Il sacco di Ashley
Saggio
Iperborea
2 settembre 2026
cartaceo e-book
408
Sud degli Stati Uniti. Rose, una donna in schiavitù, scopre che la figlia Ashley, di nove anni, verrà venduta. Dovranno dirsi addio. Come potrà proteggerla da un mondo che la vede solo come uno strumento, o peggio? Come potrà starle vicino quando all’orizzonte non c’è altro che abbandono? Prende un sacco di cotone e lo riempie con un vestito sbrindellato, qualche noce pecan, una ciocca dei suoi capelli. Infine, come esprimendo un desiderio, o compiendo un rituale magico, vi sussurra dentro tutto il suo amore. Il kit di sopravvivenza è pronto e madre e figlia si separano per sempre. Ma il sacco rimane: Ashley lo porta con sé negli anni dello schiavismo e della Guerra civile americana e alla fine lo lascia alla nipote, Ruth, che nel 1921, a Philadelphia, vi ricama la storia della famiglia. Dopo un lungo periodo in mostra allo Smithsonian, oggi è tornato in South Carolina: da lì, a Charleston, città di sfarzose ville e prigioni, è iniziata la sua vicenda rimasta a lungo sconosciuta. Miles l’ha svelata facendo anni di ricerche tra i documenti dello schiavismo, sterminati e disumani elenchi di persone e cose, ma anche ben oltre: nella storia materiale, tra le testimonianze di chi c’era, nella letteratura contemporanea. E così la vita di tre donne, lacerata dal lutto e ricucita da un gesto visionario di «speranza radicale», diventa il racconto di secoli di storia americana e centinaia di migliaia di persone schiavizzate.
“Attraverso il suo ricamo, Ruth fece sì che l’audacia di quelle donne sminuite venisse ricordata e accolta come un’eredità preziosa” da “Il sacco di Ashley” di Tiya Miles
“Il sacco di Ashley” di Tiya Miles (Iperborea editore) racconta, attraverso un dono di amore immenso, la vita dei neri americani durante e dopo la schiavitù.
La storia di tre generazioni di donne (Rose, Ashley e Ruth) dal quale prende via questo interessante saggio, inizia nel 1850. Siamo nei pressi di Charleston (Carolina del Sud) dove scorre il fiume Ashley. Probabilmente la figlia di Rose deve il suo nome proprio al fiume. In genere i nomi delle schiave nere si rifacevano al cristianesimo ed erano i padroni che li imponevano, vi furono pochissime Ashley.
Dopo la morte del vecchio padrone, accade proprio ciò che Rose temeva di più, ovvero la cessione da parte degli eredi della propria bambina di soli nove anni. Quella povera madre può solo preparare un sacco “della sopravvivenza e del ricordo” per la sua Ashley. È il simbolo del suo grande amore e della sua presenza spirituale accanto alla piccola negli anni a venire. Esso contiene alcuni semi, delle noci Pecan, un abito, una ciocca dei suoi capelli ed un ricamo che racconta la loro storia. Il sacco sopravviverà anche a loro tramandandosi alle generazioni future, arrivando infine ad esser custodito in un museo.
“Imprimere il proprio nome su un oggetto materiale assicurava una forma di immortalità”
Ho letto un’intervista molto interessante all’autrice la quale afferma che il suo è anche un romanzo d’amore. Non ha torto. È proprio l’amore che ha ispirato questo libro, un amore straziante e reale. Dovete sapere che il suddetto sacco fu un ritrovo del tutto casuale risalente il 2007 in un mercatino delle pulci. In seguito, la piantagione storica di Middleton Place (Middleton è il cognome di Ruth, la nipote di Ashley) lo prestò ad un museo che lo espose affinché potesse diventare simbolo di forza, resilienza e amore materno passando alla Storia. L’autrice non poteva conoscere la reale vicenda delle tre donne poiché non esisteva alcuno scritto da parte di nessuna di loro. Riuscì, attraverso un’attentissima ricerca tra gli archivi (la cui documentazione era scarsa), e la lettura di testi scritti da altre donne nelle loro condizioni, a farle rivivere e rimanere nella memoria collettiva.
Non si è limitata a questo. Ha visitato le vecchie piantagioni di Charleston aperte ai turisti riuscendo a ricostruire perfettamente l’ambientazione del periodo (1850 – 1920). Il suo non è un romanzo con tre protagoniste la cui storia viene romanzata. È molto di più. Esse rappresentano tutte le donne schiave di quel tempo e quelle sopravvissute al periodo dopo l’abolizione, un periodo fu tutt’altro che facile.
“Le donne erano esposte alle aggressioni sessuali dei bianche sia nelle case dei datori di lavoro sia in casa propria, mentre i membri del KKK e di altri gruppi di vigilanti cercavano di spargere il terrore con intimidazioni e maltrattamenti”
Il linguaggio dell’autrice è di semplice comprensione ma molto dettagliato, preciso nel raccontare il contesto storico culturale e l’ambientazione. L’inospitalità degli alloggi, le estreme condizioni di povertà e sottomissione degli schiavi e l’orrore delle violenze. Le vittime erano spesso le donne, abusate più volte e frustrate di fronte a un diniego. La loro resilienza consisteva nell’amore, era così grande da avvolgere anche i figli della violenza. I “padri” di questi bambini sempre più numerosi nelle piantagioni, potevano abusare delle loro stesse figlie o venderle senza nessuno scrupolo. L’autrice ne racconta le storie attraverso una narrazione coinvolgente che strazia e nello stesso tempo ci tiene attaccati alle pagine del suo libro.
Non racconta solo vicende di separazione e violenza, ma anche di grande forza e coraggio. Uno degli aneddoti riguarda la famiglia di sua nonna. I suoi bisnonni possedevano una fattoria, lavoravano e in casa non mancava nulla. Purtroppo un gruppo di uomini bianchi si prese tutta la loro proprietà con la violenza e una delle sorelle di sua nonna fu così pronta di riflessi e arguta di mente, da riuscire a nascondere una mucca. Si salvarono proprio grazie ad essa. Fu questa prozia a cucire una trapunta che poté poi tramandare. Purtroppo le persecuzioni, i pregiudizi raziali e l’odio andarono avanti, ben oltre l’abolizione della schiavitù.
“Siamo noi le antenate delle nostre discendenti. Siano noi a fare le loro generazioni”
L’autrice, dopo averci regalato momenti di forte commozione, ci invita a riflettere sul fatto che noi siamo le ave delle generazioni future, sull’importanza del racconto orale oltre che delle documentazioni scritte. Ma soprattutto, attraverso la forza di Rose, ci dimostra che anche nei momenti peggiori si riesce a trovare la forza per rialzarsi e fare del nostro meglio.
Avete anche voi un oggetto o qualcosa che vi parli dei vostri antenati?