Le figlie di Galileo
Romanzo storico
Giovane Holden
5 ottobre 2025
Cartaceo/Ebook
486
Padova, 1606. Galileo Galilei stringe tra le mani una cartella rossa. Non è solo un oggetto: è l’ossessione che lo divora, il tarlo del dubbio sulla paternità della sua secondogenita, Livia. Così si apre il racconto di una vicenda intima e lacerante che attraversa le stanze segrete del più celebre scienziato del Seicento. Accanto alla grande Storia – quella delle scoperte astronomiche, delle corti medicee, dei cannocchiali puntati al cielo – si dispiega una narrazione intensa e commovente fatta di madri severe, figlie silenziose, amori contrastati e decisioni irreversibili.
In un’epoca in cui le donne erano costrette a vivere ai margini, destinate al matrimonio o al chiostro, due bambine, Virginia e Livia, crescono all’ombra di un padre geniale e tormentato, segnate dall’abbandono della madre e dalla pressione di un destino già scritto. Mentre una accetta docilmente il proprio ruolo, l’altra lotta, fugge, si ribella al silenzio imposto dalle regole monastiche, in cerca di una voce, di un’identità, di verità.
Un romanzo corale e potente, dove la luce della scienza non riesce a rischiarare le ombre della coscienza. Il tempo scorre lento, scandito da lettere, preghiere e osservazioni celesti, ma sono i moti dell’animo umano a dettare il ritmo di questa storia: il bisogno d’amore, il peso della colpa, la ricerca di senso in un mondo che punisce chi osa pensare – o amare – troppo.
Tra documenti storici e finzione, un racconto avvincente che svela l’altra faccia di un’icona del pensiero moderno: non quella dello scienziato in lotta con l’Inquisizione, ma quella dell’uomo davanti al mistero irrisolto della paternità e dell’amore.
Tutti conosciamo Galileo Galilei come scienziato, filosofo e matematico.
Ma che uomo era?
Ne “Le figlie di Galileo” di “Giancarlo Melosi” pubblicato da “Giovane Holden” scopriamo il lato umano del grande genio dal punto di vista di sua figlia, suor Arcangela, al secolo Livia.
Un punto di vista amaro perché Livia non si sente molto amata dal padre e non ha tutti i torti.
Livia è la secondogenita di Galileo e della sua compagna Marina, i due non si sposeranno mai, gli altri due figli sono Virginia e il piccolo Vincenzio.
La relazione con Marina Gamba durerà fino a quando lo scienziato pisano non si trasferirà in Toscana: Cosimo De’ Medici lo volle alla sua corte e lui porterà con sé le due figlie.
In realtà Virginia fu mandata in Toscana qualche anno prima, insieme alla nonna paterna Giulia Ammannati, senza il consenso della mamma.
Le bimbe crescono e Galileo inizia a preoccuparsi del loro futuro. Non certo per amore di padre, nonostante guadagnasse bene e riuscisse ad aiutare economicamente le famiglie delle sue sorelle e del fratello, che aveva le mani bucate, decise che per risparmiare sulla dote le figlie dovevano entrare in convento.
Immaginate queste due bimbe che erano state divise dalla mamma e dopo chiuse in un convento di clausura, quanto dolore hanno provato.
L’autore ne “Le figlie di Galileo” riesce a far sentire lo smarrimento di queste due bimbe, soprattutto di Livia, che non accetterà mai il suo stato di clarissa. Virginia ha un carattere più remissivo e forse anche la vocazione, quindi non soffre la completa esclusione dal mondo esterno. Ma Livia si sente soffocare, alcuni capitoli del romanzo sono descritti i suoi incubi notturni, dove lei ha sempre questa sensazione e le rimane addosso la voglia di fuggire via.
“Mia sorella Virginia mi guarda e ride. Anche mio padre sorride ma non fa niente per bloccare il blemma. Poi i due si rimettono tranquillamente a mangiare. Di colpo la stanza diventa angusta, mi sento soffocare e mi manca il respiro. Sto morendo.
L’angoscia di morire soffocata per asfissia mi fa svegliare di soprassalto”
Galileo ha un rapporto abbastanza freddo con la figlia ribelle perché è convinto che non sia sua, non trova una somiglianza fisica e forse anche per questo non andrà incontro alle esigenze di libertà di Livia.
Dal racconto di Livia emerge un uomo freddo, egoista e lamentoso. Le figlie le usa, altro termine non mi sovviene, per tutto ciò che gli bisogna: ammendare il bucato, ricopiare appunti e anche, soprattutto Livia che aveva il permesso speciale di poter uscire qualche volta dal convento, come governante.
Virginia e Livia sono lo specchio della società del tempo in cui vissero. Alle donne non era concessa alcuna libertà di scelta.
In qualche modo questa giovane donna che aveva voglia di conoscenza riuscirà a goderne per alcuni periodi, ma sarà sempre portata indietro nel convento di San Matteo ad Arcetri.
“Il cardinale ratificò quell’accordo ma al momento della firma, né Galileo, né suor Maria Anastasia, né lo stesso porporato pensarono che la giovane ribelle sarebbe rimasta rinchiusa in un monastero per un anno a spazzare, cucinare…”
Livia rimarrà accanto al padre fino alla morte.
La frase con cui Giancarlo Melosi chiude questa storia è dolce e amara allo stesso tempo ma racchiude molto bene il rapporto che Livia ha avuto con Galileo.
“Rilassò le membra, chiuse gli occhi e ripensò al suo babbo.
A quel padre padrone ma anche al padre molto amato”
Leggendo “Le figlie di Galileo” ho provato rabbia e tenerezza, la prima verso quest’uomo che ha avuto un cuore arido, non si mai pentito della vita che aveva imposto alle figlie, addirittura si lamenta che il convento richieda una dote troppo esosa.
La tenerezza è tutta per Livia questa donna che combatte e non si arrende nonostante sappia già che non potrà vincere.
Un bel personaggio femminile pieno di sfumature.
Un romanzo storico ben scritto, mai noioso.
Capitoli non troppo lunghi che fanno si che il ritmo di lettura non si spezzi.
Conoscevate questa storia?
Valutazione 5 stelle
Ringrazio la casa editrice Giovane Holden per la copia cartacea