Libri,  Narrativa

Recensione: La ragazza dai guanti bianchi di Leah Fleming, Newton Compton

La ragazza dai guanti bianchi Book Cover La ragazza dai guanti bianchi
Leah Fleming
Narrativa
Newton Compton Editori
28 febbraio 2019
Cartaceo - E book
350

Un diario dalle pagine ingiallite che sanno di coraggio, la rilegatura in pelle che odora di vissuto, le parole che si susseguono senza sosta come fitti rami di una foresta. La storia narrata al suo interno parla di una giovane donna la cui vita è sempre stata messa a dura prova: la perdita degli amati genitori al primo vagito emesso, un nome che sembra esserle stato cucito addosso “Rejoice - Gioire”, i sentimenti di amore, libertà di espressione, caparbietà e forza che le sono sempre stati additati come una congiura e non, invece, come un dono. Un credo religioso che le ha sempre imposto, e fatto credere, che qualsiasi dimostrazione di coraggio dovesse essere considerata come un senso di ribellione e che quindi, come tale, da reprimere in favore della remissione e della fedele obbedienza ai valori che gli “Amici, cercatori della verità”, professano.

Un paio di guanti bianchi, dalle finiture preziose, intrisi di significato, faranno da guida al cuore di Joy per farle capire che  si può scegliere liberamente chi amare.

 

«…fu allora che scorse l’indistinto profilo di qualcuno in un lungo mantello, che si condensò in una donna con indosso una di quelle cuffie amish, ferma a fissare le mura della cappella tenendo stretto al petto un libro.»

 

Il ritrovamento di un diario risalente al 1725, ed una fitta corrispondenza tra Sam Storer e  Rachel Moorside, è fuor di dubbio una strabiliante scoperta, non tanto – e non solo – per la sua vetustà quanto piuttosto per il contenuto: per la vita ivi descritta, custodita nelle memorie del tempo e nel profondo di un’anima dal cuore puro.

 Rejoice Moorside, chiamata da tutti Joy, giovane quacchera, appartenente al credo degli “Amici cercatori della verità”, narra ciò che la sua vita è stata, tra il dolore di aver perso prematuramente i propri genitori, che hanno avuto soltanto il tempo di “regalarle”  quel nome talmente importante da essere sentito da lei stessa come un peso, ma che, in realtà, sembra esserle stato cucito addosso, tra affetti desiderati e abbracci mancati, tra umiliazioni, sbeffeggiamenti, la fedeltà, e la difficoltà, nel seguire il proprio Credo religioso, situazioni perigliose dalle quali ne saprà sempre uscire a testa alta, e che avrebbero potuto costarle la vita, una lingua sempre pronta a replicare alle ingiustizie e che le farà guadagnare l’appellativo di “irrequieta, combina guai”, spesso redarguita.

 

 

Racconta di amori soffocati sul nascere, fingendosi sorda al richiamo del suo cuore fulminato da «occhi profondi,  intensi come pietre focali», il Credo religioso da seguire, seppur tra mille difficoltà e nascenti incertezze sul fatto che sia proprio la cosa giusta da fare, il non accettare taluni atteggiamenti e il voler sempre portare a galla la verità.

Faranno da guida, alla tenace Joy Moorside, un paio di guanti: preziose rifiniture che portano in sé il messaggio speciale che solo lei saprà cogliere, benché, proprio a causa di siffatti guanti, talmente pregiati, la nostra piccola donna sarà spesso tacciata di furto, non considerandola degna di possedere cotale oggetto così ricco e mondano.

Ma lei, con la verve che le farà tenere testa persino a Magistrati come Elliot Moorside, suo nonno, Conestabili e Anziani del proprio credo, saprà difendere quell’oggetto a lei tanto caro e tanto prezioso, del quale solo lei potrà essere la fautrice del loro destino.

Un libro che ti accarezza l’anima come una piuma sulla pelle, che ti fa solcare il viso da delicate lacrime senza che tu possa impedirlo, e prima ancora che tu te ne accorga: impossibile sarà non amare questa piccola donna, dal grande coraggio e dal cuore profondo, una donna spesso osteggiata e tacciata di essere solo una “combina guai”, a causa del suo essere caparbia, del suo essere tenace senza pudore.

Ho iniziato a leggere questo romanzo con scetticismo, credendo che non sarebbe stato un libro che mi avrebbe preso il cuore: nel mio caso, questo romanzo, non solo mi ha preso il cuore, ma mi ha rubato l’anima, ho immaginato, quasi fossi lì con lei, tutto ciò che Joy ha vissuto, i luoghi che ha visitato, gli uomini che ha amato. Ho sentito sulla mia pelle le sue sofferenze, ho pianto per tutte le volte che è stata derisa e/o denigrata e, spesso, mi sono sentita incitarla a prendere una scelta piuttosto che un’altra: in particolare quando, per seguire il suo Credo religioso, ha deciso di lasciare andare colui che ha infuocato la sua anima con un solo sguardo, colui che avrebbe voluto «…vedere la luce brillare negli occhi, leggerci un po’ di desiderio per la mia compagnia. Per ora mi basterebbe», pur sapendo che ciò che sentiva per lui era “amore”.

