“La campagna e la città” si presenta come un libro di poesia che lavora sulla soglia, su quello spazio instabile in cui l’identità si forma e si mette alla prova.
Fin dalla sinossi emerge una tensione chiara e ben governata: da un lato la campagna, luogo originario, non idealizzato ma custodiale; dall’altro la città, non solo scenario ma vero e proprio dispositivo di sguardo, capace di educare al disincanto senza spegnerlo del tutto.
Il merito principale dell’opera sembra stare proprio in questo equilibrio: i versi non cedono né alla nostalgia facile né alla condanna retorica della metropoli.
La terra delle origini non è rifugio, ma deposito di memoria; la città non è solo ruggine, ma palestra critica.
In mezzo, la voce poetica scava, interroga, consuma e si lascia consumare dal tempo, mostrando una consapevolezza rara del suo passaggio e dei residui che lascia dietro di sé.
“Sulle pareti dei centri commerciali sugli alberi, sulle case, nelle vetrine, sui balconi, lettere di led, file di luci multicolori, irradiano auguri artificiali. Ma il nostro cuore di quante luci, di quali luminarie è illuminato?”
Il linguaggio si muove tra luce e asfalto con una misura controllata, capace di accostare l’intimità al dato sociale senza forzature. La “ruggine sociale” evocata non è grido, ma traccia: qualcosa che corrode lentamente, che resta sulle superfici e nelle coscienze.
È una poesia che smaschera più che denunciare, che preferisce il gesto del togliere a quello dell’accumulare.
Particolarmente efficace è il richiamo finale a ciò che resta essenziale quando il rumore svanisce. Qui il libro sembra trovare la sua postura etica: non una fuga dal mondo, ma un ascolto più attento, una forma di resistenza gentile e tenace. La campagna e la città appare così come un cammino poetico maturo, capace di tenere insieme paesaggio e interiorità, memoria e disincanto, senza mai perdere il senso del limite che è poi il luogo più autentico della poesia contemporanea.
Voto: 4 stelle