Libri,  Recensioni

Recensione: “Tornare a casa” di Dörte Hansen, Fazi editore

Tornare a casa Book Cover Tornare a casa
Dörte Hansen
Narrativa contemporanea
Fazi Editore
25 giugno 2020
cartaceo, ebook
439

Quando un bambino nasce in un paesino di provincia dove di bellezza non c’è neanche l’ombra, è figlio di una ragazzina affetta da ritardo mentale e fin da piccolissimo viene messo in piedi su una cassa a spillare birra al bancone di una locanda, il fatto che da adolescente frequenti il liceo è piuttosto sorprendente; se poi diventa un professore universitario e decide di lasciarsi tutto alle spalle, l’evento è più unico che raro, e in paese c’è chi lo vive come un tradimento. Nel momento in cui, alla soglia dei cinquant’anni, l’uomo fugge da una vita accademica insoddisfacente e da un’ambigua convivenza a tre in un appartamento in cui non si diventa mai adulti per tornare a casa e prendersi cura dei nonni – Sönke, l’oste arroccato nella sua locanda semi abbandonata, ed Ella, che la vecchiaia ha reso capricciosa e imprevedibile -, due realtà apparentemente inconciliabili si scontrano, dando vita a una crepa profonda dalla quale tutto torna a galla. Il ritorno a Brinkebüll diventa così un’occasione per riscoprirsi e reinventarsi: ci sono conti da saldare, ruoli da invertire e tante tappe da rivisitare prima di muovere il primo passo verso il cambiamento. Il contrasto fra due mondi, il nostro passato e il nostro presente, le famiglie da cui proveniamo e quelle che ci siamo scelti, è la sostanza da cui germoglia questo romanzo, che racconta l’evoluzione di un paesino e i destini individuali dei suoi abitanti con dolcezza, ironia sottile e una vena di malinconia.

“Il paese, quella terra, se la cavava anche senza di lui…Il vento era lo stesso di sempre. Affilava le pietre e scuoteva gli alberi, piegava le schiene. Neanche quel vento antico si curava di cosa facevano le persone, se si fermavano lì o passavano oltre. Quel posto se ne infischiava totalmente dell’inezia umana”

 

In questo romanzo l’autrice, servendosi della storia di una famiglia in particolare, dà vita a un bellissimo quadro nel quale il protagonista principale è il paese dove si svolgono le vicende,  Brinkebüll,  dove per generazioni i Feddersen (la famiglia in questione) hanno abitato.

Il libro inizia mettendo in evidenza la figura di Marret Feddersen, figlia di Sönke e Ella, i proprietari della locanda del paese, centro di aggregazione e di svago per  gli abitanti.

“La prima estate senza cicogne fu un segno, e quando in autunno gli spinarelli dal ventre bianco presero a galleggiare nell’acquitrino, anche quello fu un segno. «È la fine del mondo», diceva Marret Feddersen e ne vedeva i segni dappertutto.”

Marret è una ragazza affetta da un grave ritardo mentale che però non le impedisce di vivere la vita come più le aggrada. Passa le giornate a cantare, a predire la fine del mondo e a rifugiarsi in qualche angolo di natura che magari gli altri neanche notano, ma che per lei è pieno di meraviglie. Tutti conoscono Marret nel paese, sanno che è innocua e nessuno si sognerebbe di approfittare del suo handicap.

Per questo quando a diciasette anni rimane incinta i sospetti si dirigono immediatamente verso degli ingegneri ormai lontani, che hanno soggiornato a Brinkebüll per alcuni mesi. Saranno i nonni a crescere il piccolo Ingwer. Nonostante l’oste inizialmente sembri infastidito per l’arrivo di quel nipote non programmato, ben presto comincia ad affezionarsi a lui al punto da vederlo come un segno dal Cielo.

Sönke Feddersen ha dei conti in sospeso con la sua coscienza. Quando Marret viene alla luce capisce subito che non è sua, ma fa finta di nulla. Questa è la punizione per aver ucciso degli uomini in guerra, ne è sicuro, ma va bene così: deve redimersi dalle sue colpe.

Ora finalmente il perdono sembra essere arrivato. Quel bimbo di cui si deve occupare sarà il suo erede, colui che porterà avanti la sua locanda una volta cresciuto. Ma Ingwer, contrariamente a ciò che il vecchio si aspetta da lui, decide di studiare e laurearsi in archeologia, lasciando il paese per andare in città. Tornerà a vivere con i suoi nonni alla soglia dei cinquant’anni, ma troverà un paese completamente cambiato , che cerca di adattarsi ai tempi per sopravvivere.

Anche lui è cambiato, non è più il ragazzo che era partito da lì tanti anni prima. Ora è un uomo che però non ha ancora le idee ben chiare sul suo futuro. Sa solo che il legame con la terra che ha calpestato nella sua infanzia è forte e che forse lì troverà la forza di capire cosa veramente vuole dalla vita

“Sembrava essere fatto della stessa sostanza di quelle terre. Un uomo morenico, scalfito, segnato nell’anima dall’azione di antichi ghiacciai, del vento e della pioggia”

 

 

Questo è un bellissimo libro, pieno di sentimenti che però non vengono sbandierati e messi nero su bianco quasi dandoli per scontati. L’autrice ce li mostra delicatamente, ce li fa scoprire, intuire, attraverso le descrizioni dei suoi personaggi che ho trovato sempre squisitamente naturali. I pregi, i difetti di ognuno vengono mostrati senza giudizio, tutti i soggetti descritti sono unici e belli anche nelle loro mancanze.

Tra le figure che più ho apprezzato spicca senza dubbio quella del maestro Steensen, un uomo solitario, ma con idee ben precise in testa. Un uomo con mille difetti, ma che ama il suo lavoro e la terra dove abita quasi quanto la sua stessa vita. Un educatore dai modi un po’ bruschi, ma in grado di capire i bambini che ha davanti che cerca di spronare per quanto può

“Il maestro Steensen non rideva, lui capiva che per Gönke Boysen leggere era una strategia di sopravvivenza…era il peggior caso di solitudine che…avesse mai visto in vita sua, e lui di solitudine ne sapeva qualcosa”

Ma anche la figura dell’oste, di Marret, sono veramente ben definite e calate nel contesto. E poi c’è Ingwer che mi ha commossa con le sue attenzioni nei confronti dei suoi nonni, mostrando un animo sensibile e attento ai problemi che sopraggiungono con l’avanzare dell’età.

 

E in ogni pagina ritroviamo il paese che si infiltra nell’anima di ognuno dei suoi figli, modellandola e imprimendo in essa sentimenti che li accompagneranno per tutta la vita. Chi lì è nato e vissuto non potrà mai dimenticare quei luoghi senza perdere una parte di sé. Il paese pare respirare con i suoi abitanti, adattarsi al futuro come le persone che lo popolano che però manterranno negli occhi e nel cuore la nostalgia del passato.

Ci sarebbe davvero ancora tanto da dire su questo romanzo che offre al lettore tantissimi spunti di riflessione. Ma mi fermo qui, voglio che ve lo godiate parola per parola come ho fatto io alterandomi con Ingwer, correndo col vento con Marret e ballando con Ella e Sönke sulle note di una canzone di Heidi Brul nella locanda vuota la notte di Natale.

 

Sahira

Sono emozione e di essa mi nutro trovando scialbo ciò che non colora, Sono emozione che con la penna divora il bianco candido di un libro vissuto…

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: