Tanto domani muori
Romanzo di formazione
Harper Collins
20 gennaio 2026
ebook, cartaceo
176
“Casa auto lavoro / tanto domani muori”. È scritto su un muro poco lontano dalla ferrovia, nella periferia nord di Milano, vicino a casa di Anna, che ha sei anni e un rumore che le abita la testa, un cubo che rotola nel buio mentre nella stanza accanto il padre russa e la madre veglia i propri fantasmi. Al terzo piano dell’edificio in klinker marrone dove abitano, Anna osserva i suoi genitori consumarsi. È figlia di un operaio, Nino, che sognava di fare il calciatore e ora cerca la felicità nelle cose semplici, e di Adriana, che è nata in Toscana, vicino al mare, non lavora ed è segnata da una malinconia che non trova nome né sollievo, dalla costante paura della disgrazia. Una disgrazia annunciata durante l’infanzia dalla Canuta, una sorta di spettro che popola incubi e racconti familiari.
Accanto a loro Anna cresce, la bambina introversa e accondiscendente si trasforma in un’adolescente piena di domande, in cerca di una voce che non sia solo eco del mondo da cui proviene, mentre gli anni Settanta trasformano il Paese. Finché le crepe del mondo si spalancano anche nella sua vita, e la tragedia, che sua madre da sempre attendeva, diventa realtà.
Antiniska Pozzi ha la voce di chi è abituata a scrivere poesia, e si vede. Tanto domani muori è un libro prezioso, per la lingua, lirica e capace di colpire al cuore chi legge, per la ricostruzione di un mondo familiare e il passaggio di un’epoca, per la capacità di trasformare il dolore in arte e un romanzo di formazione in un racconto universale, in una riflessione al tempo stesso intima e politica sull’appartenenza, il lutto, il riscatto, simbolo di un’intera generazione sospesa tra sacrificio e desiderio di futuro.
“
Tanto domani muori” di Antiniska Pozzi, edito da Harper Collins il 20 gennaio 2026, è un libro che ho divorato in una fredda serata di gennaio, mentre fuori dalla mia stanza si sentiva solo il rumore della fitta pioggia, che aveva inghiottito i rumori e i colori della mia città.
Lo stesso freddo e le stesse mancanze che facevano capolino dall’esterno, erano tra quelle pagine: un racconto in cui non c’è spazio per il ristoro o l’ accoglienza.
L’autrice scolpisce con le sue parole la periferia in cui vive Anna; dipinge la sua famiglia e modella la sua protagonista.
Una ragazza prima e una donna poi, che cerca la perfezione nel linguaggio: “l’italiano di Ludovico e dei suoi genitori sembra ad Anna una lingua diversa da quella che circola in casa sua” e avverte “una povertà più subdola, non una penuria di cibo, ma di visione e di possibilità”.
Anna non vede intorno a lei quella perfezione che ritrova in Ludovico, il suo primo e forse grande amore, nella perfida Michelina o in loro.
Quelli che “sembrano sempre così giusti, che sanno come vestirsi, di cosa parlare, hanno letto tutti i libri che bisogna aver letto”.
Come se fosse impossibile essere al di là di ciò che raccontano i nostri geni, la perfezione per Anna è una caratteristica del corredo genetico e la sua imperfezione le viene sbattuta in faccia continuamente. Con le tre orrende trecce con cui sua madre si ostina ad acconciarle i capelli, con i suoi pantaloni e scarpe senza marca. Anna non comprende che a mancarle non è la perfezione, ma il coraggio di essere ciò che è e di vedere ciò che potrebbe diventare.
I personaggi di Antiniska Pozzi parlano attraverso i loro corpi.
CORPI CHE PARLANO DI FALLIMENTO
«La mia mamma ha un naso, due occhi e una bocca. Poi ha due braccia e due gambe, e un corpo. Questo corpo appartiene alla specie delle femmine… »
Così Anna descrive la sua mamma. Una sagoma di cartone, perché lei non conosce quella donna e non la conoscerà mai; quando inizierà a porsi delle domande sarà troppo tardi.
I genitori di Anna: Nino e Adriana, sono due corpi che parlano di occasioni sprecate.
Adriana è stata “la variabile pronta a spostare l’esistenza“ di Nino, per lei ha lasciato sbiadire il sogno di giocare a calcio, fino a diventare un semplice sport praticato da altri. Resta un argomento di conversazione servile con un datore di lavoro, quell’amico che non si preoccupa di te, che ti lascia gli avanzi e che continua a usarti per lavori che non potresti svolgere.
“In un attimo dentro questo appartamento ci sono un operaio pagato in nero e una casalinga con una depressione strisciante mal curata, e tre figli da tirar su che fanno baccano..”
Si convince che il suo posto sia ai margini. Per molto tempo tace a scuola, perché la sua lingua e il suo dialetto, rivelano la sua vera natura. Il suo corpo parla per lei e non c’è speranza di fuga. Non prova rabbia, è rassegnata a tutto ciò che non sa e a quello che non potrà mai essere.
Anna resta un personaggio per cui è difficile provare empatia.
Anche quando resta “figlia di un padre che non c’è più” o quando si lascia trascinare nella vita di Ludovico accontentandosi di un uomo che la vuole rimpicciolita nel ruolo di amante.
Lei
non dimentica mai il suo passato, lo trascina in tutte le pagine.
Eppure, lo avverti, lo vedi che in Anna c’è una furia revisionista che aspetta solo di venir fuori. Vorresti leggere nelle ultime pagine che nel 2022 Anna oltre ad avere due figli bellissimi, è diventata una donna capace di ballare da sola a una festa. Invece lei resta sempre così: “spezzata a metà, tra il mondo a cui vorrebbe appartenere e il mondo da cui viene, figlia di Nino, amante di Ludovico”.
CASA AUTO LAVORO, TANTO DOMANI MUORI
Tanto domani muori, è un romanzo potente che parla di mancanze, di sagome di cartone e di imperfezione.
Anna non vuole essere vista, eppure per il lettore diventa così reale che vorresti afferrarla per le spalle, scuoterla e dirle che le sue radici sono seccate, che non si può riparare il passato e che la storia della sua famiglia non deve essere per forza la sua. Vorresti vederla sorridere, che raccontasse dei suoi figli e che quella ragazzina inquieta sempre inadatta, la smettesse di tormentarla.
Invece lei resta così.
Sfugge a qualsiasi tentativo di revisione.
Anna di Antiniska Pozzi non mi piace.
É una persona rassegnata, ma le 176 pagine che parlano di lei mi sono rimaste addosso, come la pioggia di quella sera.