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Recensione: Spine. Antologia di racconti, Giovani Scrittori IULM, Biblios Edizioni

Spine. Antologia di racconti Book Cover Spine. Antologia di racconti
Giovani Scrittori IULM
Racconti
Biblion Edizioni
3 maggio 2019
cartaceo
344

C’è chi le ha nel cuore, chi nel fianco; si dice che a un leone una volta se ne conficcò una nella zampa, mentre quella finita in gola a Puccini lo portò in seguito alla morte; ci si può stare o tenere sopra; il loro filo ha segnato il periodo delle Guerre Mondiali; e, naturalmente, proteggono i fiori più belli. Sono diverse e sfaccettate le spine con le quali possiamo venire a contatto nella nostra vita. Compito dei “Giovani Scrittori IULM” di quest’anno è stato quello di cogliere ognuno la sua spina, fisica o metaforica che fosse. In questa antologia il lettore troverà dunque chi dovrà fare i conti con il proprio animo tormentato, chi con le ferite del cuore, chi con il peso della memoria. Ma c’è spazio anche per le spine appuntite della natura, quelle che trasportano elettricità e quelle che si incastrano dentro di noi e diventano impossibili da rimuovere. È un volume da maneggiare con cura, ci si potrebbe pungere. E potrebbe anche essere piacevole.

 

“… la vita è un labirinto pieno zeppo di spine

e solo l’ingegno e l’amore, in tutte le sue forme,

ti può aiutare ad attraversarlo…”

 

Spine. Antologia di Racconti” costituisce, come da sottotitolo, una raccolta di narrazioni, scritte da selezionati studenti dell’Università di Lingue e Comunicazione di Milano, focalizzata sul tema ‘Spine’ e curata da Daniel Cristian Tega, Niccolò Parini e Leonardo Serban. La collana dedicata ai Giovani Scrittori IULM è giunta quest’anno alla dodicesima edizione, dato sintomatico per comprendere come tali pubblicazioni continuano ad attirare l’attenzione dei lettori dal 2007. L’iniziativa è nata su impulso del Prof. Paolo Giovannetti, che insegna ‘Teorie e tecniche del racconto’ presso l’IULM. Ogni anno, dopo l’indicazione di un tema, vengono selezionati dal team del Professore alcuni tra i racconti che i suoi studenti, scrittori in erba, presentano. Il tema di quest’anno è stato – come si ha modo di notare – ‘Spine’ e il volume che ne è conseguito, di ingente numero di pagine rispetto alle pubblicazioni degli anni precedenti, mette insieme diversi aspetti scaturenti da quella parola chiave, interpretata talvolta in modo oggettivo, talaltra in modo soggettivo, talaltra ancora in modo empirico-scientifico, aspetti che avremo modo di constatare nel corso di questa recensione.

La struttura dell’opera

Dopo un’abbastanza utile Prefazione di Danilo Sergio, attraverso la quale il lettore comprende sin da subito l’intento del progetto targato IULM e in che modo ci si è approcciati alla parola (ma anche al concetto) ‘Spine’, si passa alla prima parte dell’antologia, che anticipiamo essere formata da tre sezioni.

Appunto la prima (“Spine: maschile singolare”) comprende una serie di racconti in cui le spine rappresentano metaforicamente ciò che plasma in negativo le personalità e le vite dei personaggi di cui si racconta. E così Giorgia Piccirilli ci racconta di Matilda, affetta da mediocrità, la cui assenza di spine la rende appunto priva di personalità e di ‘specialità’, ma invece fortemente interessata alle spine delle persone che la circondano. Dano Hansen ci mostra la’ corona di spine’ che può circondare il capo di un famoso attore che sembrerebbe avere tutto ciò che si possa desiderare dalla vita ma che in realtà l’unica cosa che ha è il vuoto dell’anima. Noemi Ferraro ci presenta il coraggioso Billy Heart, fondatore del partito Iodio, finalizzato a divenire la spina nel fianco di una società che non accetta e che vuole cambiare, distruggendola. Giada Franco ha il coraggio di parlare di un argomento che purtroppo ancora oggi costituisce una dura spina per una generazione di genitori: l’affrontare l’omosessualità del proprio figlio. Giorgio Riboldi, attraverso il racconto di un colloquio di lavoro, ci svela forse uno dei segreti dell’arte narrativa, ossia fare delle proprie spine un lavoro da vendere. Giorgia Colucci intreccia le vicende storiche naziste con il mistero di una stanza che rappresenta spine nella memoria e negli occhi di chi l’ha vissuta. E ancora di storia è intriso il racconto di Sipur Acher, dove protagonista è un cactus, pianta spinosa per eccellenza, che funge da strumento immaginario di lotta di un bambino palestinese contro gli ‘odiati’ soldati israeliani. Terminano questa prima parte le storie di Ottavia Feltrin e Mattia Persico, rispettivamente sull’idea che la rosa, seppur con le spine, resta bella, essendo sufficiente guardarla dal lato giusto, e sul senso di apatia e di vuoto talmente forte da condurre al suicidio, perché troppo opprimente risulta essere il groviglio spinoso in cui si è rimasti intrappolati senza via d’uscita.

