Rose di mezzanotte
Fantasy
Fazi Editore
10/03/2026
digitale e cartaceo
396
La temuta strega Oneira, potente oniromante, si è ritirata in un autoesilio. Dopo aver combattuto e vinto innumerevoli guerre in nome della sua ambiziosa regina, compiendo azioni che ancora la tormentano, ha trovato la pace in una remota foresta dove i monti incontrano l’oceano. Come unica compagnia tiene con sé un lupo, un falco e un gatto. Una notte, per alleviare la solitudine, si addentra nei sogni altrui, finendo così a curiosare nella biblioteca di un castello dove ruba un libro che spiega come coltivare una rara specie di rose color mezzanotte. Ma Oneira non è finita dentro un sogno qualunque. La biblioteca appartiene infatti al suo rivale più temibile, che non le è stato mai concesso di sfidare: lo stregone Stearanos. Ora si trova finalmente faccia a faccia con lui, ma non come si aspettava: i due cominciano una corrispondenza epistolare che presto accende sentimenti più profondi. Come se non bastasse, un poeta itinerante di nome Tristan bussa ferito alla porta della strega chiedendo aiuto, risvegliando una fame di intimità quasi dimenticata.
Quando Oneira scopre che Stearanos è al servizio di un malvagio re che sta muovendo guerra contro la regina per cui lei ha sempre combattuto, capisce che una relazione tra di loro sarebbe troppo pericolosa e che, forse, non tutti i sogni sono destinati a diventare realtà.
“Rose di mezzanotte” di Jennifer K. Lambert, è stata una lettura che mi ha conquistata subito, grazie a un’atmosfera incantata e “stregonesca”, a una scrittura curatissima e a una storia che va ben oltre il romantasy.
Più che un fantasy di guerre, azione e battaglie, infatti, l’ho percepito come una fiaba malinconica sul desiderio, sul rimorso e sulla possibilità di ricominciare.
Al centro del romanzo c’è Oneira, potente oniromante che ha trascorso anni a mettere il proprio dono al servizio dell’ambizione e della violenza degli uomini. I sogni, attraverso di lei, sono diventati armi, orrore e devastazione. Nubi temporalesche cariche di sangue e violenza, incubi e terrore.
Ed è proprio il peso di ciò che ha compiuto a spingerla verso l’autoesilio.
Il suo ritiro, circondata solo da animali (che non sono ciò che sembrano!), piante e silenzio, non è semplice fuga: è una forma di riscatto, un tentativo di smettere di distruggere.
Ho amato moltissimo questo aspetto, perché Oneira è una protagonista complessa, segnata dalla colpa ma mai ridotta a essa. È potente, ferita, ironica, profondamente umana: un personaggio ricco di sfumature.
Tutto cambia quando, quasi per curiosità, Oneira si avventura nel Sogno e si introduce nella biblioteca più fornita di tutti, ovvero quella dell’unico stregone che potrebbe essere in grado di sconfiggerla: Stearanos Spaccatempesta.
Da questo incontro nasce uno degli aspetti che ho preferito del romanzo: una corrispondenza epistolare fatta di biglietti lasciati tra le pagine, battute taglienti, provocazioni e complicità crescente.
Il loro rapporto è un rivals to lovers lento e delicato, costruito sul dialogo e sul riconoscimento reciproco prima ancora che sul desiderio. E funziona proprio perché non è mai scontato.
Difatti, Stearanos e Oneira, sono due personaggi che si scoprono specchiandosi l’uno nelle ferite dell’altra, in un incontro-scontro di riconoscimento e auto-riconoscimento dolce, poetico, passionale e profondo.
Un altro elemento che mi ha conquistata in “Rose di mezzanotte” è il modo in cui il sogno diventa il vero cuore della storia.
Non è un espediente narrativo né semplice atmosfera: è linguaggio, simbolo, spazio di rivelazione.
Ed è anche uno degli aspetti in cui ho percepito con più forza l’ispirazione a “The Sandman” di Neil Gaiman, e l’ho adorato, perché le reference, almeno per me, sono state immediate, e funzionano in modo splendido.
Si ritrovano nel modo in cui sogno e realtà si compenetrano, nell’idea del sogno come luogo vivo e quasi sacro, ma anche nel suo essere territorio ambiguo, dove si intrecciano pulsioni, desideri e ricordi.
