Storia della nostra scomparsa Book Cover Storia della nostra scomparsa
Jing-Jing Lee
Romanzo
Fazi Editore
16.01.2020
cartaceo
400

Storia della nostra scomparsa è un romanzo che vede come protagonista Wang Di e Kevin, due persone diverse che non si conoscono, che si scoprono legati dal tremendo passato dell'Occupazione giapponese a Singapore durante la Seconda Guerra Mondiale. Narrazione ambientata in due periodi storici differenti.

Tremendo. Crudele. Disumano.

Delicato. Veritiero. Funzionale.

 

Storia della nostra scomparsa è un romanzo ambientato a Singapore, che percorre due linee temporali: quella dell’Occupazione giapponese durante la Seconda Guerra mondiale (circa dal 1941 fino al 1945) e quella di cinquant’anni circa dopo.

Principalmente, sono due i protagonisti di questo romanzo: Wang Di e Kevin. La prima, è una donna anziana che perde il Vecchio, ossia il marito, e che è segnata da un passato tormentato; e il secondo è un ragazzino, Kevin Lim Wei Han, con problemi alla vista così gravi che rischia di perderla completamente, ed anche lui perde la sua Ah Ma, la nonna. È quest’ultima, sul letto di morte, a svelare un grande segreto, il quale legherà quelli che sono i due destini, e le due storie, di Kevin e di Wang Di.

Il romanzo è diviso in tre parti, ed ogni parte è suddivisa in tre capitoli che si alternano; i capitoli si soffermano ad analizzare, narrare e presentare una circostanza specifica. Abbiamo – dunque – il capitolo intitolato “Wang Di”, uno “Kevin” e un altro che viene intitolato col periodo storico delle guerra (“Ottobre- dicembre 1941”).

I personaggi principali

Kevin è un ragazzo semplice, va a scuola, vive con i genitori e la nonna, viene spesso preso in giro da un ragazzo di nome Albert. La sua vita è ciò che si potrebbe definire “tranquillo”; certo, c’è anche il fatto che presto probabilmente perderà la vista, ma il resto non è male. Le cose iniziano a cambiare quando la nonna sta male e dopo un po’ muore. Prima di morire, però, farfuglia qualcosa, quasi spaventando Kevin: un qualcosa che solo dopo, il ragazzo riesce a comprendere. Un segreto, un mistero legato alla guerra, riguardante la sua famiglia. Inizia così il viaggio alla ricerca della verità che Kevin fa da solo, senza dire niente ai genitori e a chiunque altro.

Wang Di nasce in un contesto storico difficile, per la condizione familiare a Singapore che per lo status di donna. È la primogenita, femmina. Dopo il parto, e dopo la chiara entità di genere della neonata, il padre è tentato, inizialmente, a “disfarsene”. Dopo alcuni tentativi consente alla moglie di tenere “quella creatura” solo se successivamente riusciranno ad avere dei figli maschi. Il nome Wang Di, infatti, significa “volontà, desiderio, augurio di figlio”. Inizia così, e prosegue in questo modo, l’esistenza della protagonista, marchiata da un crudele destino.

L’infanzia della ragazza non è stata facile, ma comunque ha portato fortuna alla madre, la quale riuscì a partorire due figli maschi. Non viene iscritta alla scuola e quando la mezzana suggerisce di darla in sposa, il padre si oppone, dicendo che non ha ancora l’età e che deve aiutare in casa.

Le cose cambiano, con l’arrivo della guerra: “Erano le quattro del mattino. La guerra era cominciata” . I giapponesi, avevano occupato l’isola di Singapore.

Ribattezzarono l’isola Syonan-to e spostarono l’orologio un’ora avanti, per farci aderire al fuso di Tokyo.[…] Ci cambiarono giusto la moneta. La bandiera. Cose senza importane.

O almeno così sembrava inizialmente a loro che abitavano in un kampong, un piccolo villaggio lontano dal centro. All’inizio i giapponesi non creavano nessun pericolo: “[..] prima abbiamo avuto gli inglesi, e adesso i giapponesi. È solo un passaggio di consegne. Nient’altro.”

Con lo scorrere del tempo, però, qualcosa accade. I due modi, per le nate donna, di evitare la furia e la violenza dei giapponesi erano quelli di vestirsi da uomo o sposarsi. Questo, ad un certo punto, non bastò più.

