"L'odore del lupo"
Narrativa contemporanea
Ponte alle Grazie
27 gennaio 2026
Cartaceo, ebook
192
Quando d’estate si arriva al lago, è come approdare a un regno fatato. Barche abbandonate che levano l’ancora verso isole misteriose, gare di tuffi dal pontile, flipper e biliardini dentro al bar. E, ancora, capanne nel bosco, letti a castello, grandi tavolate di amici, di qua i grandi, di là i piccoli. Ma a volte le carte si confondono e la fiaba, tra le righe, rivela una trappola indicibile. All’improvviso, quella di Silvia diventa un’infanzia senza gioco. Dall’ombra affiorano topi-lupi dall’odore aspro e genitori sfrangiati che non sanno vedere, parole che naufragano nel silenzio e urla soffocate sotto al lenzuolo, dottori che non curano e compagne che sfuggono alla presa. Eppure, se la si lascia fare, la vita spariglia, grida tutta la sua rabbia e la converte in luce. Di scuola in scuola, di cortile in cortile, di amicizia in amore, Silvia cresce con la cruda nudità della sua ferita e la voglia, profonda, di risanarla. All’odore del lupo, la bambina che via via diventa ragazza oppone la fiera certezza di avere ragione. Intollerante al ruolo della vittima, smonta piano piano la fortezza perfetta in cui si era rinchiusa e trova il coraggio di affidarsi al mondo e a chi, nel mondo, sa crederle, leggere la sua cicatrice, accogliere la sua rinascita.
Perché, se diventare grandi è difficile per tutti, sopravvivere al male e ritrovarsi interi è un’avventura straordinaria, che merita di essere raccontata.
“L’odore del lupo” è il romanzo d’esordio di Maria Pacifico, edito da Ponte alle Grazie.
Il nome della protagonista è Silvia, in omaggio al poeta tanto amato da sua madre.
La conosciamo mentre si reca dal medico per parlare di quel problema che l’ha resa così silenziosa. I suoi genitori, sopraffatti dalle loro ansie e preoccupazioni, non la aiutano. E non la ascoltano.
“Mia madre racconta e io arretro, cerco rifugio nella distanza.
Non posso credere che la mia storia venga proposta così. Io le parole le avevo cercate, e con le loro cause, gli scopi. Per come ero capace, per come potevo. Non ho proposto solo il silenzio; voi, come avete risposto?”
Qual è la tua verità, Silvia?
Hai sedici anni, ti piace leggere, indossi quella mantella nera e non parli solo a monosillabi. Raccontaci di te. Puoi iniziare da un momento felice, quello dei tuoi undici anni, quando partiste per le vacanze estive verso l’orrido di Bellano.
In quell’occasione, era il padre che “si trasformava nel condottiero, nel capitano, nell’esploratore di mondi e allestiva l’avventura.”
Nella casa vacanze trova i vestiti lasciati l’estate precedente. Ormai, quella gonna e quel golf le sembrano diventati troppo stretti.
Silvia non è sempre rimasta in silenzio. Anzi, c’è stato un tempo in cui diceva quello che pensava, in questo assomigliava a sua madre.
“Parole in libertà, forti, che raccontano storie, scandali, segreti, e che a volte senza filtri feriscono. Parole a volte in dialetto e a volte fuori luogo. Il silenzio non è previsto e neppure tollerato: è una malattia, un disagio, un affronto.”
Proprio nell’estate dei suoi undici anni, quando le dicono che è diventata grande e bella, accade un fatto ripugnante.
Silvia è una studiosa, tra le più brave della classe. Vive, di riflesso, gli anni delle ribellione studentesca e dei nuovi metodi pedagogici. Vede il suo corpo trasformarsi, parallelamente alle trasformazioni della società degli anni Settanta.
L’uomo del lago arriva una sera a cena, ospite dei genitori.
Quella di Silvia è una famiglia in cui la cultura e la socializzazione con persone provenienti anche da altri Paesi era essenziale. Una casa nella quale scorreva la “Storia, quella maiuscola.”
In quell’andirivieni, diventato familiare in casa, ogni tanto ritornano anche “gli zii del lago”, che zii non sono. Una coppia senza figli, amici dei genitori.
È il racconto agghiacciante di una bambina che sta diventando donna, ma che non dovrebbe diventarlo così in fretta. Non ha parole per esprimere cosa prova. Sa che è sbagliato, ma non riesce a comunicarlo. O, forse, i suoi genitori, non sono pronti ad ascoltare.
Per questo si chiude in un mutismo selettivo. Il suo diventa un silenzioso grido di aiuto.
Silvia è brava a scuola. Lei nemmeno sa cosa sia il sei politico. Eppure, non fa parte del branco. Viene isolata e avvicinata solo per copiare i suoi compiti.
Lei è, al tempo stesso, “lupa solitaria e cerva ferita.”
Finalmente qualcuno si accorge di lei e la cerca.
“Tutti possono vedere che c’è una ragazza riccia, con i jeans spiegazzati, seta indiana e odore di fumo – insomma, perfetta – che viene a cercare una sua amica, e visto che sono amiche non importa se la seconda ha una gonna a pieghe, una treccia e gli occhiali.
Sono Nina e Silvia, compagne di strada.”
L’amicizia con Nina le apre le porte di un mondo nuovo, a pochi passi da lei, l’oratorio e il campeggio in montagna. Aria pura. Lontana dall’oppressione della vacanza al lago.
In tono fermo, implacabile, schietto ma, al contempo, delicato, Maria Pacifico ci racconta la storia di questa bambina che ha conosciuto “lo zio del lago, un nome affettuoso, da personaggio delle fiabe.”
Peccato che questa non sia una favola.
È la storia di un’infanzia strappata, scivolata via.
L’odore di quel topo-lupo, che lei riconosce all’istante, le rimane appiccicato addosso.
“A volte si fiorisce sottovoce. Nel tempo che serve all’erba per bucare, la sera solo terra e all’alba un filo di verde, la ragazza muta pelle, piumaggio, livrea […] non fa nulla di speciale, tranne forse sciogliere la treccia, semplicemente si lascia attraversare.”
Nel 1978 si parla anche di assunzione di acidi che devastano la personalità; della proposta di legge 194 per l’interruzione volontaria della gravidanza; di assemblee e di occupazione studentesca.
I capitoli sono ventisei, contrassegnati da ciascuna delle lettere dell’alfabeto inglese.
Dalla A. “Silvia. Mi chiamo Silvia”.
Alla Z. “So che la memoria ha le sue leggi”.
Silvia non ha alcuna responsabilità, in questa storia. Non ha sbagliato nulla. Non si deve sentire in colpa
Lei non ha fatto nulla di male.
Un romanzo che consiglio a tutti per la sua delicatezza, ma soprattutto a chi ha paura di parlare e, per questo, rimane in silenzio.
“Per un attimo mi sento più leggera: in fondo, ho un certificato di garanzia, una patente di appartenenza alla maggioranza dei normali, dei giusti, dei sani. Mi è stata riconsegnata una storia che non fa più acqua da nessuna parte, il peggio è passato e le sagome nere dissolte. Stop.”
Ringrazio la CE, Ponte alle Grazie, per la copia cartacea.
(4 stelle)

Mi chiamo Alessia. Sono un’insegnante di matematica e inglese. Vivo in provincia di Pavia. Adoro leggere (soprattutto gialli), fare yoga e cucinare.