Libri,  Narrativa contemporanea

Recensione: Su questa Pietra di Sergio Ramazzotti, Mondadori.

Su questa pietra, storia di un uomo che andava a morire Book Cover Su questa pietra, storia di un uomo che andava a morire
Sergio Ramazzotti
Narrativa contemporanea
Mondadori
19 Marzo 2019
Cartaceo , ebook
168

Durante il suo lavoro di fotografo e reporter, Sergio si imbatte in un’occasione inaspettata e spiazzante: accompagnare in Svizzera una persona che sta andando a morire. L’uomo, affetto da una grave malattia neurodegenerativa, ha deciso di ricorrere al suicidio assistito e, dopo una lunga trafila medica e burocratica, ha finalmente ottenuto la “luce verde”, il permesso di morire. Vuole che Sergio racconti la sua storia, quella di chi è “costretto a umiliarsi, viaggiando lontano da casa come una specie di clandestino, per poter esercitare fino alle estreme conseguenze il proprio sacrosanto diritto al libero arbitrio, che nel nostro paese ci viene negato”. Ma non vuole avere un nome né un volto, nessuno deve poterlo riconoscere. Di fatto, per Sergio significherebbe trascorrere con lui le sue ultime quarantotto ore sulla Terra.

 

“Charles Bukowski aveva scritto che se state a fissare a lungo le scarpe di un morto finirete per impazzire. […] Aveva ragione”

 

Su questa Pietra è un docufotolibro (termine di, mia, pura fantasia!) scritto da Sergio Ramazzotti, fotogiornalista che aveva scelto, assieme al suo team, di affrontare l’argomento del suicidio assistito accompagnando una persona nel suo ultimo viaggio verso la Svizzera. E così scrive ciò che è successo in quelle quarantacinque ore trascorse dal loro primo incontro fino all’ultimo respiro della persona.

Non si limita ad una semplice cronistoria, in questo libro vengono “snocciolati” moltissimi temi in stretta connessione con la tematica principale, come l’aspetto legislativo a proposito del quale ci tengo a riportare un breve passaggio:

“ Articolo 115 del Codice Penale: Chiunque per motivi egoistici istiga alcuno al suicidio o gli presta aiuto è punito, se il suicidio è stato consumato o tentato, con una pena detentiva sino a cinque anni o con una pena pecuniaria. Sono trentacinque parole in tutto, al giorno d’oggi in Italia non sarebbero bastate nemmeno per il titolo”

E con quelle trentacinque parole Sergio ci fa i conti, innumerevoli volte, domandandosi costantemente quale fosse la sua posizione nei confronti della persona che stava “solamente” accompagnando, ne vaglia tutte le prospettive immaginabili, sonda tutti gli anfratti bui della questione, facendoti sentire partecipe delle sue perplessità tanto da farti percepire la necessità di porti le sue stesse domande, come se il fotogiornalista fossi tu.

Altrettanto splendide sono le descrizioni delle fotografie che scatta durante il viaggio. L’ho definito “docufotolibro” non a caso anche se  di immagini in questo testo non ne troverete; Sergio, con una padronanza splendida della scrittura, descrive con tanto sentimento quegli scatti che diventano vividi nella mente, dando una stupenda sensazione che spiazza e stupisce. Si è soliti estrapolare il sentimento dietro l’immagine, o immaginarsi un contesto leggendone la descrizione. Lui non descrive semplicemente lo scatto, ci mette tutto se stesso, rendendo un’immagine ad altissima risoluzione così vera da stringere il cuore.

Spiega quale sia l’iter attraverso cui si accede a questo “servizio”, in modo estremamente pragmatico elenca le varie fasi della procedura e descrive le famose “Cliniche Svizzere”.

Si pone una quantità sconcertante di domande, di ordine non solo etico e fornisce anche moltissime risposte, logicamente estrapolate da una qualche dottrina (religiosa, legislativa, scientifica, storica…) ma le sue domande personali restano in ogni caso senza risposta o soppiantate da nuovi quesiti.

 

 

Ho impiegato un tempo a dir poco assurdamente lungo per prendere la decisione di mettermi a scrivere la recensione di questo libro.

Il perché è semplicissimo. Paura.

Questo libro è andato a toccare uno dei miei tasti più dolenti, la paura della morte.

Tutti gli esseri umani temono di morire, anche se è un dato di fatto incontrovertibile.

Svariate discipline decantano la prosecuzione della vita dopo la morte; siccome la versione Cristiana poco mi aggradava, ho passato gran parte della mia vita a cercare una teoria differente, che mi rendesse più serena. E’ stato utile vagliare tutte le infinite ipotesi. Ho iniziato anche a prendere in considerazione la possibilità della reincarnazione.

