L'albero delle parole
Romanzo di formazione
Voland
5 dicembre 2025
cartaceo e-book
228
Nel Mozambico portoghese, la piccola Gita trascorre le giornate circondata dalla natura africana in compagnia della governante Lóia e nell’assoluta adorazione del padre Laureano. La meraviglia e la spontaneità della bambina contrastano con l’insoddisfazione e l’amarezza della madre Amélia, che mal tollera il rapporto tra la domestica e la figlia. Dietro la sua ostilità si cela un passato di disillusione, le speranze tradite di un matrimonio per procura, il sogno di una vita migliore andato in frantumi. Anni dopo, spetterà a Gita desiderare un futuro diverso per sé e per il paese.
“Non esiste comunque una persona o una cultura migliore dell’altra”
“L’albero delle parole” di Teolinda Gersao (Voland editore) è la storia della crescita di una giovane donna nel Mozambico portoghese. Figlia di un padre adorante e di una madre frustrata e anaffettiva, la ragazzina diventerà una donna consapevole. Sperimenterà la passione, conquisterà la libertà di decidere chi essere e conoscerà l’importanza dell’indipendenza.
Questo romanzo si divide in tre parti, esse rappresentano le fasi della vita di Gita, la protagonista. Nella seconda parte leggeremo, invece, la storia di Amelia, sua madre, e delle circostanze che la portarono dal Portogallo all’Africa. Una parentesi fondamentale per comprendere la trama e per sciogliere il mistero dell’assurdo rapporto tra le due. Dico assurdo poiché sembrano non provare nulla l’una nei confronti dell’altra.
“Una bugia è come una disgrazia, chi viene toccato non è più lo stesso. Adesso lo so”
Gita si presenta come una bambina sveglia e curiosa, una simpatica osservatrice del mondo esterno. E’ vivace, ma anche bisognosa d’amore e di gioia intorno a sé. E’ la donna al servizio della sua famiglia a soddisfare queste sue necessità. La piccola adora Loia e Loia la tratta esattamente come Orquidea, sua figlia biologica. Loia è prodiga di sorrisi e abbracci amorevoli. E’ gentile, semplice e prende la vita con tranquillo fatalismo. Il suo alloggio è sempre accogliente e Gita adora trascorrervi le giornate nonostante la madre disapprovi. Loia è una donna africana che accolsero come balia alla sua nascita e Amelia la tratta sempre con disprezzo.
Amelia non fa che lamentarsi e brontolare con la testa china sulla macchina da cucire. Pur avendo umili origini, mostra alterigia e superbia nei confronti degli africani. Si sente superiore a tutti loro essendo imbevuta di pregiudizi. E’ fredda e distante anche nei confronti della figlia e del marito. I suoi sogni di ragazza non si sono realizzati e lei fa pesare la propria frustrazione sui familiari. Detesta il legame tra Gita e Loia, non per gelosia ma perché prova diffidenza e disistima nei confronti della donna. Il motivo? La diversa etnia.
“La vita era falsa, architettava delle trappole in cui lei cadeva”
Laureano, padre di Gita, è un uomo pacato e tranquillo. Ha il grave torto di mancare di ambizione come la moglie vorrebbe. Lo umilia e lo fa sentire incapace ogni volta che un collega riceve una promozione al posto suo. E’ un onesto lavoratore ma non è abbastanza scaltro. Adora la sua bambina, è il suo orgoglio e ragione di vita.
E’ un romanzo scritto magistralmente. Uno stile particolareggiato che ti prende per mano e ti introduce nelle atmosfere attraverso descrizioni fisiche e sensoriali. Manca tuttavia di fluidità, il ritmo è molto lento poiché la narrazione si presenta priva di dinamicità. Ho faticato non poco a terminare la prima parte del libro la cui trama appariva sfocata. Non riuscivo a inquadrare i personaggi né a comprenderne il ruolo.
Gita, la protagonista, funge da narratrice e chiama i genitori con i loro nomi di battesimo. Nei confronti della madre non vi è alcun trasporto. Non capivo neppure quale fosse il rapporto tra la Amelia e Loia. Sembravano due vicine di casa una delle quali provava disprezzo per l’altra che però, a sua volta, non se ne crucciava. Amelia non sembrava certo una signora con domestica poiché cuciva tutto il giorno per altre signore. Poi, in corso di lettura, si fa più chiarezza in merito.
“Un uomo buono è una luce alla finestra. Definisce le cose dando solidità, brillantezza e colore, e io cammino tra loro a passo di danza”
La seconda parte è quella che contiene più trama e movimento. E’ anche quella che ho apprezzato maggiormente e mi ha permesso di capire meglio (ma non approvare) la ragione della frustrazione di Amelia, personaggio detestabile comunque. La terza parte torna ad essere un po’ confusa, a perdere di dinamicità apparendo quasi sfumata, evanescente. La protagonista cresce, suo padre invecchia e lei desidera libertà, indipendenza e conoscenza. Ma grandi stravolgimenti non avvengono, è un processo graduale.
Pur apprezzando la scrittura indubbiamente bella, ho trovato questa lettura difficoltosa e complessa, non tanto a livello sintattico ma piuttosto di contenuto. Tratta sicuramente temi importanti quali le differenze culturali, il razzismo, l’immigrazione e la complessità delle dinamiche familiari ma lo fa con estrema lentezza. Anche il contesto ambientale è perfettamente introdotto (il tempo è indefinito ma credo sia riconducibile più o meno agli anni Cinquanta) forse eccessivamente poiché la narrazione è carica di particolari che ne appesantiscono la lettura.
Per quanto non mi dispiacciano le scritture dotate di sporadica lentezza, questa a mio parere, lo è in modo quasi costante. Non sono riuscita quindi ad apprezzarla a pieno.
Che rapporto avete con i ritmi di lettura lenti?