Suicidi. Racconti di quelli che ce l'hanno fatta.
Raccolta di racconti
Effigi
7 gennaio 2026
Cartaceo
236
Suicidi - Racconti di quelli che ce l'hanno fatta è una raccolta di dieci storie che esplorano con coraggio e sensibilità uno dei temi più delicati dell'esistenza umana. L'autrice accompagna il lettore attraverso narrazioni intense che si muovono sul confine tra fragilità e scelta, tra dolore e lucidità, dando voce a chi resta e a chi decide di andarsene. Ogni racconto indaga le zone più vulnerabili dell'animo umano: l'abbandono, la vergogna, la solitudine, il fallimento e il senso di colpa. Tra le pagine emergono figure indimenticabili: una ragazza che cerca di riappropriarsi della propria identità dopo un amore tossico, un giovane schiacciato dal peso delle aspettative universitarie, un migrante la cui solitudine diventa una resa silenziosa, una madre carcerata intrappolata tra giustizia e sofferenza umana. Con rispetto e profonda partecipazione, l'autrice trasforma la morte da tabù in punto di osservazione privilegiato, da cui guardare la vita nella sua verità più autentica, imperfetta e vulnerabile. Un'opera di grande compassione che delinea una mappa delle fragilità esistenziali contemporanee.
“Suicidi. Racconti di quelli che ce l’hanno fatta“ è una raccolta di racconti dell’autrice Maria Antonietta Montella edita da Effigi.
A essere narrate, in questo libro, sono dieci storie di suicidi, le cui vittime sono tutte diverse per sesso, età e modo di porre fine alla propria vita. Ogni racconto è suddiviso in 5 atti: il fatto, la cura meticolosa della preparazione, i commenti di coloro che restano, la causa, la decisione.

Analisi
La scrittura è scorrevole, il ritmo veloce e il linguaggio semplice, perciò il tempo di lettura è molto breve. L’elemento che ho apprezzato maggiormente è la citazione che introduce ogni racconto, mentre quello che mi è piaciuto meno è un’omissione, ossia la mancanza della punteggiatura nei discorsi diretti. Tante volte, durante la narrazione, entra in gioco un dialogo, introdotto senza caporali, ma quando sono più persone a parlare, il testo diventa caotico, confusionario, faticoso da seguire, perciò si finisce per allontanarsi dalla storia, cercando di cogliere chi dice cosa. Le parole pronunciate, mischiandosi nel flusso della narrazione e confondendosi in una pagina visivamente piatta, sembrano perdere potenza, significato, spessore.
Commento personale
Per quanto questo tema mi stia particolarmente a cuore non sono riuscita a capire appieno alcune scelte, a partire da quella stilistica, né a comprenderne il messaggio. Il sottotitolo sembra lasciare presagire qualcosa di positivo. Immaginavo non un lieto fine ma almeno un messaggio di speranza, un monito, una strategia alternativa a questa soluzione, che, invece, sembra essere persino legittimata come se fosse l’unica possibile. Quel sottotitolo risuona quasi come qualcosa di macabro. Rappresenta proprio quell’essere riusciti nel proprio intento, l’aver portato a termine il proprio piano e aver fatto in modo che quel suicidio sia effettivamente andato a buon fine. Il sottotitolo mi ha lasciato, perciò, un bel po’ di perplessità.
Più che una lettura che fa passare la voglia di togliersi la vita sembra, invece, che fornisca, a coloro che stanno pensando di farla finita, ulteriori spunti e modi per morire, descrivendo con precisione dettagli che magari non si conoscevano in precedenza.
Considerazioni
In “Suicidi” ho trovato razionalità più che follia e poche emozioni che non mi hanno portato a entrare in empatia con i personaggi, forse perché, in fondo, le loro vite vengono appena accennate. Sono riportati pochi elementi non approfonditi, che non lasciano comprendere pienamente tutta la disperazione che li ha condotti a compiere un simile gesto.
Forse si vuole rimanere imparziali ed esimersi da giudizi. Forse si è voluto raccontare i fatti a discapito dei sentimenti che hanno portato a questa scelta, erigendo delle barriere tra il protagonista e tutto quello che c’è intorno, ma rimane un problema: c’è poca anima. La scelta stilistica forse ha posto delle barriere ancora più alte tra il fatto e i sentimenti, a volte, si percepisce quasi del cinismo.
Riflessioni
Ogni essere umano ha dei problemi e si è trovato almeno una volta in uno stato di sofferenza tale da pensare che sarebbe molto più facile se tutto finisse. Forse perché non si ha più la forza di lottare o non si vuole rischiare di trovare ancora una situazione simile lungo il proprio cammino. C’è chi riesce a superare quel dolore, chi lo sopporta e chi invece non ce la fa e compie l’insano gesto.
Nessuno dovrebbe dare giudizi, ma quello che non mi è piaciuto è che si faccia passare il suicidio come qualcosa di estremamente normale, naturale. Come già detto, sembra quasi che lo si voglia approvare e che chi abbia voglia di farla finita qui possa trovare ampia scelta su quale metodo faccia più al caso suo. Forse sarebbe stato opportuno un prologo o un epilogo, magari una prefazione da parte di un esperto che aiutasse, soprattutto chi si appresta a una lettura di questo tipo per un motivo ben preciso, a cercare delle risposte. per supportarlo, perché non arrivi a tanto ma cerchi una via d’uscita.
Conclusioni
In “Suicidi” ci sono racconti che lasciano perplessi perché non c’è umanità non c’è disperazione, tutto viene raccontato in modo distaccato e fatto passare come qualcosa di semplice da attuare.
Quello che colpisce è anche il modo in cui reagiscono le persone, amici, familiari, conoscenti, dopo aver appreso la notizia o addirittura dopo aver visto la raccapricciante scena. D’altronde se ci fosse stato da parte loro una maggiore attenzione probabilmente il loro familiare o il loro amico non si sarebbe tolto la vita. C’è tanta freddezza e insensibilità nelle loro parole. Ogni volta si ritrovano a chiacchierare, fare pettegolezzi, sbeffeggiare la vittima o persino a fare discorsi egoistici, come avviene nel primo racconto:
“Che bella vacanza, ce la ricorderemo.”
o fuori luogo, come nel secondo:
“Che hai fatto? Perché figlio mio?
Ha voluto farci del male. Tutto qui.
Se ti avessi tra le mani ti darei tutte le botte che non ti ho mai dato dalla rabbia che mi fai.”
In “Suicidi” mi sarebbe piaciuto avere a disposizione più particolari della vita di questi protagonisti, conoscere la loro sofferenza per poter provare la stessa sensazione e non solo sapere dettagli sull’estremo gesto. Chi arriva a fare una cosa del genere non può pensare solo quello che è scritto in queste pagine. Forse non lo sapremo mai che cosa passa davvero nella mente di chi si suicida, le poche parole scritte su un biglietto o gli atteggiamenti prima di compiere quell’atto non sempre lasciano trasparire l’effettivo stato d’animo che solo chi lo sta vivendo può conoscere, ma avrei almeno tentato, provato a descriverlo in un qualche modo.
Magari, però, si tratta di una scelta ben precisa dell’autrice. Forse era così che voleva raccontare questi tragici episodi, attenendosi ai fatti, in modo asettico, distante, privo di emozioni. È per questo, oltre che per il rispetto che nutro verso il tema trattato e verso tutti coloro che si trovano in una situazione di estrema sofferenza e non riescono a vedere altra soluzione, che do tale valutazione.