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Recensione: “Lettere di Charlotte Brontë. Vol.2 (1848-1850)” di Charlotte Brontë, Darcy Edizioni

Lettere di Charlotte Brontë. Vol.2 (1848-1850) Book Cover Lettere di Charlotte Brontë. Vol.2 (1848-1850)
Charlotte Brontë
epistolario
Darcy Edizioni
20 febbraio 2021
cartaceo, ebook
487

Scrisse della malattia, del pianto, della solitudine. E scrisse della volontà, della caparbietà, di segreti, di verità, di dubbi e forza interiore, di sicurezze e debolezza d’animo. Per quanto nei suoi romanzi Charlotte Brontë abbia riversato ogni cosa di sé, anche negandolo, è nelle lettere inviate alle persone che la circondavano, a dirci proprio tutto, tutte le sue verità, tutte le sue bugie.

Secondo volume (1848-1850) di tre.

“Ho avvertito che tutta la casa era in silenzio, le stanze tutte vuote, ho ricordato dove gli altri tre stavano, in quale stretta oscura abitazione, e che non sarebbero più riapparsi sulla terra. Così il senso di desolazione e amarezza si è impossessato di me. L’agonia, cui si deve essere sottoposti e che non poteva essere evitata, l’ho accusata e ho trascorso una serata terribile e una notte e una mattinata opprimenti. Ora sto meglio.”

 

Confrontarsi con un mito letterario del calibro di Charlotte Brontë significa anche trovarsi a tu per tu con il suo capolavoro, Jane Eyre: un classico senza tempo, dove l’autrice e l’opera stessa, che è parte della cultura collettiva universale, tendono a diventare un tutt’uno. Non è sufficiente, quindi, leggere le sue varie opere per conoscere più a fondo le spinte emotive che hanno portato alla creazione di tale capolavori e capire in modo più chiaro la levatura dell’intelletto di chi le ha scritte.

Ad aiutarci in questo percorso di conoscenza e a gettare una luce più intensa su questa signorina dell’Ottocento inglese, goffa e poco incline alla vita sociale, che è vissuta per buona parte della sua esistenza nella canonica di un paesino delle ventose e “tempestose” brughiere dello Yorkshire assieme al padre, ad un fratello e a tre sorelle, è il secondo volume di lettere che Charlotte scrisse nel periodo tra il 1848 e il 1850, edito da Darcy Edizioni.

Due considerazioni sono, innanzitutto, necessarie per avvicinarsi allo spessore letterario della raccolta stessa. La prima è il valore e l’importanza della corrispondenza ai tempi di Charlotte. Nonostante il carteggio dei Brontë a noi pervenuto non sia particolarmente vasto, scrivere (e ricevere) lettere era l’unico mezzo di contatto con l’esterno, soprattutto per chi viveva in posti lontani dai centri maggiori, dove era possibile scambiare notizie e discutere su temi diversi, quali la salute, il tempo e le rivoluzioni sociali in atto. Scrivere lettere, anche brevi note, era un modo per  rafforzare i legami con gli amici a cui si poteva aprire il proprio cuore, o per sentirsi più vicini ai parenti temporaneamente lontani, ma anche, nel caso di autori, per confrontarsi con gli editori e con il mondo delle lettere, da cui si traeva non solo ispirazione, bensì una vera e propria spinta per la produzione letteraria.

La seconda considerazione da tener presente è che le epistole raccolte in questa antologia riguardano un arco di tempo breve (solo tre anni), ma particolarmente intenso per Charlotte, sia come autrice sia da un punto di vista umano. Questi, infatti, sono gli anni seguenti alla pubblicazione dei lavori delle tre sorelle Brontë: Cime Tempestose (Emily), Agnes Grey e The Tenant of Wildfell Hall (Anne), e Jane Eyre (Charlotte), e della conseguente necessità di mantenere l’anonimato dietro a tre pseudonimi di genere volutamente neutro, come Ennis, Acton e Currier Bell. L’emancipazione femminile posta in atto dalle sorelle di Haworth doveva passare, infatti, per una scelta quasi obbligata, dettata sia dalla ritrosia caratteriale, ma anche dalla consapevolezza che la maggior parte degli autori di narrativa erano uomini e che, dunque, opere di autrici femminili avrebbero potuto generare nel pubblico spiacevoli pregiudizi.

Ma gli anni dal 1848 al 1850 sono anche gli anni che portano a Charlotte il più grande dolore per la perdita degli affetti più cari e delle anime più affini. Nel giro di nove mesi, infatti, vengono a mancare, per bronchite cronica e malnutrizione, il fratello Branwell, Emily, per tubercolosi, ed infine, per lo stesso motivo, anche Anne, che si spegne mentre si trovava a Scarborough con Charlotte, nella speranza che l’aria salubre del mare potesse produrle qualche benefico effetto.

Charlotte, rimasta sola con il padre, avanti negli anni e affetto da vari problemi di salute, si trovò, quindi, ad affrontare un periodo di depressione, da cui riuscì a trovare conforto nella stesura di Shirley, che venne inviato ai suoi editori nel settembre del 1849, sempre sotto lo pseudonimo di Currier Bell.

La lettura del carteggio di Charlotte Brontë diventa, dunque, una preziosa fonte di informazioni su questi eventi che interessano sia la sua vita interiore che la sua capacità e caparbietà nel confrontarsi con le idee del tempo. In particolare, le lettere rivolte a William Smith Williams, il consulente letterario della Smith, Elder and Co., che raccomandò la pubblicazione di Jane Eyre, esemplificano l’eclettica attitudine per la critica letteraria di Charlotte Brontë. Molti libri di autori contemporanei furono spediti alla canonica di Haworth dagli editori di Jane Eyre, di cui Charlotte, nelle sue lettere, non esitò a esprime argomentazioni ragionate e pungenti, arricchendo le proprie note anche con i suoi pensieri sulla religione e la filosofia.

Nelle sue lettere, infatti, emerge più cristallino il significato di cosa fosse la scrittura e l’atto creativo, in particolare per la stesura del romanzo Shirley, “fabbricato nell’oscura, silenziosa officina del suo cervello” e il suo metodo di lavoro, quando ad esempio afferma che: “Posso lavorare instancabilmente alla correzione di un’opera prima che lasci le mie mani, ma quando sono al punto di considerarla completa e la sottopongo all’ispezione altrui, diventa quasi impossibile modificare o correggere.

Ma le stesse lettere sono anche specchio del profondo rispetto e legame di amicizia che Charlotte manifesta a William S. Williams. È a lui, infatti, che Charlotte scrive le lettere più toccanti sulla morte del fratello e delle due sorelle.

Ugualmente interessanti, ma per motivi diversi, sono le missive destinate all’amica di sempre, Ellen Nussey, dove Charlotte non esita ad esprimere le piccole preoccupazioni sulla gestione familiare, quando le domestiche sono a letto ammalate, o rimarcando il lavoro di gestione della casa che pesa interamente sulle sue spalle. Nelle lettere all’amica, esprime anche il dolore che l’affligge nel vedere attorno a sé la sofferenza fisica dei suoi famigliari, cercando nell’amicizia un conforto alla desolazione della sua vita di superstite.

In breve, potremmo dire che leggere la corrispondenza di Charlotte Brontë, le cui lettere sono indirizzate non solo ai due nomi citati, ma ad una variegata serie di persone legate al mondo dei libri o alla cerchia delle sue amicizie, è un modo per sentire più chiaramente la sua voce e per ritrovarla poi tra le righe dei suoi romanzi.

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