La Grande Madre
Saggio
Le Lettere
1 luglio 2021
Cartaceo
212
Il primo giugno 1955 Jünger, giunto in Sardegna, espresse nel suo diario la sua gratitudine nei confronti della sua “seconda grande madre, il Mediterraneo”. Esso diviene, nelle annotazioni e nelle meditazioni saggistiche dedicate ai paesi che si affacciano sulle sue sponde, lo scenario della ierofania della Terra, di cui lo scrittore tedesco coglie la pienezza prodiga di forme e colori. “Io e Terra – Madre e Figlio”: con queste parole si può riassumere lo spirito tellurico che anima le sue pagine, che iniziano il lettore alla comprensione del fatto che “ovunque la terra è sacra, ovunque è un sepolcro, ovunque è un luogo di resurrezione”. Di qui la meraviglia provata di fronte alle sue creature, barbagli effimeri del suo potere generativo, come è testimoniato dal copris hispanus, lo scarabeo osservato da Jünger nel corso delle sue “cacce sottili”. Sulle orme di Goethe e Schelling, tali osservazioni microscopiche del regno della natura dischiudono una prospettiva cosmica. Se il tempo, dunque, accumula rovine, all’uomo è dato, tuttavia, avere un presagio di ciò che sta al di là di esso: “Tutto ciò che è storico ha senso per me solo quale recipiente”. Al tempo stesso, lo scrittore registra nelle sue annotazioni l’avanzata inarrestabile della tecnica quale strumento di disincantamento del mondo e, insieme, di una nuova forma di schiavitù (memorabile la descrizione dell’effetto ipnotico della televisione), che impone l’accelerazione del ritmo della vita, strappandola al suo fondo tellurico. Le riflessioni diaristiche di Jünger offrono, così, anche una chiave preziosa per comprendere il proprio tempo.
“Si avvicinano i tempi in cui l’uomo non scaglierà più la freccia anelante al di là dell’uomo, e la corda del suo arco avrà disimparato a vibrare! Io vi dico: bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante”
Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno – F. Nietzsche
Leggere “La Grande Madre“, di Ernst Jünger, non è stato semplice per me e la mia pretesa di avventurarmi nella mente dell’autore. Filosofo e scrittore tedesco, morto alcuni anni prima dello scoccare del XXI secolo, Jünger presenta ai suoi lettori una visione catastrofica del suo tempo; l’uso costante della tecnologia, la situazione politica esistente, le abitudini errate che l’uomo assume, portano, a suo avviso, ad un inconsapevole processo degenerativo che trasforma l’individuo in uno “schiavo soddisfatto”. Homo faber definisce l’uomo del suo tempo, che ritiene destinato a autoeliminarsi.
“Il nostro ruolo potrebbe essere simile a quello dello scorpione che si toglie di mezzo col proprio aculeo”. – La Grande Madre

Mi sono sempre piaciute le “persone che pensano”, quelle che non si accontentano di essere spettatori del loro destino e di quello del mondo che li circonda; ammiro chi esprime il suo parere, giustificandolo; giusto o errato che sia, permette l’avvio di una riflessione, porta al confronto e favorisce l’apertura mentale.
Sarà forse questo il motivo che mi spinge a perdermi nei testi filosofici?
Voi siete amanti della filosofia o la considerate una scienza superflua, come ho sentito dire da alcuni, che non porta a nulla?
Tuttavia non è stata la mia predisposizione al riflettere che mi ha convinta ad addentrarmi in queste pagine. Il pensiero dell’autore, che devo ammettere mi ha colpita, neanche lo conoscevo prima di aprire questo libro.
È stata la trama a farmi optare per questa lettura, il suo menzionare la mia terra, la Sardegna, e il suo amore per essa, meta di molti dei suoi soggiorni.
Scritto sotto forma di diario, “La Grande Madre” presenta i vantaggi e gli svantaggi che questa scelta stilistica presuppone. Probabilmente, nel momento in cui ha messo nero su bianco i suoi pensieri, Jünger non li aveva considerati materiale per la stampa. Sono arrivata a questa conclusione perché li ho trovati molto liberi. Non scritti male, attenzione! Il suo modo di esprimersi è superlativo, in alcuni punti sfiora la poesia. In altri, però, mancano delle parti, altri ancora li ho trovati un tantino ripetitivi e soprattutto tendenti a voler riportare, passo per passo, lo svolgersi delle sue giornate: quasi un volerle annotare per ricordarle.
Questo non toglie che da essi traspaia l’importanza e la passione che l’autore incarna per la zoologia, la geologia, e la natura in generale.

