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Recensione: “L’isola che non c’era” di Leonardo Bonetti, Il ramo e la foglia Edizioni

L'isola che non c'era Book Cover L'isola che non c'era
Leonardo Bonetti
Narrativa
Il ramo e la foglia Edizioni
gennaio 2021
cartaceo
156

«L’isola, in fondo, è proprio questo: un’opera che divora, l’opera perfetta che non esiste.»

Un’isola misteriosa è riemersa dalle acque in seguito alla scomparsa del libro che ne raccontava il mito. Leo, giovane solitario dalla vita ordinaria, dopo essere stato abbandonato dalla sua amata decide di imbarcarsi alla volta di questa terra inconosciuta.

Qui scopre una società utopica, fondata sulla giustizia, dove non esistono furti né malattie. Le impressioni positive, però, lasciano presto spazio alla sensazione che ci sia un inquietante non detto: perché le madri non allevano i propri bambini? Qual è la funzione del Necrolario? Cosa succede nella casamatta di pietra e cristallo nascosta sulla montagna?

Prima che l’isola sprofondi di nuovo Leo sfiorerà alcuni dei segreti di questo luogo, che resta enigmatico come enigmatica è la vita.
Leonardo Bonetti torna alla narrativa con un romanzo filosofico intriso di mistero, una fiaba ricca di simboli che è un viaggio fisico e spirituale insieme.

Tra malie e disillusioni, scoperte e zone d’ombra, “L’isola che non c’era” mostra il travaglio del processo creativo mettendo in guardia i lettori dal pericoloso incanto dell’immaginazione.

 

“L’ansia si estingue nel momento in cui ci si allontana, non trova? Me ne convinco ogni giorno di più. La distanza è lo schermo che ci protegge. Anche se l’isolamento è un prezzo alto da pagare, la liberazione della pena di vivere vale la rinuncia. Perché ci si libera solo smettendo di specchiarsi”

 

Ma fino a che punto l’isolamento libera la pena del vivere?

Una sola domanda, che dà luogo ad una miriade di riflessioni e altrettante risposte, una più diversa dell’altra e, magari, anche agli antipodi dell’altra. Ma sono proprio questi i pensieri che stimola L’isola che non c’era di Leonardo Bonetti, edito da Il ramo e la foglia Edizioni.

La casa editrice lo cataloga come “romanzo” e, a riguardo, nulla da dire, se non il fatto che qualificarlo così, a mio parere, è riduttivo. È, di certo, un’opera narrativa; e, di certo, racconta una storia fantastica; ma è anche un viaggio introspettivo alla ricerca del sé, disperso e scombussolato dai vortici in cui ci imbriglia la società contemporanea con le sue etichette, i suoi giudizi, le sue critiche.

Il protagonista è Leo, un uomo che risente proprio di tutto ciò. Una storia d’amore finita male (forse sarebbe più corretto parlare di doppia storia d’amore), un lavoro perso, un disagio sociale fortemente avvertito e un cartello con la scritta, a caratteri cubitali, CHIUSO. Nessuna parola può essere più eloquente di questa: chiusura materiale, fisica e, ahimè, emozionale. È in questo atarattico contesto che spunta l’isola: un posto di cui nessuno sa, le cui origini sono narrate in un testo scomparso (chissà); situato nella regione della Laga, oltre la Sicilia; e intorno al quale ruotano tanti miti e misteri.

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Non chiedetemi come, ma dopo 5 mesi Leo è sull’isola, dopo un viaggio di ben tre mesi. Il narratore esterno, che racconta la vicenda, ci risparmia i convenevoli del viaggio e ci mostra Leo ormai giunto a destinazione. E qui ha inizio il suo percorso iniziatico (oserei chiamarlo) alla scoperta di se stesso e del senso che lui intende dare alla propria vita.

Cari lettori, non pensate a quest’isola come a quella di Peter Pan. L’isola rappresenta, allegoricamente, il desiderio di liberarci dagli schematismi sociali, dalle nostre debolezze e paure. Ma, al contempo, rappresenta anche la chiave dimostrativa per comprendere che dalla vita non si fugge e che le intemperie vanno affrontate, perché nel nostro cuore la forza c’è sempre. Vedete che definire L’isola che non c’era genericamente “romanzo” è riduttivo?

Ma mi soffermerò, ora, sul lato tecnico per evitare di spoilerare troppo su una storia che vi consiglio di leggere. Il libro è suddiviso in capitoli piuttosto brevi: rappresentano dei flash dell’avventura di Leo. I personaggi che si incontrano non necessitano di chissà quali precise descrizioni: essi rappresentano, ciascuno, un vizio o una virtù della società. Non a caso, infatti, l’isola è proprio il rifugio per loro. Un rifugio che, però, si trasforma in altro…

Aldina, ad esempio, è il simbolo della lotta all’oppressione dell’animo; il dottor Elwin rappresenta la resa, come lo dimostra anche il giardino non curato; Judith l’impotenza. Ci troviamo dinanzi a debolezze che, sull’isola, anziché scomparire, come si era auspicato, si accentuano, imprigionando l’uomo in catene più resistenti di quelle ferree.

“Leo, osservando la sala piena di mobili, ha appena notato che non c’è una libreria, né un volume sugli scaffali. Mentre il dottor Elwin continua a sorridere vagando con lo sguardo oltre la finestra”

Betulla coltivazione

Leo fa esperienza di queste nuove realtà e matura: affronta in prima persona i disagi; incuriosito, cerca di capire e spiegarsi il perché di quanto accade; e, alla fine, comprende che non esiste un posto in cui ci si libera delle proprie difficoltà. Tutto si risolve dentro di noi.

L’epilogo mi ha alquanto spiazzata. In realtà l’autore non ci dà una vera e propria conclusione; non ci comunica un messaggio; non ci racconta come vanno a finire le storie dei vari personaggi. Tutto è lasciato al lettore: il “romanzo” è di formazione non solo per il protagonista, ma soprattutto per il lettore. Dall’illusione di andare alla ricerca di un mondo senza buchi neri si passa alla realtà vera, ossia che la libertà è il valore più prezioso che si ha e va vissuta in ogni luogo in cui ci si trova a vivere. E sta al lettore immaginare l’esito delle vicende narrate, in base a tutto ciò che ha appreso attraverso questo viaggio sull’isola.

Lo stile dell’autore è chiaro e scorrevole, ben studiato ed elegante. Si fa uso di termini anche aulici (penso a punzella) e di espressioni e modi di dire ricercati. Il narratore dialoga con il lettore in modo anche confidenziale; prevale l’uso del discorso indiretto, non mancando comunque la tecnica del dialogo. Le descrizioni riguardano più i gesti e le personalità che la fisicità del personaggio.

Il ritmo della narrazione non è molto andante, ma questo è da ricollegare al fatto che intento dell’autore è analizzare nel profondo le vicende narrate e i personaggi che ne sono protagonisti. Ammetto che mi sarebbe piaciuto assistere a qualche snodo in più sul necrolario, sulla casa delle madri, sui Poyka, sulla casamatta… ma ho compreso (credo) l’intento dell’autore, a mio parere, riuscito.

Ne consiglio vivamente la lettura, ma non posso non chiedervi: “Qual è la vostra isola che non c’è”?

Leggere mi stimola e mi riempie. L'ho sempre fatto, fin da piccola. Prediligo i classici, i romanzi storici, quelli ambientati in altre epoche e culture. Spero di riuscire a condividere con voi almeno parte dell'impatto che ha su di me tutto questo magico universo.

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