Badate so bene che di tutto ciò che ha segnato la mia personale storia non può fregar nulla a nessuno, ma leggere e scrivere recensioni sono un binomio perfetto per portare alla luce dinamiche alle volte incomprensibili.

Leggere è magico perché, ogni volta che leggi ti si muove qualcosa dentro e prendersi la responsabilità di rimanere dentro l’ emozione può darti modo di conoscerti meglio.

Quando invece scrivi una recensione è come se stessi scrivendo la “ricetta” per guarire quella sensazione di disagio. Quindi vogliate scusarmi se utilizzo questo mezzo per una mio fine personale

La reincarnazione prevede che l’anima torni in ciò che è la vera realtà (secondo questa visione la vita sarebbe la morte e viceversa) e passa anni alle volte millenni, ad elaborare la programmazione della futura vita.

Ho passato anni a dirmi “accidenti Cristina la prossima volta sii più accorta mentre programmi la prossima vita”, mi sono odiata follemente ogni volta che ho sofferto, perché secondo quella visione io lo avevo scelto.

Tuttavia la paura della morte continuava a persistere. Poi è arrivato il giorno in cui mi si è “accesa la lampadina”. Non avevo paura della morte, non temevo ciò che ci sarebbe stato o non stato dopo. Io avevo (ed ho) una paura folle di soffrire fisicamente.

Quando mi capita di soffermarmi su questo pensiero mi pare di impazzire, perché non vi è un modo “sicuro” per morire, no non mi fido nemmeno di ciò che dice la scienza, nonostante i miei studi, non posso credere che ci sia senza ombra di dubbio un modo che implichi il non soffrire.

Perché?

Beh, non esiste nessuno che me lo possa assicurare oltre ogni ragionevole dubbio.

Questo libro parla di suicidio assistito, teoricamente uno dei metodi più infallibili per morire senza dolore. Ma che ne possiamo sapere noi di quale sia la sensazione fisica che ci riserva la morte? Quei millesimi di secondo che ci dividono dall’ultimo espiro esalato?

La verità è che non possiamo saperlo se non sperimentandolo ed è con questo che farò pace al momento più opportuno e ovvio.

L’autore prosegue il suo racconto anche dopo la morte della persona, dando spazio a quella che oggi è di fatto storia lasciando il lettore a bocca aperta. Per questo non scriverò nulla di più, perché quella sensazione di stordimento e capogiro vi darà la possibilità di rimettere tutto in discussione.

“Se disporre della vita umana fosse una prerogativa peculiare dell’Onnipotente, al punto che per gli uomini disporre della propria vita rappresentasse un’usurpazione dei Suoi diritti, salvare o preservare la vita sarebbero azioni ugualmente criminose.”

                                                                        David Hume –Of Suicide – (metà del 700’)

Vi saluto con questa osservazione del filosofo scozzese David Hume, sperando la rileggiate più volte, tante quante sono necessarie a “diseducare” per un istante il cervello e permettervi di introiettare questo pensiero, fare spazio per una profonda riflessione di ciò che pare essere mero cinismo dietro al quale si nasconde un dilemma di non semplice soluzione.

Buona lettura

Cristina Agnesi

 

 

 

Sergio Ramazzotti (Milano, 1965) è fotografo, reporter e scrittore. Ha vinto due volte il premio Enzo Baldoni per reportage da territori di guerra. Tra le sue pubblicazioni, i libri-reportage Vado verso il capo (1996), La
birra di Shaoshan
 (2002) e Afrozapping (2006), tutti editi da Feltrinelli, e gli instant book Liberi di morire (Piemme, 2003) sulla guerra in Iraq e Ground Zero
Ebola
(Piemme, 2015) sull’epidemia di Ebola in Africa occidentale. È uno dei fondatori dell’agenzia fotogiornalistica internazionale Parallelozero.

Non amo darmi titoli ma ne ho conseguito uno: dottoressa. Il che implica che io abbia una laurea; una soltanto, anche se i miei interessi spaziano in un territorio vastissimo che definirei " Al di là del deserto", (citando il titolo di un libro di uno dei più grandi filosofi contemporanei, a mio avviso... s'intende!!). Potrei dirvi che SONO una dottoressa, ma non lo farò, perché ESSERE qualcosa o qualcuno significa chiudersi in uno spazio troppo piccolo e privo di possibilità. Somiglio ad una cellula staminale, sono totipotente e VIVA! "So essere anche": Una leader eccellente, Moglie mai (se non per burocrazia), compagna di vita di Marco sempre, mamma, Amica, dottoressa, lettrice, studiosa, scienziata, ricercatrice, comica, autrice, artista, pessima bugiarda, Apple addicted, pasticciera, antropologa, curiosa, innovativa, testarda ....  E questa descrizione ovviamente non mi soddisfa ma: La modificherò secondo le necessità.

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