“[..] venimmo a sapere che le donne, e perfino le ragazze di dieci anni venivano aggredite in casa da bande di soldati, che uccidevano a colpi di baionetta i figli e i mariti se tentavano di opporre resistenza. […] Fu più o meno in quel periodo che le donne del nostro kampong, di notte, cominciarono a trasformarsi in maschi. […] Altre ancora si sposarono.”

E così fu per Wang Di. Per prima cosa suo padre le tagliò i capelli, ma più le cose peggioravano più era evidente che ciò non era sufficiente e che – quindi – era necessario fare altro: “Non c’era scelta, stavolta. Nessuno mi chiese se ero pronta. Mio padre disse che avrei mangiato meglio, che alle coppie sposate davano delle razioni un po’ più abbondati.”

Il matrimonio? Non fu possibile, perché succede qualcosa, di doloroso, terribile, spaventosamente crudele, e fatemelo dire, ingiusto. I giapponesi arrivarono nel villaggio e si portarono via le ragazze, anche se sposate. Con violenza. Aggressività. Disumanità. E tra queste ragazze, c’era Wang Di.

Commento

I capitoli incentrati sul periodo storico della guerra sono i più angoscianti e travolgenti. Senza dubbio è facile leggere quelle pagine con una forte paura, certo, non tanto come quella delle ragazze della casa. Il lettore da una parte è spinto dalla curiosità a procedere con la lettura per scoprire come procederà la storia, con un velo di speranza e di ottimismo, dall’altra però è terrorizzato da ciò che succederà, perché – parliamoci chiaramente – le prospettive non sono poi così rosee. Piano piano, la speranza svanisce, come accade nell’animo della stessa protagonista.

Ciò che le ragazze subivano all’interno della casa è una serie di stupri giornalieri e questo è tremendo agli occhi di tutti: parliamo di circa trenta o quaranta soldati al giorno. Durante le festività, anche di più.

“Quasi senza tregua, specie durante la prima settimana Appena un soldato finiva e mi si staccava di dosso, ne arriva un altro che cominciava a spogliarsi che sbraitava per l’attesa. Tutti si confondevano in un’unica bestia, senza volto né nome – fatta di corpo e versi disumani. […] la voce si spargeva tra i soldati, che si mettevano in fila oltre la porta[…].”

Oltre al rapporto sessuale non consenziente, i soldati picchiavano le ragazze, spesso perché queste si opponevano e chiedevano pietà, o senza una precisa motivazione. E “Sai cosa succede alle ragazze che si ammalano? O che restano incinte?[…] Indicò col pollice il retro della casa, dove c’erano i cassonetti della spazzatura. Le buttano via, intendeva dire. Fine della storia.”

Ogni passaggio all’interno della storia è intensamente narrato: in modo delicato quando necessario, crudele quando c’è violenza. Si tratta, di fatto, di un testo ben scritto. Analizzando, ad esempio, la narrazione, si comprende anche ciò che la scrittrice ci vuole trasmette senza dirlo esplicitamente.

I capitoli di Kevin e quelli sull’occupazione sono narrati in prima persona e viene riportato ciò che i protagonisti provano, vedono, e pensano. Il capito su Wang Di, cinquanta anni dopo la guerra, è narrato in terza persona: c’è una voce narrante esterna che racconta anche i ricordi e i pensieri del personaggio. Questo è piuttosto interessante, e soprattutto funzionale, poiché è come se Wang Di, dopo tutto ciò che ha vissuto, avesse smesso di pensare, di “narrarsi”; come se si fosse annullata, spenta.

Ci sono altri aspetti della trama da dover discutere, ma temo che – in realtà – siano meglio narrati all’interno del romanzo, senza necessariamente essere riportati da me.

In conclusione, il romanzo è ben fatto. Certo, la trama è cruda, violenta, aggressiva; riporta una realtà che nessuno vorrebbe vivere. Ma il passato non si deve dimenticare, soprattutto quando si tratta di atti disumani. Dunque, questo testo va letto, intensamente, con tanto di pelle d’oca e tremolii. Un romanzo indimenticabile. Altamente consigliabile.

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