Maledetti uomini
Romanzo di formazione
Iperborea
15 gennaio 2026
ebook, cartaceo
448
Sembrerà strano, ma per Andrev scoprire a sette anni che suo padre non è il suo vero padre è un sollievo: il Mago delle Piante, come ha soprannominato l’ex della madre, era un falso invalido un po’ hippie, capace di insegnare molte cose (a riconoscere erbe e funghi, giocare a scacchi e fare la cacca come gli indiani) ma anche di tirare dei gran ceffoni. È il 1983, e in altri sette anni arriveranno altri padri: l’Artista, che di arte non sa niente ma è un bravo donnaiolo; il Ladro, che gli arrestano davanti agli occhi per taccheggio; il Pastore, che non è un pastore ma solo uno che vede il diavolo negli occhi degli altri; l’Assassino, possessivo e irascibile; e il Canoista, che lo manda appena quattordicenne a lavorare d’estate, anche se in fondo sarà lui a imprimere una svolta alla sua vita. Il vero padre è un uomo dai capelli lunghi e neri, gli ha svelato la madre. Come un indiano. E Andrev, da quando lo sa, sogna che «l’Indiano» mandi uno spirito a portarlo in un mondo di cavalli e cowboy, via da quello marginale della madre, che vive tra i resti dell’anticonformismo degli anni Settanta: lavori saltuari, pochi soldi, niente tv né plastica – e una relazione tossica dopo l’altra. Ma lo spirito non arriva, e intanto Andrev cresce, accompagnato da domande più grandi di lui ma anche dall’affetto materno, dagli amici e poi dai primi amori. Un romanzo di formazione in cui, con una gioia narrativa che vira nel fiabesco senza cancellare il nucleo doloroso della storia, Andrev Walden rifà suo l’umorismo disarmante e la crudezza innocente del bambino di allora che, maschio tra maschi mediocri quando non violenti, non solo rincorre disperatamente una figura paterna ma si chiede che uomo diventerà.
Ci sono pagine che ti fanno sbocciare nel cuore commozione e risate allo stesso tempo, certo non è facile, ma in questa impresa è riuscito Andrev Walden con il suo “Maledetti uomini”, edizioni Iperborea. La sua scrittura brilla, incanta con una prosa semplice e lineare, ma fortemente emozionante. È un racconto in prima persona, con una voce brillante che mescola ingenuità e genuina curiosità, quella di Andrev che, nel 1983, all’inizio della storia, ha appena sette anni, tante domande e pochissime risposte. Certo scoprire che il Mago delle piante non è suo padre, è stata una vera liberazione: meglio avere un padre sconosciuto che uno che ti tratta in quel modo!
“Non ci avevo mai pensato ma appena quell’ idea mi si deposita dentro so per certo che è così. Non gli somiglio e non somiglio nemmeno ai miei fratelli. Non ho i loro occhi grigio azzurri e nemmeno i loro riccioli biondorossi o le loro lentiggini. E difficilmente loro hanno i miei lividi. Chiaro che è vero. Il Mago delle piante non è mai stato mio padre.”
È un coming of age ricco di avventure, scoperte, sogni e paure quello che ci narra lo scrittore svedese, al suo esordio come romanziere. Un debutto riuscitissimo a mio parere. Se il pregio di un buon romanzo è intrattenere, emozionare e lasciarti qualcosa alla fine, “Maledetti uomini” è senza dubbio un ottimo lavoro. Seguiamo Andrev nella sua crescita, tra giochi, scoperte e curiosità; lo vediamo bambino senza particolari inclinazioni o grandi sogni, se non quello di avere, finalmente, un padre.
“Non ho ancora imparato ad accorgermi di quando comincia a sembrare amore. E non so come cominciano e finiscono i padri, ma capirò presto che i confini familiari sono laschi e che i padri possono migrare da una famiglia all’altra nel giro di poco.”
Nel suo pellegrinare di casa in casa, con la mamma e i fratelli, tra archetipi di padri, sognando una figura di riferimento che lo accetti per quello che è, conosciamo un bambino normale senza particolari abilità, che fa le sue piccole e grandi scoperte, errori, piccole conquiste e perdite, disseminate sul cammino. Cresce Andrev, adolescente curioso, impacciato, adorabilmente imbranato e fifone, ma è sempre lui, insicuro, titubante, dall’ immaginazione sconfinata, ingenuo e bisognoso di attenzioni.
Il romanzo è diviso in sette parti, una per ogni possibile papà. Un universo di uomini sbagliati, a volte tremendamente sbagliati, altre semplicemente noiosi, ma ogni volta (o quasi) Andrev ci spera che sia l’uomo giusto, il papà per lui.
Tra viaggi in auto per le strade svedesi, la scoperta della TV e dei film che fanno paura, tra risate e qualche lacrima, un bambino cresce, sogna, aspetta. Un romanzo divertente e toccante, una storia che scalda il cuore per l’ingenua tenerezza del protagonista e per il suo semplice, ma difficilissimo, sogno di avere un papà tutto suo.
Un altro romanzo nordico che mi ha affascinato anche per le descrizioni dei luoghi, così lontani da noi ma molto suggestivi, e che le parole di Andrev Walden rendono vividi e reali. Difficile non affezionarsi a Andrev che si racconta con così limpida esuberanza, senza nessun filtro, mostrando le fragilità come medaglie al valore di un cuore in subbuglio, e nonostante non sia coraggioso, né ardito o particolarmente sfacciato, si fa amare proprio per questo suo essere normale.
“Qualche padre fa sarei rimasto spiazzato ma ormai comincio a rendermi conto che i padri sono come il meteo e i dolori della crescita. Non si sceglie quando cominciano e finiscono e nemmeno le mamme influiscono direttamente sulla loro presenza: i padri arrivano e basta, e allora ti tocca vestirti nel modo giusto o stringere i denti. Dopotutto prima o poi passano sempre.”

Salve, sono Giusy e sono un’appassionata lettrice da quando ero una bambina. Mi piace leggere praticamente di tutto, dai classici, ai romanzi d’amore, ma amo soprattutto la narrativa contemporanea. Adoro i manga giapponesi e scrivo racconti.