La cicatrice che porto dentro
Autobiografia
self publishing
25 settembre 2025
ebook
203
C’è chi dice che il tempo guarisca ogni ferita. Ma alcune non spariscono mai: diventano cicatrici, segni indelebili che raccontano la strada percorsa.
In queste pagine c’è la storia di una bambina che non voleva andare all’asilo, di un’adolescente che si sentiva invisibile, di una ragazza costretta a crescere troppo in fretta. Ci sono case che crollano, notti al freddo, la fame, la perdita. Ma ci sono anche una madre che non ha mai smesso di lottare, tre sorelle che hanno imparato a resistere insieme, e l’arrivo di un figlio capace di trasformare il dolore in nuova vita.
La cicatrice che porto dentro non è solo un memoir: è un grido di speranza. È la prova che anche quando tutto sembra perduto, dalle macerie può nascere una nuova casa, un amore sano, una famiglia scelta.
Un racconto intenso e autentico, che parla di dolore, resilienza e rinascita. Perché le cicatrici non sono catene: sono mappe. Ci ricordano da dove veniamo, ma soprattutto ci mostrano dove non vogliamo più tornare.
“La cicatrice che porto dentro” è un’autobiografia romanzata dell’autrice Leandra Nastasi, che parla di dolore, resilienza e rinascita.
Si tratta di un racconto intenso e autentico che, pur soffermandosi sulle varie tappe della vita dell’autrice, a cominciare dalla tenera età, e pur toccando varie tematiche, ruota principalmente, come si evince dal sottotitolo, intorno alla figura paterna, che, a un certo punto, decide di allontanarsi dalla propria famiglia, composta dalla moglie e quattro figlie, lasciando un vuoto affettivo incolmabile.

“Eppure, a distanza di anni, se penso a lui, il primo pensiero non è un ricordo preciso ma un vuoto. Un’assenza che pesa più di qualsiasi presenza.”
Da quell’abbandono scaturiscono, in una situazione già alquanto precaria, numerose conseguenze, compresi gravi problemi economici, che provocano delle ferite profonde. Con il tempo queste ferite poco a poco si rimarginano e diventano delle cicatrici dalle quali le protagoniste cercano di trarre forza per rinascere.
Ovviamente non si può che entrare in empatia con questo racconto e non si può non sentire sulla propria pelle tutto il dolore provato dai personaggi, che, trattandosi di una storia vera, sono persone reali in carne e ossa e non di fantasia.
Analisi
Il romanzo è composto da trentadue capitoli suddivisi in quattro parti. Completano l’opera una nota dell’autrice, un prologo, un epilogo, un capitolo extra e i ringraziamenti.
La scrittura semplice ma efficace rende la lettura molto scorrevole.
In questo libro, oltre al dolore, la sofferenza, il disagio, si trova anche tanto altro: complicità, amore, tenerezza nei piccoli gesti quotidiani, ma soprattutto un senso di protezione che la protagonista nutre nei confronti delle sorelle più piccole e persino della madre nei suoi momenti di maggiore sconforto.
Commento personale
In “La cicatrice che porto dentro” c’è qualcosa di molto prezioso: il legame profondo tra una madre e le sue figlie ma soprattutto tra quattro sorelle. Quest’ultimo, in più di un’occasione, mi ha ricordato il legame tra le sorelle March in Piccole Donne, cuore pulsante di quel romanzo come di questo. Pur avendo diverse personalità, Meg, Jo, Beth e Amy, grazie alla loro unione, l’amore incondizionato e il supporto reciproco, superano povertà e difficoltà, come accade a Leandra, Cristina, Chiara e Marika, le quattro sorelle protagoniste di questo libro. Nonostante le avversità, il loro affetto rimane centrale e inalterato, un rifugio sicuro e un pilastro per superare le terribili difficoltà che la vita riserva. Ho trovato delle analogie con Piccole donne anche per quanto riguarda il rapporto con la madre, mentre la differenza più significativa si riferisce all’assenza del padre, che nei due romanzi è causata da motivi ben diversi.
