Quello che resta
Thriller psicologico, weird
Delos Digital
28 aprile 2026
Cartaceo, ebook
120
Una bicicletta, una strada bagnata, una fuga dalla routine. Un viaggio che diventa un incubo dal quale non si riesce a uscire.
Eugenio lascia Zurigo in sella alla sua bici, carico della stanchezza di una vita di doveri, in cerca di silenzio e libertà. Ma quando un temporale anomalo lo costringe a rifugiarsi in una baita sperduta nel bosco, insieme a due sconosciuti – un giovane musicista e un anziano ferito – la fuga si trasforma in una trappola surreale. Il bosco sembra respirare, i sentieri si riavvolgono su se stessi, il tempo perde ogni significato. Cosa sta succedendo in quel lembo di foresta? È un’allucinazione collettiva, l’effetto di una misteriosa tossina, o qualcosa di molto più profondo e personale che attinge dalle paure più antiche di ognuno di loro?
Quello che resta è un romanzo che mescola la tensione del thriller psicologico con il respiro del dramma esistenziale. Un viaggio ipnotico e claustrofobico attraverso paesaggi esterni e interiori, dove la linea tra realtà, memoria e follia si dissolve con maestria narrativa.
“Questo libro è per te papà, ti sarebbe piaciuto.”
La recensione di “Quello che resta” di Simone Capodicasa, edito Delos Digital, voglio iniziarla con la dedica di apertura scelta dall’autore. Un dettaglio a cui presto sempre molta attenzione. Quando mi colpisce, il libro parte con il piede giusto. E se poi, alla fine della lettura, quella frase, acquisisce un significato più profondo allora con me hai fatto centro.
“Quello che resta” non è il classico thriller psicologico. È un romanzo weird che mi ha trasmesso queste sensazioni ambigue, psichedeliche, destabilizzanti e claustrofobiche. Uno dei suoi punti forza sta nel lessico che contribuisce a costruire in modo preciso l’atmosfera che accompagna la lettura.
La tensione fa da padrone, non nasce dalla paura, come potrebbe esserci in un horror, ma da un’inquietudine costante che, pagina dopo pagina, ti fa ripetere di continuo: Che cosa sta succedendo davvero?
Ti sembra di vivere un incubo: un bug della realtà.
Durante la lettura entri in un loop, dove la realtà non è più quella che sembra. È tutto in continuo movimento e cambiamento.
Ad un certo punto la sensazione che ho avuto è stata quella di essere in una camera degli specchi. Ti destabilizza talmente tanto che mi sono detta “Ci deve essere una spiegazione, per forza!”. Sembra di essere intrappolati in un labirinto, come le cavie di un esperimento, senza riuscire a trovare una via d’uscita.
Da lettrice ho voluto rimanere aggrappata all’idea che dovesse esistere una spiegazione razionale, così ho cercato di continuo risposte impossibili. E invece Simone Capodicasa, ad ogni capitolo, sembra divertirsi a cambiare le carte in tavola e senza (in apparenza) rispettare regole coerenti.
Ti senti avvolto da una nebbia che non ti fa vedere. 
E questa cosa ha alimentato una curiosità tale che il libro l’ho divorato in pochissimo tempo.
“Aveva già visto troppi cicli concludersi nella stessa maniera, ogni volta sperando che qualcosa – un gesto, una parola, un errore di percorso – bastasse a invertire la deriva.”
Un’apparente vita “normale”.
Il protagonista Eugenio, padre di due bimbi (Mia e Valerio) e marito di Lara, che per il suo compleanno gli regala qualche giorno di libertà. Una fuga dalla quotidianità in sella alla sua bici per staccare la testa.
Sorpreso da un temporale smarrisce il sentiero. Sembra tutto normale.
No.
Ora immaginate di trovare rifugio in una baita, in mezzo al bosco, dove ci sono un ragazzo e un anziano e da quel momento non essere più sicuri di nulla. La realtà si distorce.
“Il tempo lì aveva smesso di essere affidabile.”
Il bosco sembra essere “vivo”, si prende gioco degli ospiti della baita, suscitando in loro una sensazione persistente di essere osservati.
“Nessuna sagoma emergeva dalla nebbia, eppure a ogni passo il bosco sembrava avvicinarsi, come se gli alberi stessi si stringessero intorno a loro.”
Il bosco, il tempo, i sentieri e la nebbia cambiano. La baita è la stessa, ma non lo è.
Così in testa si insinua una domanda: “E se ci fosse più di una realtà?”
Ti ritrovi in un dedalo di realtà che si smentiscono a vicenda e tu, insieme ai personaggi, brancoli nel buio.
Il fatto è che questo libro mi ha spezzato, perché mi sono immaginata diverse chiavi di lettura per gran parte del libro e poi, in un capitolo, la svolta. Ho iniziato a capire, senza però immaginare “quel” finale, che mi ha lasciato a bocca aperta.
La nebbia ha iniziato via via a dissolversi, ma quello stato di disagio e smarrimento è rimasto costante.
“La disciplina, la responsabilità, quella capacità di non cedere mai del tutto al richiamo del vuoto, nemmeno nei momenti peggiori. Quando la notte era solo una coperta troppo corta e il futuro si stringeva addosso come una camicia di forza, Eugenio stringeva i denti e portava fuori la spazzatura: letteralmente, ma anche metaforicamente.”
La bici è un miracolo.
Come in un’equazione: la bici sta a Eugenio come la corsa sta a Ivonne. Quanto mi è piaciuto leggere della passione per la bici del protagonista. Quelle sensazioni lì le provo io quando corro, soprattutto in montagna. Mi sono sentita così vicina a Eugenio che è stato bellissimo.
La bici come meditazione, come controllo, come libertà e come ancora alla realtà. Verità!
La scrittura di Simone l’ho trovata profonda, ricca e potente. Mai un vocabolo fuori posto, tutto ha un senso.
In simpatia dico che in un certo momento ho avuto questo pensiero: “Solo una persona sotto sostanze stupefacenti può scrivere un libro così”. E invece l’autore aveva in mano un poker d’assi e l’ha calato al momento giusto, per chiudere la partita.
Infine, l’epilogo di “Quello che resta”, che consiglio di leggere con uno spirito libero, mi ha riportato a un mio ricordo d’infanzia uguale a quello presente nel romanzo. Dolcissimo.
Ti voglio bene Papi!

Ciao! Mi chiamo Ivonne, sono sposata con Francesco e mamma di tre splendide ragazze. Amo i bambini (infatti sono un’insegnante d’infanzia), la corsa e… ovviamente i libri.
Non ho un vero genere preferito, anzi, mi piace spaziare fra i vari generi anche se m’incuriosiscono di più i fantasy, i thriller psicologici, il gotico, l’horror… e sono anche una gran lettrice di manga giapponesi.
“Leggere è nutrire l’anima”.