Lunga vita all'impero Book Cover Lunga vita all'impero
Nuova Narrativa Newton
Simon Scarrow
Narrativa storica
Newton Compton
26 settembre 2019
Cartaceo, kindle
384

54 D.C. A causa dei tumulti che provengono dalle frange orientali dell’impero romano, il prefetto Catone e il centurione Macrone si trovano a far fronte a una nuova minaccia. L’impero partico ha invaso l’Armenia, che gode della protezione di Roma, e il sovrano è stato deposto. Il re Radamisto è ambizioso e privo di scrupoli, ma è leale nei confronti di Roma. Per questo il generale Corbulone è stato incaricato di rimetterlo sul trono e di prepararsi alla guerra contro i parti. L’arrivo di Catone e Macrone, soldati di grande esperienza, rappresenta l’unica speranza che Corbulone ha per tenere alto il morale delle truppe e organizzare l’offensiva. Ma riusciranno a tenere a bada il narcisismo del re Radamisto? Il sovrano, infatti, è intenzionato a ottenere la sua vendetta ed è solo questione di tempo prima che compia un passo falso che potrebbe mettere a repentaglio le sorti della guerra, l’invincibilità di Roma e, soprattutto, migliaia di vite…

“Eccola qui. È stata al mio fianco nelle montagne asturiane.
È stata la mia fedele compagna nei gelidi pantani
e nelle oscure foreste della Britannia.
Si è presa cura di me nel deserto della Nubia.
È sempre stata fedele e mi ha protetto da ogni male…”

 

È la spada, o meglio definirla gladio in relazione agli anni che fungono da contesto storico alla narrazione, il soggetto di questo insegnamento fatto da Macrone, primo centurione della Seconda coorte della guardia pretoriana dell’imperatore romano, ai soldati del proprio reggimento e agli alleati con cui doveva combattere per portare a termine la missione loro assegnata dal generale Corbulone, delegato del neo imperatore Nerone. Ma prima di addentrarci nel racconto, è necessario fare qualche piccola premessa introduttiva sul libro che sarà oggi oggetto di recensione.

Lunga vita all’impero è il recente romanzo storico di Simon Scarrow, scrittore noto agli appassionati del genere e in particolare della narrativa incentrata sulle vicende che hanno caratterizzato la storia dell’Impero romano. Molti, infatti, sono stati i suoi libri che hanno trattato tali tematiche, stante la passione che l’autore ha per la storia romana. Ma egli non si limita solo alla storia in sé: cerca di immaginare, di fantasticare sui pensieri, sui caratteri, sugli animi dei personaggi di cui racconta le avventure, rendendole, potremmo dire, “moderne”.

Trama

Il romanzo si incentra sul viaggio di parte dell’esercito romano stanziato in Oriente verso l’Armenia, per deporre dal trono il re Tiridate, imposto dai Parti, e riconsegnarlo al suo predecessore iberico Radamisto, figlio di Farasmane, re di Iberia. A capo della missione viene scelto il tribuno Catone, uomo di acuta intelligenza e valore, che, oltre alla scelta delle migliori strategie di guerra, dovrà anche placare lo spirito intrepido e arrogante del principe iberico, intenzionato a ritornare sul trono e vendicarsi crudelmente di quanti lo avevano tradito in terra armena.

Il viaggio si snoda lungo tre tappe principali: a Bactris avviene l’incontro tra l’esercito romano e quello alleato (iberico) con a capo Radamisto, il principe che Roma deve garantire al trono dell’Armenia. Un esercito, invero, poco qualificato rispetto a quello romano, ben organizzato e strutturato. Ha, infatti, inizio l’addestramento dei soldati, gestito dal tribuno Macrone, veterano ed esperto di guerra. Durante la marcia, gli eserciti si imbattono in Ligea, una cittadella che funge da primo scontro dialettico tra Radamisto, intenzionato a raderla al suolo per dimostrare agli armeni che lui è intenzionato a tutto pur di riottenere il trono, e Catone, che invece preferisce evitare sprechi di uomini ed energie e contrattare la pace con i popoli che incontra sul suo cammino. Ligea sarà sfondo di inganni, morti, crisi, malumori, preoccupazioni. Nonostante ciò, l’esercito riuscirà ad arrivare ad Artaxata, la capitale armena. Qui, tutti saranno vittime di una trappola, che porterà, invero, ad una conclusione inaspettata.

Struttura dell’opera

Il libro è diviso in capitoli (trentotto nello specifico), preceduti dall’elenco dei personaggi che il lettore incontrerà nel corso della narrazione. Si conclude, invece, con una nota dell’autore, in cui Scarrow propone dei parallelismi tra la storia antica e quella moderna, rilevando in quest’ultima linee di continuità col passato sulla concezione di modello politico, ma soprattutto di discontinuità, quanto ai personaggi leader e al corso degli eventi.