Per quanto personalmente non mi sia riconosciuta in questa storia, non essendo mai entrata in contatto con un dramma di questo tipo, non ho potuto fare a meno di provare empatia nei confronti di chi invece l’ha vissuto in prima persona, ossia l’autrice e la sua famiglia.
“La cicatrice che porto dentro” è un libro difficile da giudicare o commentare senza tenere conto di questo e senza tenere presente anche quel che ha significato scriverlo. Sicuramente la scrittura sarà stata per l’autrice catartica, sarà stato un modo per poter almeno in piccola parte alleggerire il suo peso e liberarsi di ciò che porta dentro.
Osservazioni
Questa storia lascia senza alcun dubbio il segno, ma allo stesso tempo pone il lettore davanti a tanti interrogativi. Purtroppo non a tutte le domande si riesce a trovare una risposta all’interno del testo, un po’ perché delle parti probabilmente sono romanzate, un po’ perché nel prologo viene detto in modo chiaro che “tante cose sono state omesse” perché “non si possono scrivere”.
Per quanto mi riguarda, più volte ho dovuto fare calcoli per stabilire una linea temporale in base alle date fornite, che non sempre sembrano corrette rispetto a quanto raccontato, e questo mi ha un po’ distanziato dalla lettura.
Inoltre ho trovato qualche errore e delle imprecisioni all’interno della trama, per esempio, sulla nascita di Chiara. Prima si dice che sia avvenuta mentre la protagonista, o meglio l’autrice, si trovava in Sicilia e al capitolo successivo, invece, quando era già tornata a Milano. In un altro punto è stato scritto che il padre ha lasciato tre figlie e non quattro. Inoltre si fa riferimento ad alcuni episodi avvenuti a scuola in un periodo ormai molto lontano da quando l’autrice l’aveva lasciata anni prima.
Nonostante qualche perplessità a tal riguardo, do ugualmente il punteggio pieno perché non mi sento di giudicare in altro modo una storia vera che solo chi l’ha vissuta sa come sia andata veramente e soprattutto che cosa ha provato. Una valutazione che avrei dato comunque per la drammaticità della storia e il coraggio di averla raccontata, per quel che rappresenta e il messaggio di rinascita che vuole portare avanti, oltre che per un senso di vicinanza e partecipata condivisione di questo dolore.
Spunti di riflessione
Ringrazio l’autrice per la sua testimonianza e concludo con alcuni estratti della prima parte del libro che ho particolarmente apprezzato, l’ultimo dei quali racchiude tutta l’essenza che si respira in queste pagine:
“In quei momenti non avevamo niente di straordinario, ma avevamo tutto.”
“Oggi, se ci penso, il rumore delle ruote sull’asfalto è ancora con me. È la colonna sonora della mia infanzia, il suono della protezione e della libertà. Quelle passeggiate con mamma sono state la mia prima vera lezione di vita: che si può andare avanti, anche con una bici vecchia e un cesto pieno di pane, se hai qualcuno che pedala per te.”
“Quella recita non fu solo un gioco da bambini: fu una delle prime volte in cui compresi che, anche con un ruolo piccolo, si può lasciare il segno. Che non serve essere sempre al centro della scena per essere ricordati. Ed è forse da lì che ho iniziato a capire una cosa: che la vita spesso ci assegna parti che non scegliamo, ma siamo noi a decidere come recitarle.”
“Capivo che dentro di me stava iniziando a crescere qualcosa che avrei imparato a riconoscere solo anni dopo: la capacità di adattarmi, di resistere, di trovare casa ovunque, purché ci fosse amore.”
“E se c’è una cosa che voglio lasciare, scrivendo queste pagine, è questo: non importa quanto la vita ti spezzi, non importa quante cicatrici porti dentro. Finché hai qualcuno con cui condividere il peso, finché c’è una mano che stringe la tua, finché c’è un amore che non ti lascia indietro… non sei mai davvero sola.”
Bellissima recensione ❤️ Grazie di cuore.