Tra le vite di Londra
#2
Autobiografia
Sellerio editore Palermo
16 aprile 2015
cartaceo, ebook
423
La Londra che non c'è più. La città proletaria e miserabile dei docks del Tamigi pieni di barche e affollati scaricatori; le misere stanze sovraccariche di avventure do Poplar o della Isle of Dogs: gli orfani e i vecchi su cui incombe lo spettro degli ospizi di mendicità di dickensiana memoria, ancora, negli anni Cinquanta del novecento; la lingua, l'orgoglio,, la civiltà, forse, Cockney: vite di Londra come le ha viste e racconta la giovanissima levatrice laica andata a lavorare tra le suore di Nonnatus House.
In questo secondo, "Tra le vite di Londra", dopo il primo volume "Chiamate la levatrice", la memoria dell'infermiera Jenny continua a dipingere, come un pennello forte e gentile, l'affresco dell'East End londinese quand'era povero. Il tempo è quello in cui il Sistema Sanitario Nazionale muoveva i primi passi contro la grande disgregazione.
Molte sono le storie e i ritratti che accendono tutta la gamma del realismo, dalla commozione alla comicità. Così nel racconto l'eroismo delle giovani operatrici si accompagna ai retroscena teneri e maliziosi delle loro vite private; il pathos della denuncia sociale non manca del colore ironico dato dalle stravaganze delle suore benigne del convento: e sempre la verve narrativa fa sentire sotto ogni parola comunque la curiosità di chi ama la vita.
“Tra le vite di Londra” è il secondo capitolo della serie dedicata ai ricordi dell’infermiera levatrice Jennifer Lee (all’epoca nubile), autrice di questi scritti. Sono gli anni Cinquanta e siamo a Londra, nei quartieri popolari. Jenny vive alla Nonnatus House con altre giovani operatrici come lei. Si tratta di un convento dove le suore non sono solamente sorelle religiose, ma anche esperte infermiere presso le quali Jenny e le sue colleghe si sono formate.
“Erano donne piene di vita che avevano visto tutto, vissuto, amato e sofferto fino in fondo pur rimanendo fedeli alla loro vocazione”.
Esse operano al servizio dei bisognosi, residenti nei quartieri popolari. In questo secondo volume, si narra di ospizi per i poveri e per gli orfani. Uno spettro che incombeva sulle famiglie indigenti e del quale Jennifer Worth ha raccolto concrete testimonianze.
“La consapevolezza del rifiuto, di non essere voluto, è la sensazione più terribile con cui si possa convivere, e un bambino rifiutato di solito non riesce mai a superare il trauma”
Jenny è giovane e sempre entusiasta del proprio lavoro. È cresciuta e maturata, sia professionalmente che umanamente. Eppure non smette mai di imparare, osservando l’esperta Sorella Julienne, direttrice del convento dove vive con le altre giovani infermiere. Ha grande stima di lei, delle sue capacità, della sua etica professionale, oltre che del suo senso della giustizia, che va a pari passo con la bontà del suo cuore. Sorella Julienne sa sempre cosa fare e cosa è meglio per tutti. Ogni volta che la giovane ha un dubbio, confida sempre nell’esperienza e nella comprensione della Superiora. Sorella Julienne, a sua volta, apprezza quella ragazza così sincera e umile, che non si risparmia mai quando si tratta di prestare soccorso a qualcuno in difficoltà. Nel convento vive anche l’anziana Sorella Monica Joan.
Sorella Monica Joan discende da una nobile famiglia alla quale si è ribellata in gioventù, decidendo di diventare infermiera. I suoi modi sono spesso bruschi, il suo cervello appare frequentemente ottenebrato dall’età avanzata, ma, poiché è estremamente intelligente e astuta, molti dubitano sia solo finzione. Eppure, si renderà protagonista di un evento increscioso che metterà in crisi l’intero convento.
