La casa delle orfane bianche
romanzo contemporaneo
Laurana Editore
26 gennaio 2024
cartaceo, ebook
376
Per aiutarsi reciprocamente tre donne di mezz'età decidono di ritirarsi in una casa di paese con le rispettive anziani madri, bisognose di assistenza. La convivenza, sulla carta, è un incastro: cosa c'è di meglio della rusticità dei bei tempi andati per dividere spese, pensieri, incombenze, e magari risanare quel legame intimo tra madre e figlia, di accudimento e amore, che al momento è invertito?
Ma il nido si mostra assai presto per quello che è: un covo di immaturità, risentimento, egocentrismo e disperazione che sfocia in un tragicomico delirio collettivo: la casa si rivolta contro le inquiline e il loro desiderio, soffocandole tra immondizie, un cane infido e l'odore nauseabondo di una papera guasta.
La situazione precipita quando arriva nella casa, teoricamente come badante, una suora fasulla e inferma, che si piazza in poltrona e pretende d'esser servita e riverita. Lo scompiglio che ne segue getta le protagoniste nello sconforto totale finché, come in ogni dramma che si rispetti, esse saranno costrette a smascherarsi, e a dichiararsi orfane bianche.
“Ci si può offrire per chi ti ha amato, cresciuto – ha detto sì per te: è una restituzione” – da “La casa delle orfane bianche” di Fiammetta Palpati, edito Laurana Editore.
Tre donne di mezz’età si ritrovano ad accudire le loro anziane madri. Desiderose di riappropriarsi della loro vita, decidono di vivere tutte insieme, aiutandosi reciprocamente. Si trasferiscono nella casa, sulle colline umbre, di una di loro e si organizzano attraverso la suddivisione delle varie incombenze, stabilendo dei turni. Quando le cose si complicano, decidono di assumere una badante. Essa sarà una suora piena di acciacchi, che diventerà la quarta assistita. La situazione degenererà sino a che le tre donne arriveranno alla resa, rievocando il passato, ammettendo di essere orfane bianche.
“Le orfane sono eroine di una tragedia. Desiderare vendetta nei confronti di chi ci ha generati è un abominio. Uno stigma. Esse devono perdonare il loro aguzzino. Tenerlo in vita. Non meritano il nostro scherno”
Natalia, Germana e Lucia sono tre donne di mezza età che si trasferiscono nella casa di Natalia in collina per poter gestire le loro anziane madri, in una sorta di assistenza condivisa. Sono certe che la loro cooperazione funzionerà e permetterà loro di risparmiare un bel po’ di soldi e avere più tempo per se stesse.
Hanno molte cose in comune. Una è quella di essere figlie di donne mentalmente instabili, questo ben prima che si ammalassero di demenza senile.
Natalia è figlia di Pina. Pina è una donna dalla corporatura secca e dalle manie persecutorie. È convinta che qualcuno possa avvelenarla, perciò nasconde il cibo. Lo consuma il giorno dopo, ossia quando è già stato assunto da altri e può esser sicura che non sia avariato. Natalia lavora come restauratrice e ha un laboratorio all’interno della casa. È piuttosto sbrigativa, pragmatica e schietta. Vorrebbe cambiare lavoro. Esercitare una professione che le consenta di uscire di casa. Spera di riuscirci grazie alla “cooperativa assistenziale”, ideata con le amiche.
“Ma esse covavano, allo stesso tempo, e segretamente, anche il medesimo desiderio di figlie: essere felici, salvare le madri. Far loro un dono” – La casa delle orfane bianche
Lucia è figlia di Felicita. Felicita è frivola, mentalmente labile a causa della demenza e assai poco entusiasta della nuova sistemazione. Purtroppo, non possono più permettersi la casa di riposo della quale, comunque, l’anziana signora si lamentava. Lucia è insegnante, ha un carattere spigoloso, tendente al pessimismo e alla diffidenza. Dentro di sé arde ancora il desiderio di costruirsi una vita propria e cova diversi rimpianti, ripensando al passato.
