La felicità del lupo
Narrativa contemporanea
Einaudi
26 ottobre 2021
cartaceo
152
«Silvia rise. E di cosa sa gennaio? Di cosa sapeva gennaio? Fumo di stufa. Prati secchi e gelati in attesa della neve. Il corpo nudo di una ragazza dopo una lunga solitudine. Sapeva di miracolo». Fausto si è rifugiato in montagna perché voleva scomparire, Silvia sta cercando qualcosa di sé per poi ripartire verso chissà dove. Lui ha quarant'anni, lei ventisette: provano a toccarsi, una notte, mentre Fontana Fredda si prepara per l'inverno. Intorno a loro ci sono Babette e il suo ristorante, e poi un rifugio a più di tremila metri, Santorso che sa tutto della valle, distese di nevi e d'erba che allargano il respiro. Persino il lupo, che mancava da un secolo, sembra aver fatto ritorno. Anche lui in cerca della sua felicità. Arrivato alla fine di una lunga relazione, Fausto cerca rifugio tra i sentieri dove camminava da bambino. A Fontana Fredda incontra Babette, anche lei fuggita da Milano molto tempo prima, che gli propone di fare il cuoco nel suo ristorante, tra gli sciatori della piccola pista e gli operai della seggiovia. Silvia è lì che serve ai tavoli, e non sa ancora se la montagna è il nascondiglio di un inverno o un desiderio duraturo, se prima o poi riuscirà a trovare il suo passo e se è pronta ad accordarlo a quello di Fausto. E poi c'è Santorso, che vede lungo e beve troppo, e scopre di essersi affezionato a quel forestiero dai modi spicci, capace di camminare in silenzio come un montanaro. Mentre cucina per i gattisti che d'inverno battono la pista e per i boscaioli che d'estate profumano il bosco impilando cataste di tronchi, Fausto ritrova il gusto per le cose e per la cura degli altri, assapora il desiderio del corpo e l'abbandono. Che esista o no, il luogo della felicità, lui sente di essere esattamente dove deve stare.
“La felicità del lupo” di Paolo Cognetti edizione Einaudi, come altri di questo autore, parla di montagna.
Non solo di montagna come luogo fisico, ma soprattutto come luogo spirituale capace di scavare in profondità nell’anima delle persone che non si lasciano spaventare dalla vita faticosa e tranquilla di una valle “non di moda” e non si perdono attraversando boschi e sentieri solitari, ma acquisiscono consapevolezza ed equilibrio.
Da frequentatrice della montagna, ho letto altri libri di questo autore, che descrive luoghi che anche io ho attraversato, motivo per cui sono attratta dalle sua storie.
Una delle caratteristiche della scrittura di Cognetti è la malinconia che traspare un po’ ovunque. Partendo dalla descrizione dei luoghi fino alla copertina del libro: una notte scura con nebbia che sale dalla cima degli alberi in un bosco; nella caratterizzazione dei personaggi e nei loro dialoghi non trattati “tra virgolette”, ma scritti con frasi brevi come se fossero pensieri intimi.
Il protagonista di Paolo Cognetti
In questa storia c’è sicuramente un protagonista principale, Fausto, scrittore, che si è trasferito a Fontana Fredda, una piccola comunità della Val d’Aosta, ai piedi del Monte Rosa, dopo la conclusione della sua relazione sentimentale.
Forse qui, nei luoghi frequentati durante la sua infanzia, potrà trovare la strada che sembra avere smarrito a Milano.
“Fausto andava a camminare con il quaderno nello zaino e si fermava dopo due o tre ore, in alto, dove la quota lo ispirava, e lì, seduto su un sasso sotto il cielo, provava a mettere in parole quello che aveva intorno.”
Gli altri personaggi
Conosce Babette, la titolare del ristorante del paese. Anche lei ha lasciato la città, ha trovato rifugio in alta montagna ormai da tempo ed è diventata un membro ufficiale della piccola comunità montana.
Fausto si deve ri-inventare ed accetta il lavoro come cuoco nel suo ristorante, aperto per la stagione invernale. Insieme a Silvia, la giovane cameriera, inizierà una nuova relazione tesa a capire quale sentiero è più giusto seguire per trovare un equilibrio e una nuova serenità.
C’è anche Santorso, memoria storica di questi luoghi, il montanaro tipico, schivo e diffidente verso i forestieri, che conosce tutto delle montagne, che non prende neppure in considerazione di poter abbandonare questi luoghi difficili che gli sono entrati dentro profondamente fin dalla nascita. Inaspettatamente si affeziona a Fausto.

“Eppure quel mestiere gli piaceva, poteva starsene da solo in montagna e vedere la notte arrivare. Guidava il suo gatto tra le ombre lunghe dei larici, nel sole basso.”
E c’è anche il lupo. Che sta tornando in queste valli solitarie per cercare la sua felicità.
Tutti i personaggi di Cognetti sono delineati in modo delicato, senza colori forti, senza rumore e grandi azioni eclatanti. Ogni scelta di vita sembra portata avanti ascoltando profondamente dentro se stessi e lasciandosi trasportare dagli eventi contingenti che la vita ti pone di fronte con accettazione.
Ognuno di loro sta cercando un equilibrio e la vita di questa montagna poco frequentata, con il profumo dei tronchi degli alberi tagliati nei boschi, le salite faticose attraverso i larici e le distese di neve sui ghiacciai può aiutare, solo chi riesce ad amarla, a trovare una propria collocazione.
Nella stagione estiva Fausto fa il cuoco per i taglialegna e si rende conto che la cura delle persone e il gusto per le cose può riemergere anche in questi luoghi, come quando raggiunge Silvia sul ghiacciaio dopo ore di salita solitaria o quando sperimenta pietanze diverse per i lavoratori dei boschi.
“Fausto si era accorto che la montagna la pensavi in un modo quando ci vivevi, e in un altro quando ne stavi lontano.”
Il luogo della felicità
Un anno passato a Fontana Fredda, con solo un breve intermezzo a Milano per sistemare la chiusura definitiva del suo rapporto con Veronica, lo convince che il suo progetto per il futuro sarà tra le cime del Rosa. Per ora la sua felicità sarà quella di rilevare il ristorante di Babette e dedicarsi alla comunità che lo ha accolto e in qualche modo, lo ha salvato dalle ferite e dalle irrequietezze.
Consiglio questo libro a tutti quelli che vanno in montagna per rigenerarsi nei silenzi e negli spazi naturali, che non temono la solitudine, ma amano il buon cibo tradizionale e sanno guardare oltre la ruvidità dei montanari.
Così come il lupo è arrivato nuovamente in valle per obbedire ad un istinto di sopravvivenza e abbondanza, finche’ non riterrà che la sua felicità andrà cercata da un’altra parte.