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Recensione: SICE. Le bambole non hanno diritti di Fernando Santini. Dark Zone Editore

SICE. Le bambole non hanno diritti Book Cover SICE. Le bambole non hanno diritti
SICE
Fernando Santini
Thriller
Dark Zone Editore
25 novembre 2017
Ebook, Cartaceo
143

Il Vice Questore Marco Gottardi ha avuto un passato importante nei reparti operativi della Polizia di Stato. Dopo aver vissuto sulla sua pelle la violenza della lotta alla criminalità si è ritirato a gestire un tranquillo commissariato romano.

La sua esperienza e la sua capacità di gestione dei propri uomini non possono, però, essere sprecate. È a lui che i vertici del ministero degli Interni affidano il comando di una nuova unità: la Squadra Investigativa Crimini Efferati.

La prima indagine in cui la Squadra sarà coinvolta riguarderà la morte di un regista cinematografico, forse collegata all’uccisione di un adolescente il cui corpo, orrendamente torturato, è stato ritrovato alla foce del Tevere.

Nel corso della propria azione investigativa, la S.I.C.E. troverà un alleato, anche se non particolarmente gradito al Vice Questore Gottardi: un’organizzazione segreta denominata ARCO, i cui membri hanno deciso che il fine giustifica i mezzi e che quindi si può usare la violenza per far trionfare la giustizia.

La Legge andrebbe fatta rispettare non infrangendo le regole. Ma quante volte, di fronte alla protervia dei malvagi, di fronte alla crudeltà dei criminali, si è tentati di reagire con la violenza?

RECENSIONE

SICE è l’acronimo di “Squadra investigativa crimini efferati” e racchiude in quattro lettere l’essenza del romanzo. La storia che Fernando Santini ci propone è una storia cruda e a tratti terrificante, capace di toccare le corde più sensibili del nostro animo, dove la cattiveria gratuita è all’ordine del giorno e in cui a pagarne le conseguenze sono quelle che già dal titolo vengono definite “bambole”, ovvero le povere anime innocenti di bambini e bambine che si sono trovate al posto sbagliato nel momento sbagliato senza che nessuno possa proteggerle.

Il romanzo si apre con la formazione della squadra e l’assegnazione di un caso particolarmente efferato, ovvero l’omicidio di un giovane bambino di origine siriana trovato morto sulle sponde del Tevere. Ovviamente non vi svelo nulla sullo svolgimento delle indagini che sono curate e trattate con assoluto realismo e dovizia di particolari, dalla composizione della squadra ai compiti assegnati dal capo della squadra stessa ai suoi sottoposti, fino alla soluzione del mistero e agli arresti dei responsabili.

La squadra SICE non è l’unica ad occuparsi di questi crimini, c’è un’altra organizzazione che decide che le vie istituzionali non sono sufficienti a rendere giustizia alle vittime di crudeltà così atroci. Nasce così ARCO, acronimo di “Azione Repressiva Criminali Omicidi”, con il compito di supportare le forza dell’ordine senza essere “limitati” dalle regole e dalla legge, con un solo principio fondante: «Se uno dei nostri uomini si facesse giustizia da solo passerebbe dalla parte dei criminali. Io devo essere sicuro che questo sia ben chiaro a tutti, altrimenti non darò mai e poi mai vita alla nostra struttura».

L’autore stesso chiarisce il suo pensiero sulle due organizzazioni nelle note a fine romanzo dove afferma che «ARCO e SICE sono, in fondo, due facce della stessa medaglia che il caso fa vorticare nel cielo». All’interno del romanzo sono presenti un paio di scene molto crude e violente in cui gli uomini di ARCO interrogano i propri sospettati con tecniche simili a quelle adoperate in guerra dai militari e sono scene non adatte a stomaci deboli. Da illuso sognatore anche io, come il protagonista Marco Gottardi, ho ancora la flebile speranza che il mondo possa essere salvato rispettando i diritti umanitari di tutti, persino quelli dei criminali.

Il romanzo ha un ritmo serrato e le indagini scorrono via senza intoppi e in maniera piuttosto logica, non c’è nulla di forzato o stravagante e su questo punto va un grosso plauso all’autore che si è calato perfettamente sia nei panni dell’investigatore che dei criminali, che spesso sono superficiali e arroganti, ma considerando la loro natura (gente dell’alta società e non appartenenti alla criminalità organizzata) il fatto è più che giustificabile.

Tecnicamente la storia è scritta dal punto di vista di un narratore onnisciente al presente. L’autore ha scelto questa forma narrativa per dare l’idea al lettore che i fatti stanno avvenendo mentre si legge e invogliarlo a non spezzare lo scorrere del tempo. Il mio è un punto di vista completamente personale e soggettivo, ma ho sempre faticato molto ad associare un narratore onnisciente all’indicativo presente, perché si rinuncia ai vantaggi del punto di vista soggettivo senza godere di quelli garantiti da un narratore che racconta una storia già avvenuta nel proprio passato. Il risultato è un testo molto più simile ad una sceneggiatura di un film che ad un romanzo in cui la cacofonia di voci è resa con una serie di “dice Tizio”, “risponde Caio”, “conclude Sempronio” che personalmente mi hanno distratto notevolmente nella lettura e che da più o meno metà romanzo ho addirittura deciso di ignorare.

Devo purtroppo aggiungere che il testo è corredato da parecchi errori che, nonostante la bontà della storia, mi hanno fatto inciampare nella lettura più di quanto volessi. Uno fra tutti l’uso dialettale del vocativo («Commissario buongiorno») o quello intransitivo di verbi transitivi («Presidia a una riunione»). Ovviamente non do nessuna colpa di ciò all’autore, ma il gran numero di errori di questo tipo mi hanno dato in generale l’idea di un editing del testo poco attento e profondo.

Concludo questa recensione con una nota di merito per la copertina, leva principale che mi ha convinto a leggere il romanzo perché mi ha trasmesso immediatamente l’orrore e l’angoscia di una storia che andava raccontata, perché spesso gli “ultimi” hanno solo la nostra voce per parlare.

AUTORE

Fernando Santini

Da lettore accanito ha scoperto il gusto della scrittura tre anni fa iniziando a pubblicare romanzi in self publishing. Dopo queste esperienze ha deciso di dedicarsi a romanzi polizieschi in cui ci sia una forte componente di emozioni e di azioni.

Gianni Mazza è nato nel 1981 a Ragusa, dove vive e lavora attualmente. Nonostante la sua formazione prettamente scientifico/informatica, si è dedicato alla scrittura e alla recitazione teatrale. Autore di poesie, racconti e sceneggiature, ha pubblicato il suo primo romanzo, Luda, nell’estate del 2015. La bestia di Brixton è il suo secondo romanzo.

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