Ho ammirato, quasi invidiandola, la sua ferma caparbietà, il suo essere temeraria e saper fronteggiare la paura con prontezza di spirito, dispensando coraggio per lei e per chi le stava attorno, accettando con sottomissione la volontà del suo Signore: da questo punto di vista non sempre sono stata concorde con lei e le sue scelte, forse perché io avrei debolmente scelto la soluzione più idonea, quella che mi avesse garantito agiatezza, io, ma non lei: lei, parimenti, ha sempre seguito il suo cuore e la sua Fede e non credo che sarei stata forte abbastanza da sopportare tutte le sue sofferenze.

Anche perché, v’è da precisare, che nell’epoca in cui viene narrata la storia, non esistevano tutti i rimedi medici dei quali oggi non possiamo fare a meno: al tempo, tuttalpiù, vi erano erbe medicinali e speciali unguenti, molti dei quali non guarivano ma bensì lenivano di poco la sofferenza, e, a quell’epoca i morti si susseguivano anche per semplici febbri; gli inverni erano gelidi e non tutti, compresa la nostra Joy, avevano la possibilità di ricoprirsi per evitare al freddo di penetrare non solo nelle ossa ma anche nello spirito.

Ma la vita di Joy ha la bellezza di prendere pieghe inaspettate: durante la traversata in mare, che l’ha condotta negli Stati Uniti, ha incontrato il Capitano Thane dagli occhi «…molto azzurri, pensai, all’azzurro dei non-ti-scordar-di-me», ma, nonostante sentisse questo suo cuore di nuovo in tumulto, ha dovuto reprimere questo sentimento nascente per via dei moniti della gente del suo Credo.

Ma non sarà facile perché la nostra protagonista avrà sempre in mente il bel sorriso del Capitano Thane, e più difficile diverrà quando lui, in tutto il suo amore, le urlerà «siete fatta per me, Joy Moorside, e io vi aspetterò…».

L’ultima parte del libro, la più dinamica, ti tiene con gli occhi incollati alle pagine, leggendo senza sosta, perché è proprio in queste pagine che temi che l’incolumità di Joy sia veramente messa in serio pericolo: e lo capirà anche lei, capirà che alla sua gente, in fin dei conti, poco o nulla importi di lei come “persona”, capirà che mai cambieranno le loro idee e che, soprattutto, lei non potrà mai accettare di sentirsi sottomessa mettendo a tacere la sua voglia di lottare le ingiustizie a gran voce: ecco, proprio in questa circostanza, prende consapevolezza di cosa davvero desidera «Non volevo che Jordan Thane mi credesse morta, magari consolandosi tra le braccia di qualcun’altra. Fu in quel momento che capii che soltanto lui era giusto per me»: a leggere questa frase, il mio cuore si è completamente sciolto, ed ho capito che Joy, finalmente, aveva fatto la scelta giusta seguendo il volere del suo, di cuore.

Devo fare, altresì, un plauso all’autrice per le similitudini che ha utilizzato nel corso della narrazione perché hanno reso esattamente l’idea di ciò che ha voluto dire «scivolai tra la folla come un coltello nel burro fuso»  o ancora «mi sentii come un fagiolino in un barile» ed infine «le parole si rovesciarono come piselli».

Il linguaggio utilizzato è grammaticalmente perfetto ed articolato, i refusi sono pressoché inesistenti, ed inoltre il linguaggio è consono all’epoca di narrazione del romanzo, l’utilizzo del “voi” è comune fra la gente, comune per tutti tranne che per i quaccheri, ma, nonostante ciò, si legge con leggerezza e senza difficoltà.

Ed è nelle notti di solitudini, data l’assenza del Capitano del suo cuore, che Rejoice  scrive il suo diario, diario che racchiuderà quella che è stata la sua vita, con tutti i pensieri più reconditi, fino a scavarle nell’anima: pensando di fare una cosa giusta, vuole consegnarlo agli Amici perché queste sue memorie siano testimoni di quella che è stata la sua Fede, ma, suo malgrado, ancora una volta, rifiuteranno questo suo dono e lei, amaramente, si renderà conto che

«…qui niente era cambiato com’ero cambiata io. L’anima del luogo era ancora fredda, nemmeno tiepida»

ed ecco che repentinamente decide che non vi sarebbe stato posto migliore di quello per nascondere questa parte di sé stessa, la più profonda, tra le rocce e nel segreto della Casa del Silenzio, certa che, prima o poi, il suo sforzo non sarà stato vano.

 

Leah Fleming è nata in Inghilterra. Si dedica a tempo pieno alla scrittura e ha all’attivo sei romanzi. La Newton Compton ha pubblicato La strada in fondo al mare, che ha vinto il Premio Roma 2012 ed è stato per mesi ai vertici delle classifiche italiane, La mappa segreta dell’amore e L’ultima perla.

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: