L'impossibile ritorno
narrativa biografica
Valand
18 febbraio 2025
cartaceo
106
Amélie Nothomb torna nel paese amato, il Giappone, il luogo della sua infanzia e della disastrosa vergogna come impiegata (vedi Stupore e tremori). Questa volta è in compagnia dell’amica fotografa Pep Beni e durante i dieci giorni di viaggio sperimenta il kenshō (una sorta di estasi contemplativa), abbandona lo champagne per i whisky giapponesi, si immerge con una nuova prospettiva nei luoghi della gioventù. E se alcune parole giapponesi sono ormai sbiadite nella memoria, le sensazioni che i suoni, gli odori e la luce le provocano si riaffacciano come se non avesse mai lasciato il Giappone. Questa avventura “á la Thelma & Louise” diventa così un’occasione non solo per elaborare il lutto del padre ma anche per capire la sé stessa di oggi.
Per chi non conoscesse Amélie Nothomb, eccellente voce femminile in lingua francese della letteratura contemporanea, avvicinarsi al libro “L’impossibile ritorno”, pubblicato in Italia da Voland, è un modo per scoprire una parte molto importante del sentire della prolifica autrice. A voler essere concisi, si potrebbe affermare che si tratta di una sorta di appunti del suo ritorno in Giappone, la terra dove ha trascorso l’infanzia; in realtà, la sua scrittura ci racconta molto di più. Analizzando quello che lei sente non come un raggiungere il paese a cui si sente maggiormente legata, ma come un atto carico di dolore e, quindi, quasi impossibile da gestire.
“La prima partenza della mia vita è stata quella che mi costrinse a lasciare il Giappone all’età di cinque anni. Lo strazio di quel distacco mi ha traumatizzata. In seguito ho vissuto tantissime partenze difficili: oltre al dispiacere intrinseco, le ho sempre sentite come la ripetizione della tragedia originaria. Lasciare il Giappone, l’arcipelago ideale, la terra dove la mia esistenza aveva un senso.”
Figlia di un diplomatico belga, l’autrice ha trascorso l’infanzia nella terra del Sol Levante e il distacco, imposto dal trasferimento della famiglia in Cina, ha rappresentato un vero sradicamento; non solo da un luogo, ma soprattutto da una parte di sé. E’ questo il motivo per il quale il ritorno solleva quella “allergia” alle partenze. Quello che l’autrice definisce un vero e proprio trauma, e ripropone una prova emotiva non facile da superare: il viaggio in Giappone nel maggio del 2023, intrapreso per accompagnare la sua amica, Pep Beni, una fotografa che si è aggiudicata un viaggio premio per la raccolta di fotografie che racconta la guerra del Pacifico proprio dalla parte del Giappone.
All’angoscia del “ritorno” in quella che lei definisce la sua “terra-Graal”, si somma la percezione di dover fare, per undici giorni, da guida alla sua esigente amica, un ruolo che rappresenta un peso emotivo non indifferente proprio perché si tratta di assumersi la responsabilità di mostrare un luogo che è una parte di sé, dopo che sono intervenuti molti eventi di portata globale, non ultimo la Pandemia, e personali, come la morte del padre.
“E’ il mio paese preferito al mondo, la mia terra sacra. Solo a sentirlo nominare vado in trace. Un simile amore non mi dà nessuna particolare competenza e mi priva del diritto di fare il minimo errore.”
Più che un romanzo per Amelie Nothomb
Come detto, più che un romanzo, “L’impossibile ritorno” potrebbe essere considerato una sorta di appunti (personali) di viaggio, che attraverso uno stile leggero, ironico, nasconde pensieri e riflessioni profonde. L’autrice si trova a dover fronteggiare la sofferenza che origina dal primo distacco; una sofferenza che ha un nome: la nostalgia “un sentimento crepuscolare che si fa sempre più spazio dentro di me”. Una nostalgia che coinvolge anche l’aspetto linguistico con l’uso del giapponese. Un idioma accantonato ma non dimenticato, che riaffiora una volta che giunge sul suolo nipponico.
“E’ un po’ come se il giapponese fosse una marea: man mano che mi allontano, il mare delle parole scende. Basta che io ritorni e la marea risale, la mia barca è in acqua”.
Ritornare nei luoghi conosciuti, riprendere abitudini alimentari diverse e soprattutto rapportarsi alle atmosfere e alle situazioni (a volte anche comiche) che il Giappone e la sua cultura offrono significa dover fare i conti con il passato e con quella parte di sé che è andata perduta.
Il resoconto è un fluire di immagini, luoghi e piccoli inconvenienti (l’amica francese, a digiuno di uso e costumi del Sol Levante, è spesso al centro di situazioni particolari, raccontate sempre con lievità) che si susseguono a partire dalla prima tappa del viaggio. Kyoto, una città fuori dal comune e città della regione a cui la Nothomb sente di appartenere. I templi, l’antico palazzo imperiale sono dei veri gioielli dell’arte nipponica, delle meraviglie architettoniche; tappe che per l’autrice rappresentano una spedizione dominata dalla nostalgia. Un sentimento che cerca di nascondere ma che l’accomuna al padre, soprattutto, quando si ritrova a Nara, nel tempio delle campane:
“Già nel 1972, dando la mano a mio padre, avevo visitato il tempio delle campane.(…) Avevo cinque anni e sapevo che avrei lasciato il Giappone, prospettiva per la quale avevo già il cuore spezzato. E anche mio padre. Io e lui avevamo inventato la nostalgia preventiva: idea romanticamente funesta, vaccino attivante, che si limitava ad ampliare nell’anima la regione riservata alla nostalgia retrospettiva.”
Non manca ovviamente la tappa a Tokyo, la città dove l’autrice era ritornata nel 1989, per stabilirvisi, un’esperienza dall’esito negativo raccontata magistralmente in Stupore e Tremori. Nella capitale le due amiche francesi si ritrovano con una connazionale trapiantata in Giappone; con essa e la sua famiglia trascorrono gli ultimi giorni del soggiorno, visitando parchi, cercando la migliore posizione per ammirare il monte Fuji e non mancando di sperimentare ciò che la grande metropoli offre.
Ma è il ritorno a casa, il dover nuovamente lasciare il Giappone anche se volontariamente, a creare un cortocircuito che spiega il perché il “ritornare” è impossibile. Se Nietzsche parlava dell’eterno ritorno, non era certo un ritrovare un luogo iniziale e ideale, bensì indicava un ritorno dell’identico, un caposaldo filosofico che fa dire a Norhomb:
“Nell’ambito della mia vita l’eterno ritorno dell’identico consiste nell’andare in Giappone e accorgermi che questo ritorno è impossibile, che neppure l’amore più assoluto può fornirmene la chiave. “
E se il ritorno è impossibile, come è impossibile capire perché l’unico luogo in cui si vorrebbe vivere si finisce per lasciarlo, allora non rimane che scriverne per superare l’empasse e allontanare da sé il dolore.
Per Amélie Nothomb il Giappone, nonostante i ripetuti distacchi, è il Luogo che più ama.
Esiste anche per voi un punto geografico (città, paese, ecc.) che è il centro della vostra mappa emozionale?