Rethorica Novissima
poesia
Il ramo e la foglia Edizioni
settembre 2021
cartaceo
92
Ad apertura di libro, si nota subito la travolgente fluenza torrenziale di un verso che si allarga ai confini della pagina, assumendo un respiro ampio e in un certo senso prosaico. Abbiamo quindi un autore che si allontana dalla ripresa delle forme chiuse, che pure per qualche tempo ha garantito praticabilità al rigore poetico rispetto alle facili libertà dei verseggiatori improvvisati.
Qui regola metrica non c’è e tuttavia la libertà è sofferta ed è sottesa da un ritmo incalzante e dai cambi di pedale di una scrittura in continuo movimento. In questo flusso verbale viene convogliato un materiale linguistico particolarmente vasto che comprende lingue antiche e persino morte, nonché termini tecnici, in particolare quelli della filologia, che sono gli attrezzi quotidiani [di Alvino] e diventano in alcuni casi centrali
(Dalla prefazione di Francesco Muzzioli)
“vulcanico il testo
impareggiabile la canna
sempre sul punto di spiccare il canto”
L’incipit della recensione di oggi è tratto da “Carminis Lubrani voci”, una delle liriche che compone la raccolta “Rethorica Novissima“ di Gualberto Alvino, edita da Il ramo e la foglia. No, non volevo dire Rhetorica, ma proprio Rethorica; e non per una mia, ammissibile, ignoranza della lingua latina, ma perché, se scrivessi alla latina questa parola, svuoterei di significato tutto quello che l’autore vuole far trasparire sin dal titolo della sua opera.
Questa metatesi che l’autore attua è, naturalmente, voluta e collegata al significato sostanziale dei suoi componimenti. Sicuramente invertire fonemi all’interno di una parola è una scelta stilistica di suono; ma nel nostro caso non è propriamente così. Questa inversione è strettamente inerente alla critica che sottende ogni singola pagina, diretta al modo di fare poesia oggi. Cari amici lettori e autori, non leggete “Rethorica Novissima” se siete permalosi; se, invece, la vostra analisi e il vostro modus interpretandi si aprono ad ogni prospettiva di lettura, allora questo libriccino non potete perdervelo. Per tanti motivi.
Il primo è lo stile: aulico e di una volta. Leggere le poesie di Alvino è un tuffo nei primi secoli degli anni Mille. Impeccabile, soprattutto nella ricerca attenta delle parole da usare, della loro posizione all’interno dei versi, dei loro significati molto criptici ed ermetici.
L’assenza di punteggiatura rende difficile l’intuizione diretta del significato del poema; ma anche questo è il frutto della volontà di chiusura verso chi legge. Ma attenzione! Non voglio certo dire che l’autore non vuole essere letto, anzi! Vuole proprio che il lettore si addentri appieno nel suo modo di fare poesia.
Il grande acume di Alvino è evidente anche nei continui riferimenti alla filologia, ma non solo. La medicina, l’arte traspaiono dai versi solo se il lettore è attento a quanto legge. Lo stesso personaggio di Proust, da cui a mio parere l’autore si è molto ispirato nel corso della sua carriera di studi, è riconoscibile solo se si parte da una conoscenza del contesto storico e artistico in cui il romanziere operò. Non a caso, l’opera è aperta proprio da una sua citazione:
“Ogni scrittore è costretto a farsi una sua lingua, come ogni violinista è costretto a farsi un suo ‘suono'”
E questa connessione tra il Nostro e Proust rende ancora più emblematica la critica che, come anticipavo, Alvino fa alla poesia moderna. Perché se è vero che oggi si tende a rendere la poesia più libera e più aperta, con tutte le conseguenze positive o negative che questo comporta, è anche vero che, a parere di Proust, si è “costretti” a crearsi un proprio modo di fare poesia per diventare originali, anche a scanso di errori od orrori.
Le poesie di “Rethorica Novissima” sono quasi tutte molto lunghe; alcune sembrano essere delle prose più che dei poemi. La raccolta si divide in più parti: “Salvo trasgredir norma”, che comprende le poesie di “critica poetica”, chiamiamole così, o meglio di critica dell’arte in generale, talvolta anche con ironia; “Epigrammi”, molto ironici e diretti; “Humanitas”, la sezione più lunga, dove Alvino percorre una evoluzione letteraria, passando dal latino all’italiano, mediante una conoscenza della medicina, oserei dire, ippocratiana; “Varianti formali”, dove il lettore ha conferma dell’amore spassionato verso la poesia ricercata e un uso di spessore del lessico e della costruzione sintattica.
Una poesia che consiglio di leggere per entrare in un mondo poetico che oggi si legge poco.
E a voi, quale tipo di poesia piace?

Leggere mi stimola e mi riempie. L’ho sempre fatto, fin da piccola. Prediligo i classici, i romanzi storici, quelli ambientati in altre epoche e culture. Spero di riuscire a condividere con voi almeno parte dell’impatto che ha su di me tutto questo magico universo.