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Recensione: “Stella” di Arianna Andreoni, Porto Seguro Editore

Stella Book Cover Stella
Arianna Andreoni
Narrativa contemporanea
Porto Seguro Editore
4 settembre 2020
cartaceo, ebook
179

È una storia ambientata a Vecchiano Pisa e al manicomio di Maggiano in provincia di Lucca. Ha come protagonista Stella, una bambina che ha pochi giorni quando viene abbandonata nella stalla di un contadino.

Già dai primi anni d’infanzia mostra segni di squilibrio e durante l’adolescenza viene ricoverata nel manicomio di Maggiano. Così inizia la storia di Stella, il racconto della sua vita è scandito dagli affetti, dalle amicizie, dalle ambizioni e dalle difficoltà che incontra. Proprio nel luogo e nel momento di più profonda solitudine, la ragazza sembra trovare una via di uscita al suo malessere.

Stella è la protagonista di un destino inclemente, determinata a ribaltare il buio che la circonda nella speranza di riuscire a vedere di nuovo i fiori, come le donne libere di Maggiano..

“Ma cos’è veramente la pazzia? Qual è il confine tra “normalità” e follia?…Nessuno nasce pazzo, è la società che ti bolla con questo marchio anche per un semplice comportamento diverso dagli altri, che ti fa credere di essere così anche se in realtà non lo sei, che ti emargina e ti umilia”

 

C’erano una volta i manicomi… e per fortuna ora non ci sono più. C’è stato un tempo in cui, spesso, le persone che nascevano con un difetto fisico importante venivano considerate pazze o indemoniate. Altre volte, invece, la pazzia veniva interpellata quando ci si voleva sbarazzare di una situazione difficile o di una persona che magari richiedeva più attenzioni rispetto ad altre. E poi c’erano, e ci sono ancora oggi, le persone veramente fragili mentalmente, che necessitavano di cure specifiche per poter emergere dal buio in cui erano annegate.

Nei manicomi venivano utilizzati metodi poco ortodossi per poter ricondurre alla calma chi non riusciva più a gestire se stesso e le proprie azioni. La vita al suo interno non era sicuramente facile per nessuno e Stella, la protagonista del nostro libro, questo lo sa bene visto che, purtroppo, ha dovuto varcare diverse volte la soglia del manicomio di Maggiano, in quanto affetta da schizofrenia.

Ma partiamo dal principio.

Siamo negli anni ’50, a Vecchiano, un paesino in provincia di Pisa. Reisa e Libero Cecchi hanno da poco perso la loro piccola Maria, stroncata da una broncopolmonite dopo due soli mesi di vita, quando una mattina sentono degli strani rumori provenire dalla loro stalla. In mezzo alla paglia, una bimba appena nata. con indosso una collana d’oro con un ciondolo a forma di stella, piange disperata. Libero la porta in casa e decide di adottarla. Il suo nome sarà Stella.

La bimba crescerà circondata dall’affetto dei suoi genitori adottivi e dei suoi fratelli.

È intelligente e ambiziosa, ma nasconde dentro di sé una sorta di rabbia di sottofondo che, col passare del tempo, si rivelerà sempre più difficile da gestire, finché non sfocerà in comportamenti peculiari che porteranno il medico di famiglia a farla confinare nel manicomio di Maggiano.

Dopo un primo periodo di smarrimento, grazie all’aiuto dei suoi cari e dello psichiatra della struttura, Stella riuscirà a tenere a bada la sua schizofrenia e a ritornare a casa. Sarà la morte di suo padre e di uno dei suoi fratelli a farla ripiombare nello sconforto. Dopo un tentativo di togliersi la vita, verrà nuovamente rinchiusa a Maggiano dove, stavolta, troverà ancora più difficoltà ad ambientarsi. Eppure sarà proprio lì che conoscerà Marco. È anche grazie a lui che troverà la forza di rinchiudere nuovamente i mostri che sembrano attanagliarle la mente. Uscita nuovamente dalla struttura potrebbe aspirare ad avere una vita finalmente serena, ma riuscirà a buttarsi alle spalle il suo passato e a essere felice?

