Quando eravamo grandi
narrativa
Guanda
gennaio 2021
cartaceo, ebook
288
Raggiunta la mezza età. Rebecca scopre di aver vissuto un'esistenza diversa da quella che avrebbe voluto. Nemmeno ventenne ha lasciato il college per sposare un uomo più vecchio di lei e già padre di tre bambine. E poco dopo, rimasta vedova, si è ritrovata ad assumere il ruolo di capofamiglia e a mandare avanti l'attività della suocera, affittando la grande casa ottocentesca dei Davich per ricevimenti e rinfreschi.
Tra una festa e l'altra, adesso Rebecca deve dedicarsi anche ai nipotini e alle complicate vicende famigliari delle loro giovani madri. Ma dov'è finita la ragazza timida e studiosa che era? E come sarebbe Rebecca se da giovane non avesse dato quella svolta brusca alla sua vita?
“C’era una volta una donna che scoprì di essere diventata la persona sbagliata”
Trama di “Quando eravamo grandi”
A soli vent’anni, Rebecca, ha dato una brusca svolta alla sua vita. Ha abbandonato gli studi universitari e ha lasciato il fidanzato storico Will. Tutto per sposare Joe Davich. Chi è l’uomo che l’ha portata a questo colpo di testa?
Joe ha tredici anni più di lei, divorziato, padre di tre bambine abbandonate dalla madre. È il titolare di un’attività perennemente zoppicante, organizza feste ed eventi nella casa di famiglia., un’ottocentesca dimora piena di pecche. Dopo soli sei anni di matrimonio, Rebecca rimane vedova. Si ritrova, così, in eredità tutta la famiglia del marito (la suocera e l’anziano zio, un cognato scapolo, le tre figliastre e la figlia avuta da Joe) e il suo lavoro da mandare avanti. Arrivata a cinquantatré anni, Rebecca si chiede se quella fosse proprio la vita alla quale era destinata. Cosa sarebbe accaduto se avesse sposato Will anziché Joe? Che genere di donna sarebbe diventata? Il solo modo per scoprirlo è provare a riprendere la vecchia strada nel punto in cui l’aveva interrotta. Ma è possibile farlo alla sua età?

“A braccia aperte”: è il nome dell’attività che gestisce Rebecca, organizzatrice di feste ed eventi nella propria antica dimora. Quell’insegna potrebbe esprimere perfettamente anche il suo ruolo in famiglia: accogliere, sorridere, prendersi cura. Tutto in lei sprigiona solidità, ottimismo e affidabilità; persino il suo aspetto esteriore, matronale ma morbido, ed i suoi abiti variopinti, comunicano giovialità e dolcezza. Il suo sorriso e la sua affabilità invitano alla confidenza e alla fiducia. Nonostante gli affari abbiano un andamento a singhiozzo, lei è una brava imprenditrice, porta avanti il lavoro con tenacia e serietà. È il perno di tutta la famiglia Davich. Eppure non è sempre stata così determinata e concreta. Prima di incontrare Joe, è stata una ragazzona timida, ma studiosa e obbediente. Una creatura riservata e perfettamente educata dall’anziana madre vedova.
“Una volta era una giovane donna molto posata e dignitosa. Portava le trecce acciambellate intorno alla testa e gli amici si complimentavano con lei per come sapeva tenere la testa dritta, tanto che la sua figura ampia appariva quasi regale” – Quando eravamo grandi
Era fidanzata con il ragazzo conosciuto tra i banchi di scuola, figlio di amici di famiglia, Will, così diverso da Joe. Il primo un po’ snob, ottimo studente dal carattere schivo, sempre molto controllato e pacato. Il secondo così maturo, affascinante e pieno d’iniziativa. Un padre affettuoso per le sue tre bambine. Una persona con la quale le riusciva semplice parlare e ridere.