Proprio come in “The Sandman”, il sogno qui non è fuga dal reale, ma una via per comprenderlo. E credo sia anche ciò che lo rende così originale, e quasi metafisico.
Qui, l’elemento fantasy diventa un escamotage per parlare di qualcosa di molto più profondo: di ciò che i sogni custodiscono di noi, del nostro sentire più profondo, dei nostri dubbi, paure e speranze.
C’è poi un aspetto che mi ha affascinata particolarmente: il dialogo implicito tra Oneira e la figura di Morfeo (oltre al nome, decisamente interessante).
“C’era un che di spiccatamente onirico in lei, una bizzarra tranquillità appartenente a un reame che trascendeva la loro realtà.”
Come il Signore dei sogni dell’opera di Gaiman, anche Oneira è una creatura di soglia, liminale. Vive sul confine tra mondi, custodisce ciò che sfugge al controllo umano e porta il peso di un potere che non è mai davvero neutro. Entrambi sono figure antiche, segnate dalla responsabilità e da un rapporto complesso con il desiderio.
Ma dove Morfeo incarna spesso (soprattutto all’inizio) una distanza quasi cosmica, Oneira mi ha particolarmente colpita perché ne sembra una variazione più ferita, terrena e vulnerabile.
E forse proprio per questo, per certi versi, ancora più struggente.
Anche in lei il sogno non è semplice magia: è destino, memoria, creazione, ma anche colpa. È un luogo che genera e divora, in un’ambivalenza che ho percepito profondamente gaimaniana.
Mi è piaciuto molto anche come il romanzo riprenda, pur in modo personale, un’idea cara a Gaiman: che il sogno e l’amore siano forze pericolose proprio perché trasformano, disarmano e pretendono un prezzo. Creano domande e pretendono risposte.
“Non mi sono mai innamorata, dunque il mio cuore è intatto.
È forse quello l’unico modo in cui i cuori si spezzano?”
È una visione che attraversa tutta la relazione tra Oneira e Stearanos, e che, secondo me, rende il loro legame così magnetico. In questo senso, il focus sul sogno non è soltanto uno dei temi del romanzo: è la sua architettura segreta. E qui entra un altro livello di lettura che ho trovato davvero interessante: quello simbolico.
Il sogno, in questo romanzo, può essere letto anche in chiave junghiana, come spazio dell’inconscio, luogo in cui ciò che viene rimosso, negato o non detto prende forma.
Non è un caso che Oneira sia un’oniromante: il suo potere non riguarda solo la magia, ma l’accesso a una dimensione psichica profonda, collettiva, archetipica.
In termini junghiani, il sogno diventa lo spazio dove emergono ombra e desideri nascosti. Dove ciò che è represso torna a parlare.
E Oneira stessa, in questo senso, è una figura archetipica intrigante: sospesa tra conscio e inconscio, tra distruzione e creazione, tra colpa e possibilità di redenzione.
“Hai fatto del tuo meglio per espiare, hai intrapreso un percorso di creazione, invece che di distruzione.”
Tutto il romanzo è quindi ricco di simbolismo e stratificazioni: pur avendo momenti quasi cozy, tutta la storia ha un sapore dolceamaro.
C’è senso di colpa, trauma, violenza, e soprattutto un discorso profondo sulla redenzione, che non è una formula magica, ma una pratica costante e quotidiana, che richiede impegno e fatica. Infatti, mi ha colpito molto come il romanzo rifiuti l’idea semplicistica che una buona azione possa cancellare il male fatto. Ciò che fa la differenza è scegliere di nutrire e curare invece che distruggere.
“Rose di mezzanotte” si è rivelato quindi un fantasy autoconclusivo originale e profondamente emotivo, che usa il romantasy per raccontare qualcosa di più grande: cosa significa ritrovare umanità dopo essersi creduti mostri (ed essere riconosciuti dagli altri come tale!).
Parla di sogni come linguaggio dell’anima, di amori pericolosi e di ferite che possono guarire. A questo proposito, ho trovato molto potente la metafora delle rose stesse, cariche di simbolismo: imparare ad amare se stessi/e, ad accettarsi, a perdonarsi e a curarsi, per trasformarsi e rifiorire.
Per me è stata una di quelle storie che, finita l’ultima pagina, continuano a restarti addosso come un incantesimo.
Ringrazio di cuore la CE per la copia e la fiducia.