La stanza delle mogli
romanzo contemporaneo
Astoria
21 maggio 2024
cartaceo, ebook
272
India, 1929. Tre spose, tre fratelli, una cerimonia. Coperte dal tradizionale velo rosso, nessuna delle mogli ha potuto vedere il volto del marito. Un velo rosso, nessuna delle mogli ha potuto vedere il volto del marito. Un velo che non hanno diritto di togliere neppure durante il duro lavoro quotidiano nella fattoria in cui trascorreranno il resto della loro vita, e non quando si ritrovano nella minuscola stanza in cui dormono. La notte, poi, nell'oscurità più completa, è Mai, la suocera a decidere chi di loro deve assolvere al compito più importante: dare un erede alla famiglia. Mehar, però, è inquieta: ha quindici anni, un carattere forte sotto l'apparenza sottomessa e vuole sapere chi è suo marito. E un giorno si convince di averlo capito...
India, 1999. In fuga dall'Inghilterra, dai suoi demoni e dalla società che lo ha sempre umiliato perché straniero, un uomo arriva nella fattoria in cui ha vissuto Mehar. E' il suo pronipote e si è convinto che lì, in quel luogo lontano da tutto e da tutti, ritroverà la tranquillità perduta. Mentre lavora al restauro della casa, dorme in una stanza angusta, che ha trovato chiusa e sbarrata. E' la stanza in cui Mehar è stata tenuta prigioniera con le altre mogli, una stanza in cui ancora vivono le sofferenze del passato. La storia di un amore proibito che riecheggia attraverso le generazioni, unendo passato e presente.
“Mehar non è una quindicenne così obbediente da non cercare di scoprire quale dei tre fratelli sia suo marito”. “La stanza delle mogli” è un luogo dove, in un villaggio indiano, vivono tre giovanissime donne. È il 1929 e hanno sposato, come da accordi presi dalle loro famiglie, i loro mariti nello stesso giorno con la medesima cerimonia. Sono perennemente coperte da un pesante velo rosso, che ne impedisce la visuale, al punto tale da non aver mai visto il volto del loro sposo. Non solo, le giovani ignorano chi dei tre fratelli abbiano sposato e la suocera si rifiuta di rivelarlo. Nel 1999, un pronipote di una di loro torna in quella stessa fattoria dall’Inghilterra. Cerca di guarire dalla tossicodipendenza, fuggendo da una società che lo rifiuta, in quanto figlio di immigrati. Si ritroverà ad alloggiare nella stessa stanza della bisnonna…
“Inevitabilmente, sentivo gli sguardi fissi su di me, la mia presenza notata e commentata per la sua eccezionalità in quella città”
Un giovane di origine indiana (non viene mai citato il nome) torna nel paese d’origine della sua famiglia, dietro forte insistenza del padre. Egli vive in Inghilterra con i genitori, è il 1999 e ha circa diciotto anni. È un ragazzo sensibile, forse troppo. Ama i suoi genitori e ha grande rispetto per loro, ma la sua fragilità, insieme al disagio di vivere in una società che lo rifiuta in quanto figlio di immigrati, lo porta verso l’autodistruzione. Quando la sua dipendenza da eroina diventa evidente anche al padre, gli chiede di partire per tornare in India a casa dello zio. Lì, lontano dalle cattive compagnie, in un ambiente famigliare più accogliente, potrà guarire e trovare pace.
“Facevo fatica a elaborare l’idea che mio padre si fosse rivolto a medici ed esperti per la tossicodipendenza del figlio”
Ma lo zio Jai, pur essendo un uomo buono, è succube della moglie. La donna l’ha sposato contro la sua volontà, poiché innamorata di un altro, e ogni giorno si mostra irrispettosa e scontenta. Arriva addirittura a percuotere il marito, che si sente sempre più umiliato. La zia non accoglie con favore il nipote e intuisce che il giovane sta nascondendo un grave malessere, quindi fa di tutto per allontanarlo. Al primo passo falso del ragazzo, ottiene ciò che desidera. Lui se ne dovrà andare. Non tornerà in Inghilterra, ma rimarrà nella vecchia fattoria di famiglia, dove visse la sua bisnonna.