 

La seconda sezione ha il titolo di “Spine: voce del verbo soffrire”: qui centrale è l’introspezione psicologica che viene svolta dai narratori sui personaggi protagonisti delle loro storie. Il primo racconto è di Daniel Cristian Tega, il quale dà inizio alla seconda parte con una storia tra il fantastico e il leggendario: l’uomo di spine diventa sia il mostro dell’infanzia di una ragazza, sia la paura di un paese, sia la forte immagine di un essere umano incastonato per intero di spine, alle quali il lettore, soprattutto al termine della lettura dell’intera antologia, può conferire diversi significati. Segue Giulia Zanon che incentra il suo racconto sull’Opheliac, un disturbo mentale di cui è affetta la protagonista che, in preda ad una crisi di nervi dovuta ad assenza di musica, ripercorre tutte le spine della sua vita, dal deluso amore al rapporto burrascoso con la madre alle amicizie non coltivate. La rosa che per eccellenza è quella conosciuta dalla nostra generazione è quella di ‘La Bella e la Bestia’ di Walt Disney, che Stefania Sperandio avrà visto molte volte da bambina (ma forse anche da adulta). Nel suo racconto, però, la rosa è blu ed è spinata in contrapposizione alle ‘normali’ rose rosse: rappresenta ciò che di sé risulta anormale per gli altri solo perché non corrispondente ai loro voleri o ai loro interessi. Maddalena Marcarini pensa ad una spina come a qualcosa di materiale e ci presenta uno spirito che la spina ce l’ha proprio conficcata in testa. Leonardo Serban gioca alquanto (e bene a mio parere), sui significati che può avere la spina. La spina di un registratore che registra la voce di un malato terminale che racconta; le spine raccontate dalla persona malata; la spina che mantiene in vita un malato; la spina come dolore che si prova quando tutto intorno non è altro che una parete bianca; la spina dei cari, che soffrono nel vedere chi amano in condizioni gravi. Federico Moroni ci racconta della spina di chi è affetto da disturbi ossessivi compulsivi e chiede comprensione; mentre Federica Russo si pone dalla prospettiva di chi si sente una spina per l’altro e cerca di costruire per la vita di entrambi un perfetto mosaico che però resta il frutto della sola sua fantasia. E si conclude nuovamente col senso di vuoto che Michele Montagna attribuisce al suo personaggio, legato sin dalla sua adolescenza alla spina del televisore, grazie al quale passava il suo tempo in compagnia dei film che hanno fatto la storia del cinema.

Succede ogni tanto però che il cuore sia un po’ più stanco del solito,
meno pronto ad affrontare tutte le piccole sfide che la vita gli presenta ogni giorno
e in quei momenti bisogna riuscire a fermarsi
e lasciare uscire dagli occhi quante più lacrime possibile.

 

La terza e ultima sezione (“Spine: nome comune di cosa”) riunisce i racconti in cui si parte dalla materialità di una spina per poi comunicare un messaggio. A dire il vero, il primo racconto di questa terza parte, non si incentra propriamente sulla materialità: Anna Ballatore, infatti, attribuisce alla spina il ruolo di conferire dolore, come normalmente accade sia in senso metaforico che reale, ma anche di protezione, perché ‘la rosa è bella ma non si lascia toccare’. Sulla stessa scia si pone Carol Koral Roncali, il cui personaggio ha il cuore carico di spine che non gli hanno permesso di proteggere la sua famiglia né se stesso dalle vicende turbolenti che l’hanno segnata. Dalla prospettiva dell’oggettività materiale si pongono, invece, Giovanni Buonomo, con l’esperimento scientifico di cui racconta, il quale prevede l’apposizione di un cervello collegato ad una spina (che lo rende vivo) su un corpo non umano, e Niccolò Parini che, proiettandosi nel futuro, cerca di salvare l’unico esemplare rimasto di lampadina collegata all’elettricità mediante una spina. Ritorna l’immagine di una corona di spine (incontrata già in uno dei racconti della prima sezione), questa volta spezzate, simboleggianti l’impossibilità di comunicare il proprio sapere, con Valerio Tumiatti. E non poteva mancare l’animale che è per natura ricoperto da spine, il riccio: Giovanni Pascali, infatti, sottolinea quel connubio sussistente tra la natura e gli esseri animali che ne fanno parte. Concludono l’antologia Federico Motta, che attribuisce alle spine il compito di dare sofferenza a chi si è macchiato di crimini, e Francesco Soze, che lascia “sulle spine” non solo i personaggi del suo racconto ma lo stesso lettore, il quale sperimenta sulla propria pelle uno dei significati emotivi di questi aculei.

