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Recensione: “Sandahlia” di Stefano Piroddi, La Città degli Dei

Sandahlia. I due volti dell'anima Book Cover Sandahlia. I due volti dell'anima
Stefano Piroddi
romanzo storico, epico
La Città degli Dei
21 settembre 2018
Cartaceo
316

Nella saga di Sandahlia viene narrata la lotta eroica di un popolo che non intende sottomettersi alla potenza romana, ma, anche e soprattutto, lo scontro tra due modelli di civiltà antitetici e inconciliabili. Da una parte Roma, artefice di un pragmatismo imperiale che col tempo diverrà sempre più burocratico e livellatore, decretando la fine del mondo antico e di ogni vera epopea dello spirito umano, offerti come tributo per la nuova religione che viene dall'oriente.

Dall'altra, Sandahlia, portatrice di una visione spirituale e poetica dell'esistenza basata su un rapporto sacrale tra Uomo, Natura e Cosmo: la grande e preziosa eredità lasciataci dagli Antichi come serbatoio di valori a cui attingere anche oggi per salvare l'umanità dalla catastrofe materialista in cui è precipitata. Nel romanzo "Sandahlia.

I due volti dell'anima" riprende vita un mondo di eroi, sciamani e sacerdotesse capaci di fare della propria vita un'opera d'arte.

“… Nel tempo in cui gli Dei camminavano tra noi…

e il germoglio del Sacro sbocciava ovunque si posasse uno sguardo d’Incanto…

il fato disegnò la sua impronta divina sulle sabbie del Mondo…

SANDAHLIA

Col tempo attirò gli sguardi rapaci di punici e romani…

in tanti, lungo le coste, cedettero alle lusinghe dell’oro o alla minaccia delle armi…

Ma nel cuore di Sandahlia, libere tribù di guerrieri sacri

si opposero con onore ai nuovi e ai vecchi invasori…

sullo spartito delle loro anime una melodia sovrastava tutte le altre…

L’ASSOLUTO  SOGNANTE”

 

Sandahlia, che significa sandalo, fu il nome che i romani diedero alla Sardegna  migliaia di anni fa, ispirandosi alla sua forma. In seguito tramutarono il nome in Sardinia, rifacendosi al fenicio Shardana con cui questo popolo venuto dal mare aveva denominato l’isola.

Quindi, come avrete capito, è della terra sarda che si parla in questo libro; più precisamente viene messo in evidenza l’antico legame instauratosi tra questa terra e i suoi abitanti, che si riassume nell’armonia che allora esisteva tra l’uomo e il creato, ormai così rara da trovare.

La protagonista assoluta di Sandahlia è, quindi, la musica del mondo, quella che abbraccia il silenzio, che si serve del mormorio dell’acqua, del frusciare del vento e dei passi delle creature dei boschi per creare le sue melodie. È il libro adatto per chi  ama danzare con le stelle, seguendo le note di quella grande orchestra che è Madre Natura, di cui, ognuno di noi, inconsciamente, fa parte.

I personaggi che animano questo romanzo sono consapevoli dell’importanza del vivere secondo le regole che la natura impone; per loro essa rappresenta la vita stessa, la sacralità. Amsicora, Bèina, Nertha, Grimasso, le vergini guerriere e tutti gli abitanti del cuore di Sandahlia si battono con coraggio e determinazione per proteggere l’essenza di questo cuore; non arretrano mai davanti al nemico, consci di essere l’unico strumento attraverso il quale il polmone verde dell’isola può continuare a esistere.

Dietro la stesura di questo libro c’è un importante lavoro di ricerca dell’autore. Quella che sembra una trama fantastica, in realtà, si intreccia a basi storiche riconosciute e documentate, che ci fanno vedere sotto un’altra ottica gli avvenimenti della secolare guerra tra sardi e romani tra il III e il II secolo a.C.

Certo non possiamo dire che tutto ciò che ruota intorno ai fatti storici sia reale. La vita di Amsicora, degli altri guerrieri sardi e romani ha dovuto servirsi della fantasia dell’autore per venire alla luce. Ma Stefano Piroddi non ha voluto inventare tutto di sana pianta. Per scrivere questa romanzo si è basato appunto su quel forte legame che, in parte, ancora oggi esiste tra il popolo sardo e la terra che da sempre lo ospita, sulla spiritualità che lo contraddistingue e sull’interpretazione degli studi degli archeologi sui nuraghi e le altre grandi opere del passato di cui il territorio sardo è disseminato. Leggendolo non aspettatevi un elenco di battaglie, di nomi ,di condottieri e di date. Ci sono pure quelle, ma ciò che più caratterizza Sandahlia è l’animo dei guerrieri che l’hanno difesa dal mondo esterno, dal suo concetto di civilizzazione che non sempre porta a effetti positivi.

Quando i romani, già stanziatisi nelle coste della Sardegna, provarono a penetrare nel suo interno, si trovarono di fronte uomini decisi a tutto pur di impedire che questo accadesse. Furono ben undici le battaglie che portarono allo scontrarsi dell’esercito di Roma con i guerrieri dell’entroterra dell’isola. Alla fine, gli invasori, ormai stanchi, lasciarono perdere ogni velleità di conquista su quel territorio per loro ostile e impervio e si accontentarono di dominare sulle coste.

Devo dire che, al di là della trama, quello che ho più apprezzato in questo romanzo è la visione che Stefano Piroddi ci ha regalato del mondo.

Quello che lui ci descrive è un popolo dove uomini e donne vivevano in armonia. Non vi era la supremazia dell’uno sull’altra. Ciascuno copriva il ruolo che gli spettava in base alle proprie capacità. I guerrieri sacri si allenavano con le vergini Guerriere, entrambi partecipavano alla guerre e godevano della stima dei membri del villaggio a cui appartenevano.

Sciamani, sciamane, sacerdotesse, tutti erano al servizio del creato. Ogni essere umano rispettava e venerava la terra su cui posava i piedi, gli alberi che lo circondavano, l’acqua che beveva, le bestie di cui si nutriva.

Dov’è finito ora quel rispetto? Perché la nostra anima non percepisce più il canto dell’universo? Noi che ci riteniamo così evoluti come abbiamo fatto a dimenticare di essere ospiti e non padroni di questo pianeta? Perché lo stiamo distruggendo?

Sandahlia ci invita e recuperare quel rapporto privilegiato che i nostri antenati avevano con la natura, a guardare le stelle e ad ascoltare il loro battito per coordinarlo a quello del nostro cuore. Non lasciamo che questo grido rimbombi nel vuoto, facciamolo nostro. Solo così potremmo salvare noi e questo mondo, e passarlo alle generazioni future insegnando loro, con l’esempio, ad amarlo e non sfruttarlo. Grazie Stefano per averci ricordato da dove veniamo!

Sahira

Sono emozione e di essa mi nutro trovando scialbo ciò che non colora, Sono emozione che con la penna divora il bianco candido di un libro vissuto…

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