Radio Sarajevo
Romanzo di formazione
Voland
17 ottobre 2025
cartaceo e-book
180
E' il 1992, il piccolo Tijan ascolta una canzone di David Bowie alla radio quando le prime bombe colpiscono i quartieri di Sarajevo. Con tutta la famiglia il bambino si precipita in cantina in cerca di riparo mentre il mondo sembra esplodergli intorno. Lo shock iniziale è enorme, la vita cambia radicalmente. I negozi chiudono, le dispense si svuotano, in tanti scappano dalla città. Col passare del tempo la guerra però diventa quasi un'abitudine: tra terrore e noia, la gente cerca di inventarsi una nuova quotidianità. Mentre i genitori si dimostrano inadeguati ad affrontare la situazione, l'undicenne Tijan impara presto a cavarsela da solo e insieme agli amici Rafik e Sead affronta saccheggiatori, vende oggetti al mercato nero e baratta riviste pornografiche con i soldati in cambio di dolciumi...
“E’ già abbastanza triste essere un bambino in tempo di guerra” da “Radio Sarajevo” di Tijan Sila
“Radio Sarajevo” di Tijan Sila (Voland editore) è la storia dell’autore che nel 1992 aveva solo undici anni. Proprio in quell’anno, il suo Paese fu travolto da un sanguinoso conflitto interno, con esso anche la sua gente. Per Tijan e i bambini come lui, i bombardamenti, il freddo, le fughe e la scarsità di cibo diventano un’abitudine. Mentre i suoi genitori non sanno come affrontare il futuro e proteggere i loro figli, lui pensa a come far fronte alle esigenze quotidiane. Tra gli edifici abbandonati cerca tutto ciò che può barattare in cambio di cibo insieme ai suoi amici Rafik e Sead. Poi, un giorno, i genitori gli comunicano che partiranno tutti insieme per la Germania…
“Solo in Germania capii che la disperazione è uno di quei sentimenti che possono crescere all’infinito, proprio come l’amore e l’odio”
Trattandosi del racconto dell’esperienza di vita dell’autore, la narrazione si sviluppa in prima persona. Il linguaggio è semplice, chiaro e diretto. Le riflessioni hanno una certa profondità, ma possono appartenere anche ad un undicenne poiché costretto a crescere in fretta, quindi i contenuti sono coerenti con l’età del protagonista.
Tijan è un bambino come tanti. Ha undici anni, ama uscire per incontrare i suoi amici Sead e Rafik, mentre trova noioso occuparsi del fratellino minore e andare a scuola. Non immagina certo che arriverà il momento in cui non vedrà l’ora di recarvisi. E’ un ragazzino vivace che ama i suoi genitori anche se ne vede i difetti. Il papà è un uomo colto che conosce le lingue straniere, ma Tijan pensa che sia un debole e che, come tutti i deboli, se la prenda con chi è più indifeso: suo figlio. Sua madre invece è una donna dura, dai modi diretti e schietti. Non si fa problemi a rispondere per le rime quando si sente offesa, è una studiosa di germanistica ed è piuttosto popolare nell’ambiente universitario.
Sead e Rafik sono i migliori amici di Tijan, ma sono diversi da lui. Vivono in un ambiente più duro: Rafik è figlio di un pastore diventato operario della Fiat e poi partito per il fronte lasciando la famiglia senza protezione. Sead invece è figlio di un uomo rude che risolve i conflitti con la violenza. Sead è più scaltro rispetto agli altri due che ne subiscono l’influenza. Eppure amano trascorrere del tempo insieme e prendersi bonariamente in giro. Ma la guerra, si sa, crea divisioni anche tra i bambini…
“Sono stato convocato più e più volte dalla direzione e minacciato di provvedimenti disciplinari a causa dei miei toni inappropriati. Chissà a cosa è dovuto? Probabilmente alla guerra, come più o meno tutto, in un modo o nell’altro, nella mia vita”
E’ una storia dura sebbene l’autore non abbia calcato troppo la mano. Attraverso Rafik e Sead ha voluto rappresentare tutti quegli amici del quartiere con cui passava il tempo, i loro destini e quelli delle loro famiglie. E’ come se li avesse tutti riuniti in questi due personaggi. Il resto è una sorta di documentario sulla propria preadolescenza in tempo di guerra. E’ una storia di sopravvivenza che spaventa per come i bambini arrivano a convivere con l’orrore e la paura, adattandosi a modo loro, come fosse routine. Sebbene, nonostante la drammaticità delle tematiche, si avverta qualche nota di lieve ironia, è un romanzo che commuove. Si legge rapidamente per merito di uno stile fluido e di una trama dinamica, ma è una lettura emotivamente impegnativa.
L’autore esprime la volontà di dar voce alla propria generazione a cui nessuno ha dato un nome come fossero dei dimenticati (mentre quella dei suoi genitori è definita quella degli “sradicati”). Egli ci spiega con parole semplici questa guerra e quello che ha comportato. Nonostante avesse ricominciato una nuova vita altrove con la sua famiglia, ci dice chiaramente che quello che vissero in Bosnia li seguì anche in Germania ed ebbe gravi ripercussioni sulla loro esistenza.
“- Forse fai fatica a immaginartelo, ma la guerra non è mai finita – “
“- Ti sbagli, so esattamente di cosa parli -“
Se vi interessano le storie vere di sopravvivenza raccontate con la voce dell’innocenza tipica dei ragazzini, questo è il romanzo per voi. Una scrittura potente e coinvolgente per una trama che non lascia indifferenti.
Amate leggere storie vere ambientate in tempo di guerra?