L'hotel dei serial killer
Singolo
giallo, mistero
Netwon Compton Editori
1 settembre 2026
cartaceo, ebook
256
Un caso editoriale in Giappone
Finalista all’Honkaku Mystery Award
Benvenuti all’Amulet Hotel, dove i clienti - o, per essere più precisi, i criminali - vengono sempre prima di tutto, e ogni richiesta può essere soddisfatta a patto di rispettare due sole, ferree regole.
«Si legge tutto d’un fiato, ogni capitolo aggiunge un tassello sul misterioso mondo dell’Amulet Hotel.»
«Sembra di guardare un film d’azione di alto livello, ma con la logica di un giallo classico.»
«È un vero Honkaku, i trucchi sono ingegnosi e le soluzioni non lasciano dubbi.»
«Una delle migliori autrici di crime fiction in circolazione.»
Due regole inviolabili. Nessuna via di fuga.
Secondo una leggenda, solo i criminali d’élite riescono a ottenere l’iscrizione all’Amulet Hotel. Protetto da un sistema capace di far sembrare che nulla sia mai accaduto, questo luogo è un rifugio illegale avvolto nel mistero, fondato sulla tutela assoluta della privacy e della sicurezza dei suoi ospiti. Ci sono solo due ferree regole da seguire: non arrecare danni alla struttura e non ferire né uccidere nessuno al suo interno. Quando, però, in una stanza chiusa a chiave viene rinvenuto un cadavere, l’equilibrio perfetto dell’hotel si spezza. A entrare in azione è Kiryū, una ex sicaria ora impiegata come detective, che, senza l’aiuto della polizia, dovrà smascherare il colpevole. Tra crimini perfetti, menzogne e giochi di potere, ha inizio un’indagine serrata senza esclusione di colpi.
“Qualsiasi elemento può trasformarsi in un movente per un omicidio. E a volte quel movente è talmente personale da risultare incomprensibile agli occhi altrui.”
“L’hotel dei serial killer” di Kie Kōjō in Giappone è diventato un vero e proprio caso editoriale e grazie alla Newton Compton Editore è sbarcato in Italia poche settimane fa.
Il titolo italiano è immediato e lascia intuire fin da subito il tema della storia. Eppure, devo ammettere che mi sarebbe piaciuto avere il titolo originale anche nella versione italiana: “Amulet Hotel”.
L’Amulet Hotel sembra un albergo qualunque e invece è tutt’altro che un semplice luogo in cui pernottare: è un rifugio sicuro per i malavitosi, con leggi tutte sue.
«L’Amulet è un posto speciale che lavora per i criminali.
Ci sono solo due regole da rispettare:
Non arrecare danni all’hotel.
Non commettere atti lesivi e omicidi all’interno della struttura.»
In pratica un paradiso per i criminali.
Pagando e rispettando le regole si può ottenere qualsiasi cosa: armi, veleni, informazioni, documenti falsi, guardie del corpo.
Le due semplici regole fanno sì che tutto il resto sia di fatto tollerato. Diciamolo: è un hotel che ignora completamente la parola giustizia. E, ahimè, quando si ha a che fare con dei delinquenti, basta un niente per spezzare gli equilibri.
Infatti le due regole non vengono sempre rispettate. E qui entra in gioco la detective dell’Amulet Hotel, Kiryū.
Brillante, intuitiva e con uno spiccato fiuto investigativo.
Kiryū è fantastica.
C’è da dire che in questo romanzo compaiono molti personaggi, ma nessuno viene realmente sviluppato.
Per la maggior parte sono comparse che servono a far filare la trama. È quindi quasi inevitabile affezionarsi a Kiryū, ma lei è davvero un gran personaggio!
Enigmi su enigmi, deduzioni su deduzioni.
«La verità di un caso assomiglia a un puzzle. Alla fine, ogni tassello deve trovare il suo incastro perfetto.»
Il romanzo segue una struttura ben precisa: sfida il lettore ad arrivare alla soluzione e risolvere i delitti prima della fine dei lunghi capitoli. Quattro episodi autoconclusivi, quattro casi da risolvere.
Ogni volta che pensavo di aver capito chi fosse il colpevole o quale fosse la soluzione, Kie Kōjō cambiava le carte in tavola.
C’è da arrovellarsi. Il lettore viene portato di continuo a formulare ipotesi e poi a rimetterle in discussione.
Mi ha aiutato molto il fatto che il romanzo sia scritto in prima persona, dal punto di vista di Kiryū.
Non la vedo solo come una scelta stilistica, ma come un modo per far entrare ancora di più il lettore nella mente della detective.
Le ipotesi, le supposizioni e le deduzioni non vengono osservate dall’esterno: le fai insieme a lei.
Frase dopo frase, pagina dopo pagina.
Una caratteristica nella narrativa giapponese, che ho già riscontrato per esempio in Uketsu, è quella di non spiegare subito tutto. Non è mai tutto esplicito.
Il lettore deve: cogliere gli indizi, ricordare nomi e dettagli, orientarsi tra le varie ipotesi.
Una costruzione così intricata può disorientare e rendere il romanzo un po’ macchinoso. A me però questa scelta è piaciuta e ha alimentato curiosità.
Certo è che, seppur “L’hotel dei serial killer” sia un romanzo leggero e veloce da leggere, ha bisogno di molta attenzione. Anche solo per la difficoltà di tenere a mente i nomi, che sono giapponesi e alcuni simili tra loro.
Non provare senso di colpa non è un requisito per un killer. Quello che serve è la forza mentale di concentrarsi unicamente su ciò che va fatto nell’immediato, senza lasciarsi distrarre da nient’altro. Il turbamento – lo sconforto, il rimpianto – in una situazione di pericolo può facilmente costare la vita.
Kiryū era un killer. Michika, suo protettore l’aveva “raccolta” da piccola dalla strada istruendola nello sfruttare le debolezze dell’avversario fino a renderle letali e trasformare i suoi punti di forza in vulnerabilità.
“Era come se mi leggesse nell’anima.”
Bellissimo il capitolo 0, durante il quale si scoprono il passato di Kiryū e il suo arrivo all’Amulet Hotel.
Ora il suo compito all’interno dell’Amulet Hotel è molto particolare, perchè non è solo la detective: deve far rispettare le regole.
E quando qualcuno le infrange commettendo un omicidio nell’albergo, il compito di Kiryū è esigere dal colpevole il prezzo del crimine commesso. Chi ha tolto una vita, la ripaga con la propria. Con lo stesso metodo con cui ha ucciso.
Non luogo, ma persone.
Nel team di un albergo che vive grazie a criminali e le più bruttezze realtà del mondo si riescono a scorgere anche dei valori: la bontà, la fiducia e l’onestà.
Grazie a Mooroka, il proprietario per cui l’Amulet è tutto, a Doc, il medico speciale dell’albergo, e a Mizuta, un dipendente tuttofare, si crea una forma di complicità e umanità che ho apprezzato molto.
Per me è un bel sì!

Ciao! Mi chiamo Ivonne, sono sposata con Francesco e mamma di tre splendide ragazze. Amo i bambini (infatti sono un’insegnante d’infanzia), la corsa e… ovviamente i libri.
Non ho un vero genere preferito, anzi, mi piace spaziare fra i vari generi anche se m’incuriosiscono di più i fantasy, i thriller psicologici, il gotico, l’horror… e sono anche una gran lettrice di manga giapponesi.
“Leggere è nutrire l’anima”.