Le belve
Noir
Sellerio editore Palermo
27 gennaio 2026
ebook, cartaceo
320
Conosciuta come la Tigre, Idoia López Riaño fu una delle più sanguinarie terroriste dell’ETA (Euskadi ta Askatasuna, «Patria basca e libertà») e la più capace di catalizzare l’attenzione dei media, tanto per i suoi attentati quanto per la sua bellezza. La sua storia, costellata di chiaroscuri, si intreccia con quella di Miren, un’adolescente che si sforza di apparire normale in una famiglia che normale non è, con un padre temuto, un poliziotto della vecchia scuola invischiato nei GAL, i Gruppi antiterroristici di liberazione, squadroni della morte composti da poliziotti spagnoli in borghese e da ex militanti franchisti. Sono gli anni Ottanta nei Paesi Baschi: anni di piombo e della guerra sporca tra terrorismo dell’ETA e terrorismo di Stato. Ovunque Miren posi lo sguardo – sugli amici, sul ragazzo che le piace, persino su suo padre – tutti appaiono divisi, costretti a schierarsi da una parte o dall’altra, come belve feroci in una lotta fino alla morte. Clara Usón torna dopo La figlia ad approfondire la frivolezza del male in un romanzo documentato con minuzioso rigore, che nel suo riuscito equilibrio tra fatti reali e invenzione letteraria mantiene il lettore con il fiato sospeso. Sguardo profondo sull’intimità del terrorismo, Le belve ritrae con intensità una generazione scossa dalla violenza, incarnata in due donne le cui vite si legano indissolubilmente a un assassinio irrisolto, nel cuore di una guerra sporca in cui vennero scritte alcune delle pagine più abominevoli della storia recente.
“Le belve” di Clara Usòn è la storia di Idoia Lòpez Riano, nota con il soprannome di Tigresa, e quella di Miren ragazzina di Barakaldo, che si rincorrono e si sovrappongono per 300 pagine.
In questo romanzo, l’autrice mescola strategicamente realtà e finzione, giocando con la pasionaria dei terroristi Baschi dell’ETA, fra le prime donne ai vertici dei commandos militari, e una “creatura ingenua, tribolata, vittima delle circostanze, che aveva l’impressione di non condurre una vita, ma che fosse la vita a trascinarla con sé”.
Clara Usòn costruisce un continuo scambio di battute tra Maria Ortega (Miren) e Idoia, con uno stile che costringe a rileggere interi periodi, per poter apprezzare appieno un’opera difficile da catalogare
“… e dato che ormai un po’ ti conosco e so dove vuoi andare a parare, perché è già da qualche capitolo che ci conosciamo”
Non è certo una biografia, alla Tigresa non sarebbe piaciuta, né una cronaca, nonostante la puntuale ricostruzione dei fatti, né un saggio storico, dato che Miren è un personaggio di invenzione. Eppure la linea di demarcazione tra i generi è così sottile che l’autrice si muove con naturalezza tra commistioni e sconfinamenti.
La descrizione della Tigresa è così profonda e attenta, che ho iniziato a cercare informazioni sulla sua storia e foto della sua vita on line. Appena ventenne, figlia di immigrati, aderisce alla causa del nazionalismo basco “una causa che non avrebbe dovuto considerare sua”.
Metteva la sua bellezza al servizio della rivoluzione e pare che il suo maggiore divertimento fosse quello di sedurre agenti di polizia e della guardia civile prima degli attentati, per capire bene chi stesse per assassinare.
“Un uomo e una donna belli ispirano fiducia per il semplice fatto di esserlo, lo so per esperienza”.
“Una donna bella deve essere grata alla sua buona stella”
La bellezza è un’arma che la Tigresa impara a maneggiare con cautela. Essere belli non significa essere buoni.
Clara Usòn non prova a restituire o a costruire l’immagine di una eroina. Tuttavia non si può fare a meno di provare una morbosa curiosità verso questa donna dai lunghi ricci neri e dai grandi occhi chiari.
Come scrive l’autrice:
“La Tigresa è un personaggio leggendario è le leggende sono fatte di verità, mezze verità, esagerazioni e fantasie”
Non posso fare a meno di invitare chiunque legga questa recensione, a fermarsi al capitolo 9, pag. 125 del libro. L’autrice azzarda periodi lunghi (anche 10 righe), gioca con la punteggiatura e sceglie protagonisti diversi in base alla sua necessità di raccontare. Idoia è sempre lì e attorno a lei ruota la vita di Miren, che inizia a essere quasi ossessionata da lei.
Miren non ha nulla della Tigresa: né la bellezza, né la forza e nemmeno il senso di colpa. Perché Idoia è stata brava a lasciarsi alle spalle il fardello dei suoi 23 morti, ritoccando “l’estetica del suo passato, gli tolse le rughe e le cicatrici , cancellò i suoi crimini come un dermatologo cancella con il laser delle macchie sulla pelle, fu una chirurga drastica, via ogni eccesso”.
Miren crede che la sua vita sia precipitata quando è diventata vittima delle sue stesse azioni; un pomeriggio un uomo: suo padre, venne ucciso sulla porta di casa a colpi di pistola.
Morì anche un bambino di dieci anni Javi: suo fratello. Da allora Miren rese la sua vita una prigione, rinuncia alla vita, ad avere figli e ad insegnare.
Trova nella solitudine il suo angolo di pace e convive con quel dolore a cui non può negarsi. Nelle ultime pagine incontra quella che è stata una figura fondamentale per la vita di suo padre e di sua madre. In quel momento tutto cambia e in poche righe l’autrice lascia che il dolore e la colpa di Miren sbiadiscano, insieme alla figura della Tigresa.
L’espediente narrativo usato dalla Usòn, i lungi periodi, il modo in cui gioca con la punteggiatura – che farebbe storcere il naso a più di qualche editor – ci restituiscono un dialogo tra due vite, che seppur distanti si intrecciano in un legame indissolubile.
Mentre Idoia si rivela sempre più belva, Miren pagina dopo pagina, diventa sempre più umana, fragile, e sanguinante.
È un testo che confonde e convince, lasciando addosso il peso di una storia che non ha fatto sconti a nessuno.