Ripetizione
Le Strade
Narrativa
Fazi Editore
25 febbraio 2025
cartaceo, e-book
127
A Oslo, una scrittrice sessantenne assiste come tutti gli anni a un concerto di Natale; siede accanto a una coppia accompagnata dalla figlia adolescente, che si mostra palesemente infastidita e viene rimproverata di continuo dalla madre. La scena fa scattare nella donna il ricordo dei suoi sedici anni, e il lettore viene catapultato nel racconto del suo passato: un’adolescenza su cui grava una figura materna opprimente, che controlla la figlia in maniera ossessiva, terrorizzata al pensiero che possa bere, fare sesso, assumere droghe. Dal canto suo la ragazza, spalleggiata dalle amiche, beve, frequenta feste in casa di sconosciuti e conosce Finn, un giovane apparentemente navigato con cui decide di avere il primo rapporto sessuale. Sullo sfondo di questo conflitto tra madre e figlia, il padre resta in disparte. Quarantotto anni dopo, la scrittrice riflette su quel periodo mettendosi a nudo, cercando il coraggio di essere e ritrovare se stessa, rivivendo ogni momento del passato attraverso la memoria. È questa continua e mutevole ripetizione del ricordo a renderla più forte, a proiettarla in avanti e a donarle una nuova, drammatica consapevolezza: qualcosa è successo, tra quelle mura domestiche, ed è il momento di affrontarlo.
Nel romanzo di Vigdis Hjorth “Ripetizione“ si percepisce sin dalle prime pagine un‘atmosfera ammantata di buio. Un buio reale, tangibile come quello che avvolge i boschi dell’inverno norvegese dove si trova la protagonista; ma anche un buio metaforico, quello della sua anima segnata da un trauma, un segreto, che il subconscio piano piano cerca di far emergere.
“Quello che vuoi dimenticare ritorna, ti perseguita in maniera così intensa da darti l’impressione di riviverlo. E di solito riprovi anche gli stessi sentimenti travolgenti e ingestibili di allora e pensi che soccomberai sotto il loro peso, per questo combatti per contrastarne il ritorno, ti opponi senza riuscire a impedire che questo avvenga, né a proteggerti dalla sofferenza che ne consegue. Sei costretta a rivivere ogni momento.”
La voce narrante è quella della protagonista, una affermata scrittrice norvegese che dopo aver tenuto numerosi incontri sul rapporto tra romanzo e realtà, si prende una sosta in un cottage in mezzo al bosco, avvolto dalla neve. E’ un momento di relax: nel mezzo della natura ritrova la quiete, l’indolenza che segue un intenso periodo di lavoro; in altre parole si estranea, si allontana dal clangore della sua vita, un momento per sé che, però, è anche un preambolo all’individuazione del segreto che ha segnato la sua vita e che grava sul suo animo, una ferita che riemerge nel ripetersi dello stesso incubo.
“Nessun chiarore lunare, il cielo non era stellato, era buio come se fossimo stati sottoterra, respiravamo oscurità, io in ascolto di me stessa, dove qualcosa si era mosso, emerso dal profondo “
Proprio l’inquietudine e la malinconia sono il fil rouge della narrazione introspettiva di quanto accaduto nel passato. E lo stile della scrittura di Vigdis Hjorth, così morbido e lineare, ne è pervaso. L’autrice affonda la sua cifra letteraria in un terreno intimo, introspettivo, in un romanzo tutto al femminile che si fa ricerca e dolore.
Episodio fondamentale per Vigdis Hjorth
L’episodio da cui sgorga il fiume narrativo è la presenza della scrittrice ad un concerto. Seduta accanto a lei, una adolescente accompagnata dai genitori, una ragazzina che lei immagina infelice, scontenta. I gesti, gli scambi di sguardi e le poche parole tra genitori e figlia sono il catalizzatore; qui la protagonista rivede il suo passato di sedicenne in un quartiere piccolo borghese di Tåsenveien, nel novembre del 1975, quando il rapporto con la madre prende una piega problematica e angosciante.
Spicca, infatti, il comportamento ossessivo della madre: l’angoscia che prova per la figlia per quanto le possa accadere di male e il ritorcere su di lei la colpa di questo stato di cose. Da bambina, la protagonista si è sempre comportata bene, ma, a mano a mano che si avvicina all’età adulta, la madre, inspiegabilmente, la incolpa di essere un possibile magnete di calamità. Il rapporto con la madre diventa una gabbia claustrofobica per l’adolescente che inizia ad analizzare i propri comportamenti con ansia.
Ossessione: il fulcro del romanzo di Vigdis Hjorth
Ê questa inconcepibile ossessione che diventa il fulcro centrale del racconto, controbilanciata dal tentativo della protagonista di allora di analizzare il comportamento irrazionale della madre frutto di un timore percepito ma non manifesto. Ovvero quello che “potessi rivelare involontariamente o intenzionalmente che portavo una ferita di cui il mondo circostante avrebbe potuto incolparla, di non averla impedita, non aver saputo vegliare su di me in quanto madre come una madre dovrebbe fare con una figlia.”
I continui litigi creano nell’ambiente famigliare un clima di malessere, un’atmosfera precaria ed emotivamente provata. L’incolore ripetersi delle parole del padre rivolte alla madre in difesa della figlia “Lasciala stare”, nascondono ben altro e sottintendono un comportamento al limite del normale.
La sensazione che gli altri membri della famiglia siano solo figure bidimensionali e che la tensione tra madre e figlia raggiunga un punto di rottura fa presagire che “il male” nasca proprio nell’alveo famigliare e non nella vita quotidiana della giovane. Lo si percepisce chiaramente nel momento in cui la protagonista nasconde alla madre le uscite con le amiche e con il ragazzo, con cui ha un primo fallimentare rapporto fisico, quando in casa “L’aria vibrava sempre di così tante cose non dette”.
La scrittura per la protagonista
La sua vera ancora di salvezza diviene allora la scrittura, in particolare un diario, dove annota tutto ciò che accade e tutto ciò che immagina avesse dovuto accadere; un miscuglio di fatti reali, riflessioni, ma anche delle fantasie di una ragazza. Un diario che, una volta nella mani della madre, crea la rottura definiva e l’emergere della violenza che ha coinvolto la protagonista bambina proprio in seno alla famiglia. Un fatto volutamente nascosto, ma che l’inconscio da una parte, e il corpo dall’altra non possono tacere.
Nella casetta nel bosco, quarantotto anni dopo, il dolore riemerge ma questa volta con maggiore consapevolezza. Un ripetersi del passato che diviene perdono per la famiglia che ha scelto di mantenere nascosto il peccato innominabile, al fine di salvaguardare le apparenze. I romanzi che la protagonista ha scritto sono stati l’unico mezzo che il suo animo ha trovato per far emergere quello che aveva provato la ragazzina di sedici anni, e che, alla fine, le permette di accettarsi tanto da poter finalmente accogliere se stessa:
“L’abbracciai e lei si lasciò abbracciare e l’attimo di quell’abbraccio annullò il tempo, la matematica e la meccanica del mio orologio non contavano più perché quello non era un punto su una linea o un cerchio, ma un istante profondo, pieno, infinito e articolato.”
La forza di “Ripetizione” e di Vigdis Hjorth sta proprio nell’effetto taumaturgico dell’atto creativo. Qui la scrittura è un mezzo per dare forma ed accettare quanto si ha dentro, in questo caso il dolore, e per far sentire quella voce senza suono che ognuno di noi porta in sé.