Le ultime levatrici dell'East End
Autobiografia
Sellerio editore Palermo
31 agosto 2017
cartaceo e-book
449
Quando Jennifer Worth, poco più che ventenne decide di abbandonare il comfort della sua vita per andare a lavorare come levatrice in una delle zone più povere della Londra del dopoguerra, non solo aiutò a far nascere centinaia di bambini e diede supporto a moltissime famiglie e persone disperate, ma divenne al tempo stesso la più interessante portavoce della vita di un intero quartiere oggi completamente scomparso. In questo ultimo episodio della fortunata trilogia, la levatrice dell'East End londinese chiude il cerchio della sua intensa esperienza al convento della Nonnatus House, tra le suore, provette ostetriche,, e le eroiche colleghe pronte ad affrontare qualsiasi difficoltà. Stanno arrivando gli anni Sessanta e la zona degradata dei docks del Tamigi subisce un'importante trasformazione. Gli aerei hanno rimpiazzato le navi mercantili rendendo superflua l'attività portuale, è iniziata la demolizione degli edifici danneggiati dai bombardamenti, gli abitanti del quartiere vengono trasferiti fuori Londra. Con l'arrivo del sistema sanitario nazionale, con l'aumento dei parti in ospedale e l'avvento della pillola nel 1963, la suore della Nonnatus House si trovano a dedicarsi ad altro: abuso di droghe, assistenza ai senzatetto, ai sordomuti, in un mondo e una società che sta cambiando per sempre, narrati con stile coinvolgente e ricco di humour, e con trascinante passione politica e sentimentale
“Per una levatrice di quartiere, lavorare a Poplar negli anni Cinquanta, nella zona est di Londra, significava imbattersi nelle situazioni più strane” da “Le ultime levatrici dell’East End” di Jennifer Worth
“Le ultime levatrici dell’East End” è il capitolo conclusivo della trilogia dell’autrice, infermiera e ostetrica nell’East End, quartiere popolare della Londra del dopoguerra. Si formò nel convento della Nonnatus House dove la missione delle suore consisteva nell’assistenza sanitaria (e non solo) di donne in difficoltà, future madri, e di tutti quegli ammalati privi di mezzi necessari per ottenere cure mediche. Ci narra del cambiamento della società con l’avvento dell’età moderna del Sessanta e del destino di tutte le protagoniste del memoir.
“Io e le mie colleghe adoravamo il nostro lavoro”
Jennifer Worth, racconta la propria esperienza di infermiera levatrice, all’epoca si chiamava ancora Lee poichè nubile e giovanissima. Una professionista entusiasta, motivata e desiderosa di imparare sempre di più. E’ attenta, scrupolosa e garbata. Pur amando quello che fa, c’era stato un tempo in cui sognava una carriera di musicista, ma ha scelto la strada più breve verso l’indipendenza. Comunque aiutare il prossimo le dà grande soddisfazione. Ha l’energia e l’ottimismo tipico dell’età, con la consapevolezza di avere tutta la vita davanti. Alla Nonnatus va d’accordo con tutti, sia con le suore che si occupano della sua formazione, sia con le colleghe.
Tra esse vi sono: Trixie, quella più arguta dalla battuta sempre pronta e tagliente. Una ragazza graziosa, elegante, dall’ironia un po’ mordace e dalla scarsa diplomazia. La timida Cinthya, dal carattere mansueto e timoroso, una ragazza dolce e modesta ma fragile. La spassosa Chummy, una ragazzona alta, dalla corporatura massiccia e imponente come un uomo. La figlia nubile di una famiglia altolocata che la considera inelegante e goffa, la perfetta futura zitella senza speranza. Ma lei non se la prende poiché autoironica, ottimista e bonaria.