“L’aveva guardata con un sorriso affettuoso e attento che, ad un tratto, le aveva fatto venire il dubbio se non si fossero conosciuti in una qualche altra fase della sua vita che aveva semplicemente dimenticato” – Quando eravamo grandi
Un giorno Anne Tyler disse: “Amo la famiglia. È il luogo dove si prova a risolvere le catastrofi”
La famiglia. In tutti i romanzi di Anne Tyler si pone al centro e questo non fa eccezione. Essa viene analizzata in ogni suo aspetto, attraverso i pensieri e le vicende di tutte le generazioni. Ci sono famiglie che si formano, famiglie che si acquisiscono, che si ereditano, che si sfasciano.
In “Quando eravamo grandi” sono presenti famiglie così dette tradizionali ed anche non convenzionali. Una giovane decide di crescere il figlio del proprio defunto fidanzato con il fratello di lui, omosessuale. Un’altra è al terzo matrimonio e alla terza gravidanza in quanto, dopo la nascita di ogni bambino, si separa regolarmente dal padre. Un’altra ancora sta per sposarsi con un giovane divorziato e prepararsi a crescerne il figlio preadolescente. Ed infine, c’è anche la madre di famiglia regolarmente accasata con il legittimo padre dei suoi tre figli.
L’autrice fa un’analisi di ogni rapporto, molto sincera e priva di pregiudizio. Utilizza un linguaggio semplice dove le immagini hanno grande importanza. È la perfetta cronista del quotidiano, coglie sfumature e disagi dell’animo umano.
La trama in sé non è al centro della narrazione. Non ci sono grandi eventi, colpi di scena o suspense, piuttosto situazioni comuni nonostante la loro originalità di fondo. Dà vita a pensieri condivisibili e molto umani, quelli che passano per la testa di ognuno di noi, ma ai quali non si da mai voce per pudore, timore o riserbo.
Il ritmo narrativo è soggettivo. Per chi ama le storie avventurose o fantastiche, può apparire lento. Per coloro che amano scandagliare e approfondire gli stati dell’animo umano e sono cultori della narrativa delle persone comuni, allora sarà incalzante. La particolarità della narrazione consiste nella grande ironia dell’autrice. La sua abilità sta nel renderla umoristica e mai sarcastica.
Premesso che la Tyler è l’autrice che preferisco in assoluto, trovo che sia straordinaria, sempre e comunque. È in grado di rendere interessante anche il personaggio più anonimo ed insignificante. Ogni suo romanzo è un invito all’approfondimento e una guida alla comprensione. È dotata di grande sensibilità e spirito d’osservazione; credo che ogni suo romanzo costituisca un vero e proprio insegnamento.
“Quando eravamo grandi” è tra quelli che prediligo. Sono convinta che la situazione che ci presenta all’inizio con la frase d’esordio “C’era una volta una donna che scoprì di essere diventata una persona sbagliata”, sia molto più comune di quanto non si creda tra gli esseri umani. Situazione difficilmente ammissibile dal singolo, in quanto equivalente al fallimento secondo l’attuale corrente di pensiero. Eppure, l’autrice disegna il percorso della protagonista in maniera così singolare e audace da rendere una situazione comune, originale e inedita. Il tutto regalando qualche sorriso e un pizzico di nostalgia nel lettore.
Rivolgo due domande. Una a chi è già “grande” e un’altra a tutti, giovanissimi compresi. La prima è: avreste mai immaginato, anni fa, che sareste diventati la persona che siete ora o avevate altri progetti? La seconda invece è: avete mai fatto qualche “colpo di testa” improvviso che ha cambiato il vostro percorso di vita?
L’autrice di “Quando eravamo grandi”
ANNE TYLER ( 25 ottobre 1941, Minneapolis). Laureata in letteratura russa presso la Duke University, ha perfezionato i suoi studi in Slavistica alla Columbia di New York. Ha lavorato come bibliotecaria e si è trasferita a Baltimora, città in cui sono ambientati quasi tutti i suoi romanzi. La maggior parte di essi hanno come soggetto una famiglia, le cui vicende vengono analizzate accompagnandola nel corso degli anni. Nel 1989 il suo romanzo “Lezioni di respiro” è stato premiato con il Premio Pulitzer. Mentre “Turista per caso” ha vinto il premio del National Book Critics Circle Award. Custode gelosa della propria privacy, ha scelto una vita ritirata, lontana dai salotti letterari e dalle interviste giornalistiche.