Tutte le terre che hanno il privilegio di essere bagnate dal Mediterraneo per lui conservano un alone di sacralità. Il Mediterraneo, la Grande Madre dell’uomo, unico luogo che gli permette di entrare in contatto con ciò che resta di più vero di un pianeta che ormai sta andando al collasso.
“L’uomo ho violato l’integrità della natura, innescando un processo destinato a scatenare una catastrofe finale” – La Grande Madre
Vede segni di questo, a parer suo, inarrestabile declino, nell’estinzione di alcune specie autoctone, nel cambiamento degli usi e costumi dei popoli che visita, quello sardo in primis, che considerava l’ultimo baluardo a difesa di un mondo inviolato.
Si evince dalle sue parole una nostalgia per ciò che un tempo era e che l’infiltrarsi in ogni dove della tecnologia sta cancellando. Ed ecco che anche il semplice “rumore“ di una radio che inquina il silenzio delle notti di Villasimuis lo disturba e gli da dispiacere.
“Percepisco con un senso di disturbo che, da quando l’elettricità è arrivata nella cittadina, si sentono ovunque radio a tutto volume” – La Grande Madre
È stato bello per me percepire attraverso le sue parole l’amore viscerale che nutre nei confronti della mia isola, il suo bisogno di rifugiarsi in essa, terra immacolata per la quale, probabilmente senza rendersene conto, indossa i guanti del poeta
“La sera un’ultima passeggiata verso l’altura, dall’alto della quale, il primo e l’ultimo giorno del mio viaggio, getto sempre uno sguardo verso il panorama. Il mare del colore del vino appariva viola-azzurro… Gli alberi di mandorlo avevano perso le foglie e ornavano con le loro pallide ombre il suolo ingiallito. Il sole tramontò… lanciando gli ultimi raggi rossastri; apparve una grande nube purpurea e violetta. Ci immaginammo che lassù, per un attimo, sarebbero apparsi gli dei dell’Olimpo, seduti in trono alla lor tavola al di sopra dell’antichissima isola” – La Grande Madre
Comincia a scrivere questo diario il 15 maggio del 1955, quando rimette piede in Terra sarda, sbarcando a Olbia e percorrendo tutta l’isola fino ad arrivare a Villasimius.

Ma le sue cronache di viaggio non si limitano agli itinerari nell’isola. Percorre anche gran parte del Medio Oriente; visita città come Damasco, Gerusalemme, Gerico, Amman, i loro siti archeologici, i diversi quartieri che le costituiscono, spesso rammaricandosi per le condizioni di vita degli abitanti.
Atterra in Spagna, dove si diletta con la corrida, cosa che sinceramente non mi sarei aspettata da una persona amante del mondo animale come lui. Tutto il bacino del Mediterraneo diventa meta delle sue escursioni.
Quando me lo sono immaginato affacciato all’oblò di un aereo, mi è venuto da sorridere. Per la sua aspra condanna a tutto ciò che velocizza i ritmi della vita, credo che sarebbe stato più consono al suo pensiero un traghetto o un treno.
Non disdegna, tra un viaggio e l’altro, di tornare in patria tedesca, di incontrare i vecchi amici , di intavolare con loro conversazioni impegnative che vertono sui temi ai lui più cari. Tra le sue idee spiccano quelle ruotanti intorno al concetto di storia e religione e a quello di “intelligenza della terra”.
A questo punto, visti i numerosi argomenti che questo libro tratta, verrebbe spontaneo pensare che ne consiglierei senza dubbio la lettura. In realtà dipende. Se in essa cercate solo un attimo di svago, non è per voi. Essendo un saggio, è di per sé impegnativo, ma non per questo noioso e non interessante.
A me complessivamente è piaciuto e lo ritengo un ottimo spunto per una bella discussione di gruppo. Se siete le tipiche persone che dietro al romanticismo di un cielo notturno si chiedono di che materia sono fatte le stelle, avete trovato pane per i vostri denti!
Sahira

Sono emozione e di essa mi nutro
trovando scialbo ciò che non colora,
Sono emozione che con la penna divora
il bianco candido di un libro vissuto…