cecità, e che stava meglio di Francesco, di nuovo, costretto a uno spettacolo di acqua e di morte”
Bepi si rivela come la figura più comprensiva e delicata della storia.
“Se bastava un secchio nel posto sbagliato a cambiare una vita intera, ci voleva altro per rinunciare a viverla”.
A lui non occorre la vista per vedere, riesce a sentire tutto, a muoversi negli spazi e a prendersi il suo piccolo pezzetto di mondo.
Alberto Grillo sceglie una cifra stilistica chirurgica, non lascia che Francesco si veda nella sua interezza, le parole non sempre sono pronunciate e ai lettori viene raccontato poco della natura del suo rapporto con lo Zio Fausto (il Barba) – il vero antieroe (?). Protegge il suo protagonista, dando in pasto ai lettori pochi frammenti dei suoi pensieri e delle sue emozioni.
“Un’estate da Dick Fulmine” è un percorso narrativo che ha un equilibrio perfetto tra quanto l’autore ha voluto tenere per sé e il ritratto onesto che ha fatto di tutti i suoi personaggi.
A tratti si avvertirebbe il desiderio di una maggiore ampiezza narrativa, ma a una storia così bella si perdona tutto, persino ciò che non viene detto.