Narrativa,  Recensioni,  Thriller

Recensione: “Lady Chevy” di John Woods, NN Editore

Lady Chevy Book Cover Lady Chevy
John Woods
thriller, narrativa
NN Editore
21 gennaio 2021
cartaceo, ebook
320

Amy Wirkner ha diciotto anni e tutta la vita davanti: intelligente e determinata, vuole andare al college e diventare una veterinaria, per lasciarsi alle spalle i bulli, che la chiamano Lady Chevy per il suo fondoschiena massiccio come una Chevrolet, e i suoi genitori, eredi di un retaggio culturale razzista e responsabili di pessime scelte. Come molti altri cittadini di Barnesville, Ohio, i Wirkner hanno infatti venduto i diritti di estrazione mineraria delle proprie terre alla Demont, che sta avvelenando l’acqua e gli abitanti, incluso il fratellino di Amy.

Una notte, alla porta di Lady Chevy bussa Paul, il ragazzo di cui lei è innamorata, che vuole far saltare in aria una cisterna della Demont. Amy si lascia coinvolgere e dovrà fare i conti con un omicidio spietato, un assillante senso di colpa, e con l’enigmatico agente Hastings. Intrecciando toni noir e atmosfere di horror quotidiano, John Woods racconta un’America violenta e maltrattata, devastata da irrimediabili ambiguità morali.

E ci regala Lady Chevy, una protagonista indimenticabile, che non ha paura del mostro nascosto nella sua anima ed è pronta a liberarlo pur di conquistare il cielo aperto del futuro.

“C’è una curiosa ambiguità semantica nelle parole “giusto” e “sbagliato”. Una semplice ambiguità. Possiamo dire che un martello è l’attrezzo giusto per infilare un chiodo e quello sbagliato per infilare una vite. Ma non è questo il significato di giusto e sbagliato quando li usiamo come concetti morali per suscitare sentimenti di elogio o di biasimo, di bene e male. Eppure noi fingiamo che sia così.”

 

In un angolo del Midwest, e più precisamente a Barnesville nella Ohio Valley, in quella che conosciamo come l’America di provincia, lontana dalla vita pulsante delle grandi città, vive, in una casa mobile insieme alla sua famiglia, Amy Wirkner, una ragazza diciottenne che i compagni chiamano Lady Chevy, a causa dell’abbondanza del suo posteriore, paragonandola alla sagoma delle Chevrolet.

Amy è, certo, molto grassa, ma è dotata di una fine intelligenza e di una forte propensione allo studio nonché di una vera e propria vocazione per la veterinaria, scienza che vorrebbe studiare all’università. Il suo obiettivo, ora che è all’ultimo anno delle superiori, è infatti quello di riuscire ad ottenere le borse di studio necessarie per affrontare il percorso universitario, visto che i genitori non hanno mai potuto, o meglio mai pensato, di mettere da parte i soldi per gli studi, che per Amy rappresentano l’unica speranza che ha per uscire da una situazione asfittica e immobile.

La situazione famigliare dei Wirkner è, senza ombra di dubbio, problematica: oltre a versare in una precaria situazione economica, i genitori non sono in grado di rivestire il loro ruolo e supportare in modo “normale” la figlia. Il padre è un uomo estremamente debole che ha ceduto parte della proprietà alla compagnia di estrazione mineraria per la costruzione di uno dei pinnacoli industriali per il fracking, che appestano l’aria e inquinano le acque della zona; mentre sua moglie, con i suoi 130 chili, lo tradisce apertamente con una miriade di uomini, senza farsi alcuno scrupolo. L’unico che sembra unire la famiglia è il fratellino di Amy, Stonewall, che lei definisce deforme, perché nato con grosse deficienze fisiche ed intellettive, forse a causa dei fumi tossici che respirano e dell’acqua inquinata che bevono. Completano, poi, il quadro famigliare con cui Amy deve confrontarsi, alcuni parenti dai trascorsi discutibili, a cui la ragazza si riferisce con queste parole1.

“Questi sono i miei ingredienti, le spirali del dna che mi hanno reso una persona, che a volte mi fanno sentire forte e speciale, ma più spesso un mostro.”

In particolare, il nonno materno è stato un membro di spicco del Ku Klux Klan, con innumerevoli omicidi alle spalle, e lo zio Tom, marito della sorella della madre. Quest’ultimo, seppur dotato di una certa cultura e propenso a supportare la nipote nel suo progetto, predica la superiorità della razza e, forse perché traumatizzato dalla sua esperienza della guerra in Iraq, è pronto ad imbracciare le armi (possiede infatti un vero e proprio arsenale) e rinchiudersi nel suo bunker con la famiglia, nel caso di una guerra razziale.

Quando l’amico d’infanzia Paul, a cui è particolarmente legata, le chiede di aiutarlo in un sabotaggio contro uno dei serbatoi della compagnia estrattiva, Amy, nonostante le remore da brava ragazza, spinta da un sentimento d’amore nei confronti del ragazzo, si lascia convincere. Il piano, però, è un totale fallimento tanto da portare Amy ad una tragica scelta.

È da questo momento che la protagonista scopre una parte di sé che non sapeva di avere e che la spaventa, ossia di avere una rabbiosa determinazione a salvaguardare il suo obiettivo, tanto da ricorrere ad atti violenti con fredda lucidità.

Il racconto, che presenta tutti gli elementi del thriller, si svela attraverso due punti di vista: quello raccontato in prima persona da Amy, con un tono che sembra quasi sussurrato, forse per l’uso del tempo presente che sicuramente è più graffiante e meno consolatorio del tempo passato, e quello del poliziotto Brett Hastings, narrato in terza persona, che si intercala alla voce di Amy con dei capitoli non numerati, ma indicati con la lettera H. È proprio la narrazione in terza persona che, producendo uno scarto nel flusso narrativo, mette in risalto le peculiarità di Hastings: uno psicopatico studioso di filosofia, il quale nasconde, dietro al suo aspetto piacente, pensieri cupi e azioni violente, ma che è anche l’unico ad intuire cosa sia accaduto realmente.

Se è vero che è l’ambiente umano che ci circonda a determinare le nostre azioni e le nostre scelte, allora Amy è decisamente il prodotto della sua situazione famigliare e della comunità di Barnesville, dove emerge la disperazione e la resa ad una realtà fatta di speranze infrante. Non a caso, nel romanzo, Wood circoscrive la vicenda in un ambiente naturale sofferente e, in certi momenti, anche soffocante (molti sono i boschi che circondano la cittadina), quasi a farne uno specchio di quanto avviene negli animi dei propri abitanti.

Concludo dicendo che, personalmente, ho trovato “Lady Chevy” un romanzo epico, dove emergono molti temi della società attuale americana e dove la parte più oscura della coscienza dei personaggi si confonde con i loro lati migliori. Forse perché il confine tra bene e male non è mai così definito. O pensate di no?

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