Jane è una donna che ha meno di quarant’anni, ma ne dimostra di più, pur portando su di sé i segni di una trascorsa bellezza. Lavora come aiutante delle suore nel convento. Le vengono affidate mansioni semplici poiché appare piuttosto goffa e impacciata nei movimenti, questo la porta a combinare qualche pasticcio. Parla poco e spesso si perde nei propri pensieri. È ingenua come una bambina, fortemente insicura e tendenzialmente diffidente. È cresciuta in un ospizio, dove si vociferava che la madre fosse una cameriera sedotta dal suo signore e poi cacciata una volta scoperta la loro tresca. E qualcuno sussurrava che Jane fosse il frutto di quella relazione…
“Non si stancava mai di fantasticare su suo padre, Parlava con lui e lui con lei” – Tra le vite di Londra
Anche Peggy lavora in convento. È l’unica amica di Jane poiché sono cresciute insieme all’ospizio. Peggy è un po’ più giovane di Jane, minuta, bionda e graziosa. Una creatura semplice e gentile, alla quale per essere felice basta poco: il suo lavoro e suo fratello Frank.
Frank è colui che fornisce il pesce al convento e a molti altri clienti. Un uomo gentile, che ha saputo superare i traumi della vita aggrappandosi alla speranza di ricongiungersi a Peggy, poiché separati in tenera età. Una volta tornati a vivere sotto lo stesso tetto, due hanno sviluppato un rapporto di reciproca dipendenza.
“La sua felicità era stata perfetta e completa, l’aveva sempre saputo. E non si sarebbe certo separata da lui adesso”
E che dire di Mr Collett? Un anziano, solo al mondo, che ha vissuto un’infanzia di privazioni, si è arruolato, ha combattuto per il suo paese, si è innamorato, sposato ed è diventato padre. E ha sofferto. È rimasto senza nessuno al mondo, sopportando la solitudine con stoicismo e rassegnazione. I suoi momenti migliori sono quelli nei quali riceve l’infermiera Jenny per la medicazione e le racconta della sua vita passata. Prova grande considerazione per la giovane, la tratta con estrema gentilezza ed educazione, nonostante viva nel degrado. E la ragazza supera la repulsione per gli insetti, che circolano nell’appartamento per la sporcizia che lo caratterizza, grazie all’affetto che nasce nel suo cuore per quell’uomo tanto solo, dalla storia così interessante.
“Quando vai a casa di qualcuno tutti i giorni, per diversi mesi, non riesci più a vederlo solo come un paziente ma cominci a conoscerlo come persona”
Questa è la seconda uscita del memoir dell’infermiera Jennifer Worth, che ha avuto inizio con “Chiamate la levatrice“. In “Tra le vite di Londra”, l’autrice si concentra soprattutto sulla vita delle persone che la circondano anziché sulle vicende delle partorienti che segue. Attraverso questi racconti, l’autrice introduce uno spaccato storico sociale dell’Inghilterra di quel periodo, gli anni Cinquanta. Un Sistema Sanitario Statale ancora acerbo e lacunoso e la dura realtà degli ospizi per gli indigenti o per anziani soli, chiusi negli anni Trenta, ma comunque funzionanti poiché orfani e bisognosi erano comunque numerosi.
Il racconto avviene in prima persona attraverso la voce dell’autrice, utilizza un linguaggio comprensibile, che rende la lettura scorrevole. Poiché gli argomenti trattati sono coinvolgenti e il contesto storico interessante, il ritmo di lettura è rapido.
“Oggi gli ospizi per i poveri sembrano un ricordo lontano, ma crescere in uno di quegli istituti ebbe conseguenze inimmaginabili sulle vite di bambini come Jane, Peggy e Frank”
Lo stile richiama, in parte, quello giornalistico. Sono riportati fatti realmente accaduti, che l’autrice riesce a narrare con fedeltà ma, nello stesso tempo, con grande tatto poiché gli argomenti sono assai drammatici, a volte incresciosi. L’autrice riesce a trametterne la gravità senza indugiare in particolari o caricarli di pathos. La delicatezza della sua narrazione è uno dei suoi punti di forza.
I veri protagonisti sono povertà, degrado, ignoranza e indifferenza. Una storia coinvolgente, che non manca di commuovere e, tra una tragedia e l’altra, Jennifer riporta qualche aneddoto divertente, che ci regala un sorriso, alleggerendo l’atmosfera.
Se avete amato “Chiamate la levatrice”, non potete perdervi “Tra le vite di Londra”! Sorriderete, vi indignerete e vi commuoverete. Sono certa che le storie dei protagonisti vi appassioneranno, penserete a Jenny e alle Sorelle come a delle vecchie amiche che non vedrete l’ora di incontrare di nuovo.
Amate le storie vere che narrano di una società ormai estinta?
5 stelle ⭐⭐⭐⭐⭐