” – Questa è una ragazza diversa che non si preoccupa delle unghie e delle sopracciglia – e dopo averla messa su un taxi decise che voleva rivederla”
Poi ci sono le sorelle della Nonnatus. La saggia Jullienne, amministratrice responsabile del convento. Una donna piena di buon senso e di buon cuore. Le sue doti di donna calma e ponderata, le permettono di prendere sempre le decisioni migliori. E’ il punto di riferimento di tutti. Sorella Monica Joan, è una novantenne stravagante ed enigmatica. Compie azioni insensate e incredibili per una donna della sua età, così assurde da far sospettare uno stato di demenza. Poi, all’improvviso, si può trasformare in una conversatrice affascinante e acculturata in grado di catturare l’attenzione di chiunque.
Sorella Evangelina invece è una donna originaria dei quartieri popolari, parla lo stesso linguaggio dei suoi assistiti, per questo ha molta credibilità tra loro. E’ anche estremamente schietta e i suoi modi sono talvolta rozzi anche se molto efficaci. Con le giovani allieve si mostra severa e brontolona, Jennifer non ha mai smesso di provare soggezione verso di lei.
“Nel nostro mestiere ci capita spesso di conoscere le persone nei momenti più intimi e drammatici delle loro vite”
L’impostazione di questo romanzo è la medesima dei suoi prequel. Narrazione in prima persona, capitoli di media lunghezza ognuno dei quali dedicato a un episodio o a una persona facente parte della vita e della professione dell’autrice. Il linguaggio è semplice poiché tendenzialmente colloquiale, ogni termine medico presente è spiegato nel glossario alla fine. Si usano quando necessari senza abusarne.
Gli argomenti trattati da Jennifer Worth
L’obiettivo dell’autrice non è di tipo nozionistico, ma argomentativo. Vuole raccontarci una parte importante della sua vita e di quella di quei quartieri, una vita che non esiste più. Ci spiega come la si affrontava con i pochi mezzi a disposizione. L’ambientazione è l’East End, area popolare del dopoguerra, fatto di umidi alloggi sovraffollati e danneggiati dai bombardamenti. C’era povertà materiale e morale. Gli uomini potevano essere alcolisti e violenti, oppure brave persone costrette a lavorare duramente per mantenere una nidiata di figli. Le donne erano già vecchie a trent’anni poiché sfiancate dalle gravidanze e dalle fatiche. Il parto, se privo di complicanze, avveniva in casa e l’ospedale era visto come uno spauracchio alla stregua di un ospizio.
“Immagino fosse terrorizzata dagli ospedali e la paura che potessimo portarcela a forza le dava l’energia per continuare”
Alcune aree erano talmente degradate da esser vietate alle donne, in particolar modo quella portuale. L’autrice descrive tale contesto con uno stile fluido, snello e realistico come un reportage. Non usa alcuna retorica, ma solo un’autentica comprensione (mai commiserazione) nei confronti dei più sfortunati. Usa delicatezza nel narrare fatti altrimenti scabrosi, frutto di degrado e ignoranza.
E’ anche la storia della crescita personale di Jennifer Worth e di chi la circonda. Nel finale ci parla dell’evoluzione, del destino di ognuno di loro, e di se stessa. Evidenzia il grande cambiamento della società nell’arco di una decina d’anni e delle ripercussioni sugli abitanti di quei quartieri. La fine delle grandi famiglie, di alcune figure professionali tra le quali quella della levatrice a domicilio, e dell’avvento di nuovi tipi di bisognosi. Dei primi casi di AIDS, degli abusi di sostanze stupefacenti e alcune disabilità.
“Aver realizzato e con successo il lavoro di una vita è un trionfo”
Una trilogia meravigliosa che mi ha avvinta e che ho letto assai rapidamente, nonostante il numero di pagine. I personaggi, che poi sono tutti reali come le storie narrate, mi hanno fatta sorridere e commuovere. Le vicende mi hanno appassionata e sorpresa. E’ incredibile quanto la realtà sia più stupefacente della fantasia certe volte. Ho terminato questo romanzo conclusivo con un certo dispiacere poiché è stato come congedarmi da dei vecchi amici dalle storie interessanti e significative. Mi mancheranno!
A voi capita mai di rammaricarvi per la fine di una saga che avevate apprezzato particolarmente?