Cosa pensate sia la pazzia? Lo so, la mia è una domanda strana, ma è comunque un quesito che spesso mi sono posta. Così come mi sono chiesta come si possano concepire luoghi dove delle persone deboli psicologicamente vengano costrette a subire torture fisiche, come per esempio l’elettroshock.

Questo è curare? Mentre leggevo alcuni passaggi di questo romanzo mi chiedevo che fine faccia la nostra umanità in certi frangenti.

Credo che per chi si trovo in una situazione emotiva e mentale già di per sé difficile, essere vittima anche di una tale violenza sia deleterio.

Stella, appena varca le porte del manicomio, non capisce il perché sia finita in un posto del genere. Davanti alle sue paure, alle sue perplessità, subito interviene l’infermiera con parole dure e minacciose

“Se non ti sbrighi a venire con me ti faccio fare l’elettroshock subito”

Mi ha fatto venire i brividi questo passaggio. Nel suo caso, la ragazza ha avuto la fortuna di avere accanto una famiglia e delle amiche che l’hanno sostenuta e aiutata a uscire dall’incubo in cui era piombata. Ma mi sono chiesta quante altre persone si sono ritrovate da sole, nella vita reale, davanti ad una situazione di questo genere. Io non ci voglio neanche pensare. Anche  perché, e qui riprendo la domanda che ho fatto sopra, cos’è veramente la pazzia?

Chissà cosa veramente si muove all’interno della testa delle donne e degli uomini considerati folli. E se fosse solamente un modo diverso di vedere e intendere la realtà? Mi vien in mente la grande Alda Merini, la sua poesia nata tra le sofferenze del manicomio.

 “La pazzia è solo un’altra forma di normalità che può generare poesia, quella degli spiriti tempestosi, avvolti dal vortice del loro genio creativo che attinge linfa vitale dal delirio”  scriveva la grande poetessa quando raccontava la sua solitudine e il dolore provato negli anni del suo internamento.

Come lei, tanti altri artisti famosi hanno elogiato la follia. E anche in questo libro vi è un passaggio dove l’autrice mette in evidenza questa diversità della protagonista, considerandola positivamente. Sarà Bianca, la sorella maggiore che Stella tanto ammira, a farle intendere che il suo modo di essere non deve considerarlo un difetto, ma piuttosto come una peculiarità che la rende unica

“Stella, tu sei diversa nella misura in cui sei speciale, non lo dimenticare”

Credo che questo sia il messaggio più importante che Arianna Andreoni abbia voluto trasmetterci con questo libro. Io vi consiglio di leggerlo. È molto scorrevole, a tratti pure troppo, nel senso che, mentre lo leggevo, mi pareva fosse troppo elementare la scrittura. Tuttavia l’ho apprezzato anche per questo alla fine, perché  la mancanza di fronzoli, la semplicità del lessico, ben si sposa con l’umiltà della famiglia che ci viene descritta, con il clima che si respira nel paesino di Vecchiano degli anni ’50.

L’autrice è molto giovane, ha 22 anni se non sbaglio. Questo è il suo primo romanzo edito: farà strada,ne sono sicura, perché si capisce che non prende la scrittura sottogamba. Il racconto è, infatti, inserito in un contesto ben definito: ci sono diversi riferimenti sia alla storia che alla cultura degli anni in cui viene ambientato, a dimostrazione del fatto che Arianna Andreoni si è documentata sull’epoca e non ha semplicemente imbastito una trama senza curarsi di tutto ciò che c’era intorno.

Forse qualcosa in più poteva essere scritto sui personaggi, almeno su quelli secondari. Per esempio, il dottore del manicomio, che secondo me svolge un ruolo molto importante nella vicenda, poteva essere delineato meglio. Ma credo che sia solo una questione di tempo. Sono sicura che con un po’ di esperienza in più questa ragazza potrà stupirci perché sa cogliere la profondità dell’essere umano: credo che non ci sia dote migliore per chi vuole arrivare al cuore di chi legge. In bocca al lupo alla giovane Arianna!

Sahira

 

Sono emozione e di essa mi nutro trovando scialbo ciò che non colora, Sono emozione che con la penna divora il bianco candido di un libro vissuto…

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