Libri,  Narrativa

Recensione: Il tenore in bicicletta di Massimo Piccaluga

Il tenore in bicicletta Book Cover Il tenore in bicicletta
Massimo Piccaluga
Narrativa
IoScrittore
20 settembre 2018
kindle, cartaceo
232

Nella Milano del primo Novecento, si svolgono le peripezie di un trovatello dallo strano nome, Lucevàn, così musicale e insolito. Egli ignora di essere nato dalla fuggevole avventura tra un famosissimo cantante lirico e una servetta d’albergo, così come il suo azzimato papà ignora l’esistenza di quel figlio al quale tuttavia ha trasmesso un dono singolare, un impulso irrefrenabile a cantare, a eseguire brani operistici e melodie sconosciute che gli si accendono dentro all’improvviso. Forse è la magia dell’arte, forse è l’amore di quella madre, morta appena sedicenne, che non lo ha visto crescere ma che gli fa visita nei sogni. Dapprima adottato da una coppia di mezzadri del Lodigiano, Lucevàn a dieci anni scappa di casa per sfuggire ai maltrattamenti dei fratellastri. Si ritroverà quindi in un vortice di eventi che lo trasporteranno nell’alta società milanese e nei peggiori bassifondi, tra aristocratici melomani, ricche signore annoiate, ladri e donne di malaffare. Sullo sfondo degli anni convulsi di un’Italia travolta prima dalla guerra e poi dal fascismo, il giovane protagonista attraverserà con la sua inseparabile bicicletta sofferenze, dolori e speranze, portando sempre con sé la gioia del suo canto che sgorga dal cuore, puro e istintivo come l’amore e la ricerca della felicità.

 

Il reparto ostetrico era tutto uno strillare di neonati. Neonati sani e robusti, neonati gracili e malati, neonati rachitici coi segni di una denutrizione atavica stampati in faccia. Neonati che avrebbero vissuto fino a ottant’anni e neonati che sarebbero morti di lì a poche ore o a pochi minuti. Levatrici e lavoranti chiamavano tutto quel gran piangere Il valzer della vita.

RECENSIONE

Le premesse per una buona lettura c’erano tutte: una copertina dalla grafica azzeccata, con sottilissimi richiami alle “cartoline di propaganda” che venivano distribuite negli anni della Prima Guerra Mondiale, e con uno sfondo appena accennato che fa quindi concentrare lo sguardo sul personaggio principale, questo Tenore un po’ Chiep and Chic, che meglio di così non poteva essere rappresentato; una trama sofisticata e al tempo stesso leggiadra, che stuzzica e incuriosisce; un autore sicuramente non alle prime armi. E niente, assolutamente niente di questo racconto delude le aspettative.

“Anche Lucevàn per sbarcare il lunario si improvvisò aiuto ciaparàtt. Il suo datore di lavoro era un uomo grasso, elegante, con la catenella d’oro che gli spuntava dal panciotto. Esibiva sempre un’aria di superiorità che mal si addiceva al suo mestiere. “Questo è un lavoro altamente sociale, incoraggiato anche dal Comune”, diceva  spesso alla sua squadretta di quattro morti di fame tra i quali era capitato anche Lucevà, “E dunque dovete andare in giro sempre a testa alta, fieri di voi, dicendo: Sì, sono un ciaparàtt e me ne vanto!”

La cruda realtà di vita di una nostra Italia dei primi del ‘900 viene subito mostrata al lettore, e il coinvolgimento è immediato. Ogni luogo, personaggio ed evento che va a formare la storia viene descritto in maniera sublime, tanto che sembra di leggere i colori di quei luoghi, avvertire l’odore dell’aria di quegli anni, i suoni di quella vita di campagna e di quella modernità che vi si contrapponeva, i rumori lontani di una guerra crudele;  sembra di toccare con mano sia le abitudini degli abitanti dei quartieri poveri che i tessuti degli abiti delle signore e degli arredamenti dei palazzi dei ricchi. Il tutto è valorizzato da dialoghi in piccola parte anche in dialetto, che ti fanno sentire milanese anche se milanese non lo sei mai stato e, dulcis in fundo, le note e le parole della lirica che il cuore di Lucevàn sparge in ogni dove e che rendono l’insieme una grande opera sotto tutti gli aspetti.

“Livia Lorandi iniziò il giro delle presentazioni. In quella sala c’erano più panciotti di seta con catenelle d’oro pendenti dal taschino, c’erano più cravatte a farfalla scozzesi o color zabaione, c’erano più giacche di velluto dai rever larghi, che gocce di cristallo ai grandi lampadari. Sottane lunghe coprivano i piedi delle signore, oppure mise corte, frangiate. Corpetti senza maniche, arricchiti da cinture molto basse per dare risalto ai fianchi delle più giovani. E poi collane di perle, collane di giada, a due, tre, quattro fili; catene d’oro e di platino. Chiome fluenti e tagli corti, boccoli infiorati e semplici caschetti, alcuni esaltati da lunghe piume colorate e da nastrini. Guance femminili dall’incarnato etereo, per richiamare un fine effetto porcellana, visi impreziositi da labbra rosso fuoco, a cuoricino. Per essere il suo ingresso nel bel mondo ne stava vedendo davvero tante di stranezze, di allusioni, di ambiguità. In quel salone si tenevano tranquillamente a braccetto voglia di trasgressione e noia, attitudine al vizio e ipocrisia.” 

“È proprio vero, pensava. La vita è tanto sorprendente che conviene viverla con la leggerezza che lei stessa ci indica.”

Il finale ovviamente, merita come minimo un’ovazione; non mi resta che chiudere il… sipario e darvi un consiglio: via via che l’autore presenta i vari brani interpretati da Lucevàn, armatevi di cuffie e ascoltateli; io l’ho fatto (…anche se qui devo ammettere che l’idea geniale è nata dalla mia ignoranza nel settore…) e il risultato è stato quello di vivere un’esperienza davvero coinvolgente, totale e incredibilmente appagante!

AUTORE

Massimo Piccaluga, nato a Milano, è giornalista professionista. Ha lavorato e collaborato con diversi quotidiani (tra cui il GiornaleLa Vocela RepubblicaCorriere della Sera) e con altrettanti periodici che spesso è stato chiamato a tenere a battesimo (CrimenTurismo d’affariQui Sicilia). Nel 2015 ha pubblicato il romanzo Anyway (ExCogita Editore), mentre nel 2017 la raccolta di racconti brevi Cose che non si fanno (Akea Edizioni).

Lettrice oserei dire compulsiva, attraverso i libri riesco a vivere miriadi di vite diverse! Passo volentieri da un thriller ad un romanzo, da un fantascientifico ad uno storico, da un distopico ad uno psicologico, scartando solamente il genere horror, che proprio non è indicato per il mio animo sensibile. Grazie ad un casuale incontro su Instagram, ho potuto avere l’onore di entrare nel gruppo de La bottega dei libri, attraverso cui sto realizzando un mio sogno di sempre: lavorare nel mondo dei book blogger.

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