Narrativa,  Recensioni

Recensione: “Tutto il bene che si può” di Rye Curtis, Bompiani

Tutto il bene che si può Book Cover Tutto il bene che si può
Rye Curtis
Narrativa
Bompiani
5 gennaio 2021
cartaceo, ebook
320

È una domenica d’agosto del 1986 quando un aereo da turismo precipita in un’impenetrabile foresta dei monti Bitterroot, nel Montana. A bordo oltre al pilota ci sono i signori Waldrip, un’anziana coppia texana in vacanza. L’aereo risulta disperso, e le ricerche non danno esito. Ma Cloris Waldrip, 72 anni, è sopravvissuta. È la sua voce che ascoltiamo per metà del libro: la voce interiore di una donna piena di spirito e di energia, che non si lascia scoraggiare dalla situazione impossibile in cui si ritrova e cerca di sopravvivere con coraggio e umorismo, raccontandosi storie del passato e rivelandosi verità mai confessate mentre avanza nella foresta guidata solo dal buonsenso, si nutre di bacche, vermi, erbe, dorme nelle caverne, sfugge per miracolo a ogni genere di pericoli e insidie.

L’altra metà del libro è occupata da Debra Lewis, ranger che nel thermos tiene Merlot dozzinale invece del caffè ed è la sola, contro ogni logica, a continuare a seguire le tracce esili e contraddittorie che sembrano dire che Cloris è ancora viva. I giorni diventano settimane; la polizia è alla ricerca di un molestatore-rapitore di bambine che sembra aver trovato rifugio nella stessa foresta; Cloris è sempre più debole, affamata, diminuita dal freddo; Debra sempre più ostinata. Qualcosa deve succedere.

Drammatico e umoristico, ricco di sfumature, svolte e sorprese, "Tutto il bene che si può "è il romanzo della sorprendente capacità di adattamento di persone normali in circostanze straordinarie. Ci offre due personaggi memorabili che col loro piccolo eroismo ci ricordano che sopravvivere non basta: per restare umani ci vogliono compassione e dignità.

“Ero arrivata alla fine di un mondo, su quell’aeroplanino, e in quella calma innaturale mi calai dallo squarcio e venni alla luce di nuovo in un altro mondo.”

 

Il titolo del romanzo d’esordio di Rye Curtis, Kingdomtide, che nella versione italiana diventa “Tutto il bene che si può“, sebbene non trovi un corrispettivo nella nostra lingua, aiuta comunque a capire meglio quali siano le basi sulla quale si fonda l’intera storia e il messaggio sottesa ad essa. Nella vecchia liturgia delle chiese protestanti, in particolare di quella dei Metodisti, il Kingdomtide era una vera e propria stagione, che iniziava la prima domenica più vicina al 31 agosto e si protraeva per tutto l’autunno, fino alla fine di novembre (più o meno il lasso temporale dell’avventura di una delle protagoniste), per sottolineare i valori e la gloria del regno di Dio.

E, non a caso, è proprio il 31 agosto del 1986 che, all’età di settantadue anni, Cloris Waldrip ci racconta di essere letteralmente caduta dal cielo, quando il Cesna 340, sul quale viaggiava insieme al marito, si schiantò sulle montagne dei Bitterroot, durante un volo privato che doveva condurli in una casetta che avevano affittato nella Foresta Nazionale, sul confine tra il Montana e l’Idaho. È a partire da questo tragico evento, dove i particolari diventano parte indissolubile della scenografia (rimane impresso, ad esempio, il pezzetto di gelatina sul mento del signor Waldrip che Cloris continua a notare e a ricordare anche dopo che il cadavere del marito è rimasto impigliato sulla cima di un grosso abete), che inizia il cammino della sopravvissuta Cloris Waldrip verso la salvezza.

Ora, ricoverata in una casa di riposo, Cloris ripercorre con la memoria le sue avventure e i suoi pensieri di quando si era ritrovata a sopravvivere per tre mesi in una natura selvaggia, dominata dai boschi, dagli animali selvatici e in lotta per raggiungere la società civile. Il suo racconto è quello di una donna pragmatica e di un personaggio sorprendentemente ben definito: è una signora anziana d’altri tempi che, al momento dell’incidente, veste una gonna marrone e una camicetta bianca e indossa comode scarpe da ginnastica, moralmente e religiosamente attaccata alle convenzioni della sua classe sociale e alla sua chiesa, la Prima Metodista, sempre pronta, con una punta di humor, a mettere in risalto le idiosincrasie delle altre donne della comunità. Ma è dotata anche, con sua stessa sorpresa, di una grande forza interiore che le ha permesso di sopravvivere senza alcun mezzo a disposizione se non il provvidenziale aiuto di una strana figura, la cui identità verrà rivelata solo alla fine del romanzo.

Pertanto, mi sembra che l’incidente aereo equivalga, nell’economia della storia, ad una sorta di rinascita e il dover misurarsi con gli elementi della natura rappresenti il momento in cui guardare, con un certo distacco, alle proprie convinzioni e alla propria vita passata.

In contrasto alla narrazione di Cloris, si alterna la presenza, raccontata in terza persona, di Debra Lewis, un personaggio complesso, problematico e quasi decadente. Debra è un ranger del Parco Nazionale dei Bitterroot, l’unica che, contro ogni logica, continua a cercare Cloris quando le squadre di soccorso, capitanate dall’agente Bloor, pur rinvenendo alcune tracce, lasciano intendere che le possibilità di trovarla ancora viva siano inesistenti. Il ranger Lewis, che dovrebbe al contrario impegnarsi nel rintracciare un uomo ricercato dall’FBI per il rapimento di una ragazzina e che si sospetta sia nascosto in qualche angolo della sconfinata foresta, viene descritto come una donna di quasi quarant’anni, tradita da un marito poligamo, prostrata dalla solitudine, che condivide con il collega Claude (un tipo particolare che, dopo aver sfiorato la morte per assideramento, continua a cercare un fantasma femminile che infesta i boschi della zona) e l’amico di questi, Pete (un cineoperatore, capitato da quelle parti per ritrovare se stesso dopo un periodo di disagio psicologico, dovuto al fallimento del suo matrimonio).

Ma anche in Debra Lewis, seppur annebbiata dal vino che trangugia dal suo thermos in ogni momento della giornata, c’è una forza che si traduce nella determinazione di continuare nelle ricerche, confortata anche dalla vicinanza della figlia di Bloor, Jill, una diciottenne problematica di cui pensa di essersi innamorata.

È forse proprio dalle differenze di carattere e di vita che Cloris e Debra raffigurano una lo specchio distorto dell’altra, poiché entrambe sono animate da una forza interiore che possiamo individuare nella resistenza e nella resilienza umana che spinge ad andare avanti, nonostante le difficoltà rappresentate dall’ambiente naturale e dai rapporti umani.

Penso che Tutto il bene che si può sia un romanzo capace di creare un mondo nel quale il lettore viene risucchiato, soprattutto grazie ai personaggi che, psicologicamente ben definiti, emergono reali dalle pagine. L’alternanza delle due voci, quella di Cloris e quella di Debra, e l’atmosfera fisica della “wilderness” dei monti Bitterroot creano una suspense che trascina letteralmente nei meccanismi della vicenda, rendendo la narrazione un “unicum” fuori dal comune e particolarmente originale. Rimane, dunque, al lettore il quesito se veramente nella natura incontaminata e sede di forze ataviche, vi sia per l’essere umano la possibilità di rinascita e di un modo diverso di guardare alla propria vita.

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