Nel 1929, Mehar sposa uno dei tre figli di Mai, sua suocera, con un’unica cerimonia, insieme alle altre due mogli. Non sa chi sia dei tre suo marito, così come le altre consorti. Non possono mai togliersi lo spesso velo, che lascia intravedere poco o nulla dalla stoffa rossa che hanno sul capo. Le tre ragazze devono lavorare tutto il giorno, servire la suocera e compiacere i mariti quando quest’ultima lo decide. Per il resto, vivono insieme come fossero sorelle, in un’unica stanza. Luogo dove possono scoprirsi il capo. Una di loro, la più giovane, è Mehar.
“Il velo trasforma tutto in una nebbia rossastra, un’opacità luminosa contro la quale i corpi si muovono come ombre scure” – La stanza delle mogli
Dieci anni prima, quando aveva solo cinque anni, la suocera aveva fatto visita ai genitori per combinare il suo futuro matrimonio con uno dei figli. Era ancora piccola e non capiva gran ché di tutto quel parlare e osservarla da capo a piedi come fosse una bestiola da comprare. In seguito, ha accettato la sua sorte con un rassegnazione e un pizzico di fastidio. È una ragazza vivace, intelligente e curiosa. Obbediente, ma con una sorta di ribellione che le cova dentro. Non osa contrastare apertamente l’autoritaria Mai, padrona indiscussa delle sorti di tutti in quella casa. Ma non sopporta che non le si dica chi dei tre uomini è suo marito. È un suo diritto saperlo e vuole scoprirlo.
Sarà il maggiore dei figli, Jeet? Quello con cui sua suocera va maggiormente d’accordo. Il più responsabile, laborioso e saggio. Oppure il figlio di mezzo, Mohan? Ma no, non può essere lui. Non ha sensazioni in questo senso. Magari è Suraj, il più giovane e attraente. Quello considerato più immaturo, che viene spesso ripreso per la propria indolenza o per comportamenti sbagliati a causa della propria immaturità e inesperienza. Una cosa è certa, la ragazza terrà le orecchie ben aperte mentre serve il tè per carpire informazioni e scoprire a chi dovrà dare un erede.
“Quante stelle. Ordinate e magnifiche e così numerose da far pensare che vi sia scritto che lui starà con lei”
La narrazione di “La stanza delle mogli” si svolge su due piani temporali diversi ma collegati, seppur da un filo sottile. Si narra una storia ambientata nel 1929, in un’India fortemente arretrata e rurale. La protagonista è una giovanissima donna e la sua storia è narrata in terza persona. Il suo percorso di vita si alterna a quello del suo pronipote. Nel 1999 nella medesima fattoria ormai in stato d’abbandono, in questo caso è il giovane che funge da narratore, usando la prima persona.
Entrambi i personaggi sono ben caratterizzati. Apparentemente, non hanno molto in comune. Una appare forte e consapevole di ciò che vuole, nonostante si ritrovi in una condizione di schiavitù. L’altro, invece, avrebbe tutto per essere un uomo libero (cultura, intelligenza, amore dei propri famigliari in un paese privo di tradizioni vincolanti), eppure è schiavo delle sue stesse debolezze. Non sa ancora cosa chi e cosa vuole essere, è solo stanco di vivere in un perenne stato di sofferenza. Piano piano, emergono le loro affinità, il comune desiderio di redenzione e di cambiamento in una società che ha deciso per loro.
“Non è mai stata una casa gentile prima d’ora”
Il linguaggio narrativo è semplice, lo stile fluido e la lettura scorrevole. Il ritmo è rapido e i personaggi sono ben caratterizzati. L’autore ci fa un quadro storico sociale ben curato, con una chiarezza quasi fotografica. E ciò che emerge è sconcertante. Egli pone grande cura anche agli aspetti introspettivi dei suoi personaggi, evidenziandone il turbamento, il disagio, ma senza mai toglier loro quel pizzico di speranza per andare avanti.
Una storia che vi coinvolgerà e vi indignerà ma sicuramente vi farà riflettere e forse vi commuoverà.
Vi affascinano i romanzi ambientati in India?
5 stelle ⭐⭐⭐⭐⭐