Il narratore è esterno al racconto, non onnisciente. Eccezion fatta per il primo capitolo, dove il lettore viene catapultato nell’impero parto, acquisendo coscienza di come il nemico di Roma considera un eventuale scontro con i Romani in Armenia, il resto della storia viene raccontato dal punto di vista dei Romani, in particolare di Catone e di Macrone.

Lo stile della narrazione è scorrevole: la lettura risulta fluida e leggera. Numerose sono le descrizioni dei paesaggi e degli ambienti in cui l’esercito si imbatte; l’autore non manca di descrivere anche scene cruenti di battaglie, di ferimenti e di uccisioni, non soprassedendo a immagini sanguinolente e crude. Il linguaggio attribuito ai personaggi è moderno: seppur soldati del 55 d.C., quando dialogano tra loro sembrano giovani dei nostri giorni.

Commento personale

Da appassionata e studiosa di storia romana, mi aspettavo un libro che si basasse principalmente sulla pura storia degli eventi che hanno portato Roma a conquistare l’Armenia. “Lunga vita all’impero”, è certo intriso di storia, ma non a tal punto, forse per scelta dell’autore, condivisibile o meno.

Dato certo è che l’anno 55 è stato il primo della campagna di Roma contro i Parti in Armenia, promossa dall’imperatore Nerone, da poco salito al trono. I Parti sono da sempre stati i nemici incontrastati di Roma, e questo Scarrow lo sa bene. Nella parte conclusiva della sua opera, infatti, ma invero anche nel corso della narrazione, educe il lettore sui contrasti tra i due popoli, perpetrati nei secoli. Roma, sovrana indiscussa, “caput mundi”, non è riuscita mai a soggiogare pienamente l’impero parto, soprattutto a causa dei suoi territori poco conosciuti e difficili da attraversare senza adeguati strumenti di sopravvivenza.

Ancora, certe sono le logiche di guerra rappresentate: gli schieramenti militari, le regole del codice dei soldati da rispettare oltre ogni sentimentalismo verso un sottoposto o un collega, i meccanismi politici che permettono di associare una città all’impero romano o a quello parto (si pensi alla riscossione dei tributi, che viene usata come criterio da Catone per stabilire se la città di Arbela è sottoposta a Roma o alla Partia), le diverse fasi delle trattative prima di giungere alla guerra, che secondo il diritto internazionale romano deve costituire sempre l’extrema ratio.

Dubbi, invece, mi sovvengono sul forte sentimentalismo presente nella narrazione delle vicende, anche questo forse voluto dall’autore. Mi risulta difficile, soprattutto dalla lettura delle fonti grazie alle quali siamo a conoscenza della storia dell’impero romano e delle guerre che esso ha affrontato nel corso dei secoli, immaginare comandanti dell’esercito romano avvezzi a sentimenti o a crisi di cuore e di animo. Sono uomini, certo! Hanno famiglie, figli, parenti dai quali non vedono l’ora di ritornare. Ma pensare al tribuno Catone tremante, in preda agli spasmi, agitato per aver visto un uomo morire dinanzi a sé, mi sembra poco consono alla tempra che avevano i leader militari romani, soprattutto in questa fase dell’impero dove la lotta alla sopravvivenza era più viva che mai.

Ancora, mi sembra strano, a prescindere da tutti i dubbi che in storiografia sono stati sollevati in merito alle dinastie iberiche, che un re di Iberia, impropriamente definito re (l’Iberia era pur sempre provincia romana e dipendeva da Roma), imponesse la sua volontà sul regno di Armenia, andando contro gli interessi dell’Urbe. Così come, devo ammettere, mi è risultato sgradevole il linguaggio usato dai personaggi, più vicino alla volgarità gergale odierna che al rude verbo antico.

Nonostante questi elementi di criticità, dovuti più a curiosità personali che ad altro, è interessante vedere come Simon Scarrow abbia raccontato una storia. Le fonti ci descrivono i fatti, così come accaduti (o quasi); lo scrittore li rende propri e su questi costruisce racconti, in cui inserisce anche sue percezioni, fantasie o immaginazioni. Più volte, nel corso della lettura, ho immaginato io stessa Scarrow nell’intento di inserire, tra le pagine, come lui si immaginasse gli animi dei personaggi protagonisti. A lui il merito di aver reso soldati anche uomini, come dicevo, vicini a noi più di quanto possiamo immaginare.

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