Lo stile

I racconti passati in rassegna sono caratterizzati da stili narrativi molto diversi, che rispecchiano le diverse tecniche dei loro autori: da racconti in prima persona si passa a narrazioni in forma dialogata o in terza persona. Essendo un’antologia, questa eterogeneità non risulta sgradevole, anzi conferisce dinamicità alla lettura.

Non condivido pienamente la struttura dell’antologia così come effettuata dai curatori del volume: non si comprende appieno, ad esempio, il motivo per il quale la prima sezione porti il nome di “Spine: maschile singolare”, né dalla Prefazione emerge il significato che si è voluto dare a queste prime storie. Non aiutano a comprendere ciò neanche i racconti che ne fanno parte, attribuendo tutti alle spine il significato di ‘male’, ‘vizio’ che può caratterizzare una società o una personalità. Ovviamente questa incomprensione può essere un mio limite, ma da lettore con occhio umilmente critico non potevo non fare presente quest’aspetto. Inoltre, nella terza parte, dove centrale dovrebbe essere il concetto materiale di spina, sono ancora presenti narrazioni di carattere prettamente psicologico e introspettivo. Invero, credo che l’intento dell’antologia sia in generale (e a mio parere giustamente) quello di dare valore soggettivo al concetto di “spina”, obiettivo raggiunto nella maggior parte delle storie narrate. Pertanto, forse sarebbe stato più adeguato strutturare diversamente la raccolta, dando una preminenza anche organizzativa alle tematiche soggettive.

A volte i racconti terminano in modo netto, inaspettato. Magari il lettore si aspetta di più: si pensi alle spine di Margaret e Lucy, ad esempio. Le due donne ci vengono rappresentate come guerriere ma non sappiamo in che modo abbiano affrontato le loro battaglie, aspetto che forse, per come è impostato il racconto, ci si sarebbe attesi.

Ho apprezzato che nella maggior parte dei racconti le emozioni del protagonista sono descritte in modo così coinvolgente da permettere al lettore di immedesimarsi appieno nella sua storia (diversi sono i momenti di suspence presenti nell’antologia). Anche le descrizioni dei personaggi e dei luoghi sono ricche e precise.

Per concludere…

Sicuramente il pregio del volume sta nel fatto di comprendere racconti di vita possiamo dire ‘quotidiana’, con episodi che potrebbero essere parte delle storie di ognuno di noi ed emozioni che potrebbero essere vissute in egual modo. D’altronde, le spine le abbiamo tutti: e indicarle, divenirne consapevoli, affrontarle sono obiettivi che, qualora gli autori se li fossero prefissati, sono stati raggiunti.

Come indicato all’inizio della recensione, l’antologia ‘Spine’ è la più lunga quanto a numero di pagine dell’intera collana: effettivamente forse lo è un po’ troppo. Ammetto di aver avuto diversi momenti di noia proseguendo nella lettura, soprattutto nella sezione conclusiva. Avrei apprezzato meno racconti, fermo restando le caratteristiche che ciascuno di essi ha.

Il punto di forza delle storie è proprio il lato emotivo: i personaggi sono umani nelle loro emozioni e nelle loro sensazioni e, nonostante l’inesperienza di questi giovani scrittori, a loro va il merito di averle fatte emergere con il giusto tatto.

Leggere mi stimola e mi riempie. L'ho sempre fatto, fin da piccola. Prediligo i classici, i romanzi storici, quelli ambientati in altre epoche e culture. Spero di riuscire a condividere con voi almeno parte dell'impatto che ha su di me tutto questo magico universo.

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