Germana è la figlia di Adele. Adele è una donna apparentemente tranquilla, una di quelle che “dove le metti, stanno”, non pronuncia una sola parola se non il nome della sorella “Armida”, di tanto in tanto. Germana aveva un impiego parastatale dalla quale si è congedata per dedicarsi alla madre. È sposata, ma suo marito ha acconsentito di buon grado al suo trasferimento con le amiche e le loro madri sui colli umbri, nella casa di Natalia. Hanno subito un gravissimo lutto. Adamo, il loro unico figlio, si è suicidato. Aveva gli stessi problemi mentali della nonna Adele, altro fattore che grava come un macigno sul rapporto tra Germana e sua madre.
“Si può dimenticare ciò che non ha un nome?”
Le tre donne, dopo l’iniziale entusiasmo, incontrano diverse difficoltà nella gestione della loro piccola cooperativa assistenziale. Quando decidono di assumere una badante, si presenta a loro suor Modestina.
Chi è suor Modestina? È veramente una suora? È talmente dimessa, sporca e trasandata, da apparire poco credibile, sia come religiosa che come badante. La donna, infatti, accusa diversi problemi di salute e diventa per loro un ulteriore onere. Eppure, la trovano di gradevole compagnia. Ha una certa saggezza e sembra comprendere ciò che loro non vorrebbero mai ammettere.
“Il perdono è nell’incontro. Uno fa un passo: chiede perdono. L’altro fa un passo: dà il perdono, Un dono più grande”
La struttura di “La casa delle orfane bianche” è molto originale, è una sorta di impianto teatrale. Un narratore esterno presenta agli spettatori, in questo caso lettori, la vicenda divisa in due atti. Tra un atto e l’altro offre “un intervallo galante, nel foyer”. Anche l’ambientazione potrebbe prestarsi ad una commedia teatrale poiché si svolge nello spazio ristretto della casa in cui i personaggi si ritrovano a vivere. Mai oltre.
Il linguaggio è accessibile, molto curato e con uno stile forbito, la cui raffinatezza si scontra con la prosaicità delle situazioni descritte. Esse non sono altro che una pennellata di crudo realismo, in una situazione che le protagoniste avevano inizialmente idealizzato. La leggibilità può apparire difficoltosa a causa di paragrafi lunghi, caratterizzati da numerosi periodi. Questo rallenta il ritmo di lettura.
Il tema è interessante e affrontato con originalità. Tre figlie, che si ritrovano ad accudire le loro madri in un periodo della vita dove i ruoli di invertono. Esse sono divorate dal senso di colpa che ha origini nel loro passato, poiché sono nate da donne mentalmente instabili che non hanno mai permesso loro di esser veramente figlie. A sciogliere i nodi della vicenda è la figura della suora o presunta tale. Una figura misteriosa, la cui identità rimane un mistero.
“Chiedere perdono è, dunque, è volersi incontrare per riconoscere il male – riconoscimento, non pentimento”
Una lettura molto originale, a tratti ironica, ma, nel profondo, estremamente tragica. Una bella scrittura indubbiamente, anche se non proprio scorrevole, ma comunque interessante. Un modo originale, dal finale sorprendente, per rappresentare una sorta di dramma. L’autrice è molto abile nel alleggerire i toni, usando un humor sottile e intelligente, velando la trama di mistero attraverso un’enigmatica figura dalla dubbia identità.
“La casa delle orfane bianche” è, tuttavia, un racconto che fa riflettere sulla complessità di certi rapporti e sulla decadenza quale evento del processo naturale della vita, seppur in questo racconto esasperata. L’ultimo atto concede respiro alla storia grazie ad un epilogo del tutto impreveduto.
Vi piacciono le storie che approfondiscono i rapporti famigliari?
4 stelle ⭐⭐⭐⭐✰
