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Recensione: “La restauratrice di libri” di Katerina Poladjan, SEM

La restauratrice di libri Book Cover La restauratrice di libri
Katerina Poladjan
narrativa storica
SEM
18 febbraio 2021
cartaceo, ebook
196

Helene, una giovane restauratrice di libri tedesca, atterra a Erevan per restaurare antichi manoscritti e imparare le tecniche della legatoria armena. Le viene affidato un evangeliario del Diciottesimo secolo, passato di mano in mano fino ad arrivare, nel 1915, a una famiglia sulla costa del Mar Nero. Gli ultimi proprietari sono stati Anahid e Hrant, e quel libro è l’unica cosa che rimane ai due fratelli in fuga dal genocidio armeno.

Helene, un secolo dopo, lavora minuziosamente al complicato restauro con bisturi, ago e filo; il processo è completato da procedimenti quasi alchemici di estrazione del colore. Sul bordo di una pagina trova una scritta scarabocchiata: Hrant non vuole svegliarsi.

Incuriosita, approfondisce gli enigmi del vecchio libro nell’Armenia di oggi, ritrovandosi immersa ed emotivamente coinvolta in una storia di esilio, perdita e dolore, che si ripercuote tuttora, generazioni più tardi. Così decide di partire per un viaggio verso la costa del Mar Nero, fino all’altra parte dell’Ararat, per arrivare in fondo alla realtà.

 

Recensione di

La restauratrice di libri

 

Helene Mazavian è una giovane restauratrice di libri tedesca, di origini armene, da parte della madre Sara. Conduce una vita piuttosto tranquilla, restaura libri antichi, di professione, e condivide la vita con il compagno, Danil. Non si è mai preoccupata molto del suo passato e delle sue origini, fino a quando, un giorno, per questioni lavorative, deve recarsi ad Erevan, capitale dell’Armenia.

Qui le viene affidato, per il restauro, un antico evangeliario del XVIII, in cui appaiono una lista di nomi di persone a cui era appartenuto fino al suo ritrovamento. L’ultimo nome risale al 1915 e riconduce ad una famiglia vissuta nel Mar Nero.

Armata di bisturi, fili colorati e processi chimici, Helene, tra una fase e l’altra del lavoro, scopre una frase incisa nel volume. È una frase semplice, ma che fa porre alla ragazza diverse domande; e lei è ben decisa a cercare di scoprire ciò che può su quell’evangeliario.

Nel frattempo, prima della partenza, sua madre le ha dato una fotografia della sua famiglia d’origine, dicendole di cercare qualcuno, nel caso in cui fosse ancora vivo. Helene vuole davvero scoprire le sue origini?

COMMENTO PERSONALE

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La restauratrice di libri è un romanzo scritto in prima persona dalla protagonista stessa. Ha uno stile molto particolare, con pochi dialoghi, spesso, indiretti. Il linguaggio è semplice e ricco di particolari e descrizioni. Il ritmo è abbastanza veloce. Ad un certo punto, i capitoli iniziano ad alternarsi tra presente e passato, tornando al 1915 e ripercorrendo le vicende dei due bambini in fuga dallo sterminio della famiglia da parte dei soldati turchi.

“Hrant frignava che voleva andare a casa e Anahid disse: non c’è più nessuna casa, e lo disse severe, perchè non voleva pensare a casa, perchè in cucina c’era una macchia rossa, era il sangue della mamma, quindi non c’era più nessuna casa e si misero in marcia. “

È un viaggio che Helene è decisa a compiere. Fino a quel momento, il suo passato armeno lo conosceva solo attraverso i collage di cadaveri di bambini armeni che faceva la madre Sara, quando lei era piccola. Con il ritrovamento del volume e la fotografia dei suoi famigliari, Helene inizia a sentire, inspiegabilmente, un legame forte con quella terra e con la memoria del genocidio. Il suo viaggio la porterà dalla capitale fino all’altra parte dell’Ararat, in Turchia, e sulle coste del Mar Nero, dove hanno vissuto i due bambini e dove la sua stessa famiglia ha origini.

Il viaggio dei due bambini, basato sulle vicende vissute dal popolo armeno durante il genocidio, risveglia una memoria storica ancora poco riconosciuta e ricordata. Ed è proprio questo il senso del viaggio di Helene: ripercorrere quella storia, andando a scoprire la verità, quella vera e tangibile, non quella raccontata e troppo spesso storpiata.

Attraverso il suo viaggio, poi, si va alla scoperta del popolo armeno e della sua profonda cultura e tradizione, ancora troppo poco conosciute ed ignorate.

“«Non ha mai la sensazione, signora Gevorgian, che un libro sia qualcosa di più che carta, muffa, inchiostro e cuoi? Quando torno a casa la sera questo libro mi manca, come se fosse una cosa viva»”

Filo conduttore di tutto il romanzo è il libro, ma inteso in due modi diversi. Nel primo caso, il libro, anzi i libri, sono il materiale che Helene ogni giorno si ritrova tra le mani per cercare di dar loro nuova vita. Non è questo, tuttavia, il suo unico scopo. Per lei, restaurare antichi manuali vuol dire ripristinare la storia e portare alla luce fatti e racconti affinché possano essere letti, conosciuti, tramandati e ricordati.

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Nel secondo caso il libro è visto come un’ eredità di famiglia che passa di generazione in generazione, di padre in figlio.

“«Perché pensa che le nostre Bibbie siano così piccole e maneggevoli in confronto ai manoscritti occidentali? Quelli sono arroganti, intimidatori, con le grandi dimensioni dichiarano, vogliono influenzarti. Le Bibbie armene dovevano poter essere tenute sotto braccio. E così era. Molti avrebbero preferito separarsi da un figlio piuttosto che dalla loro Bibbia. Si era abituati all’incertezza, sempre pronti ala fuga. La Bibbia era fonte di conforto, veniva usata, non solo guardata e riposta. Lei è tedesca. Conosce Henrich Heine, la sua definizione di libri come patria portatile. Qualcosa da proteggere, da difendere, da qui la copertina robusta: la pressione proteggeva i fogli dagli insetti. In un libro ben chiuso i parassiti non possono penetrare tanto facilmente. Questo popolo ha sempre avuto paura di sparire»”

Un libro, bello, a tratti quasi difficile da comprendere. Ben costruito, con la giusta dose di emozioni e una scrittura molto limpida e diretta, arriva dritto al cuore riuscendo a far compiere al lettore questo meraviglioso viaggio alla scoperta dell’Armenia di ieri e di oggi. 5 stelle.

Avete sentito parlare, amici lettori, di questo popolo?

 

L’AUTRICE

Katerina Poladjan è nata a Mosca, è cresciuta a Roma e Vienna e vive in Germania. Ha scritto i romanzi In una notte, altrove e Forse Marsiglia, oltre al diario di viaggio letterario Dietro la Siberia. È stata nominata per il premio Alfred Döblin e per il premio europeo di letteratura e il German Book Prize 2019.

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