Il rintocco: sceneggiatura teatrale
Opera teatrale
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16 dicembre 2024
Cartaceo
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Il rintocco di Angelo Rizzo è un'opera doppia, con più sfaccettature. Tocca temi filosofici, ma è anche un dramma teatrale in pochi atti, con tanti simbolismi. L'autore non solo la pensa per essere letta, ma anche per essere portata in scena. I protagonisti, Aldo e Bruno, tessono le trame di una ragnatela invisibile incentrata sull'attesa di un rintocco.
Il rintocco: sceneggiatura teatrale” di Ing. Angelo Rizzo inizia e finisce con la stessa scena: un luogo desolato, quasi un deserto, con un cielo senza nuvole.
Bruno: Erano tempi più semplici.
Aldo: O eravamo noi più semplici. Ma sai una cosa? anche allora, aspettare aveva un senso. Eravamo insieme, e bastava quello.
Bruno: (Pensieroso) Forse è questo il segreto: non aspettare mai da soli.
Il tempo dell’attesa è sempre attesa?
Aldo e Bruno sono due uomini, uno più anziano, l’altro più giovane, che aspettano “il rintocco”. Nell’attesa senza tempo e senza fine, i due discorrono e si interrogano su varie tematiche esistenziali e filosofiche, in un teatro dell’Assurdo dove il tempo è il vero protagonista. 
Al centro del palco, un orologio rotto, impolverato, appoggiato a un tronco, fra uno sgabello e un altro tronco.
È lui il vero protagonista, strumento potente, figlio del tempo. Predomina tutto il palcoscenico, e la prima domanda che il lettore-spettatore si pone è: “Da quanto tempo è lì, se è impolverato?”.
Angelo Rizzo è un bravo scrittore, sa come muovere i personaggi, ben caratterizzati, che sembrano non evolvere nel corso della storia, ma l’evoluzione c’è, è impercettibile, ed è portata dal vento, che è un amico fedele per tutta la storia. L’autore ci trasporta sul palco, ci rende anime in cerca di una risposta, con una maestria evidente, visto le sue conoscenze letterarie e filosofiche. I dialoghi, coerenti, ci mostrano due personalità ben definite, con pensieri contrapposti ma che trovano un punto d’incontro.
Un cerchio non ha inizio né fine, scrive Angelo Rizzo: quindi, l’attesa può avere fine?
Fra Sartre, Camus e Hiddeggar, Angelo Rizzo mostra un’opera ricca di esistenzialismo, trovato negli oggetti, come un pettine rotto, una lampadina, una valigetta, un martello. Le cose rotte possono rappresentare l’accettazione dell’imperfetto, il tempo passato, la resistenza dei due uomini di attendere. Dalla prima pagina, ho pensato subito al quadro di Salvador Dalì, La persistenza della memoria, anche se qui gli orologi non sono molli, ma rotti.
Elemento importante è il vento, metafora di una forza invisibile, che Aldo e Bruno sentono ma non vedono, importante perché ricorda loro la natura effimera dell’essere umano.
In questo piccolo libro, è racchiuso un tesoro di sapere, sfruttato bene dall’autore, che non solo coinvolge il lettore con le sue parole, ma non contento, vuole che il lettore – spettatore approfondisca, attraverso precisazioni, spunti di dibattito, suggerimenti, e perfino esercizi che può svolgere, e interrogarsi sull’attesa che è il perno principale dell’opera teatrale.
Infondo, aveva ragione Carmelo Bene che diceva: “Il teatro è nell’atto, cioè nell’immediato, in quello che un filosofo chiamò l’immediato svanire, la presenza e al tempo stesso, assenza”. Unica pecca: le immagini volutamente scure, ma che avrei preferito con un maggior gioco di luce/ombra.

Giovanna Iammucci nasce a Torino ma si trasferisce fin da piccola a Olevano S/T, in provincia di Salerno. La passione per la scrittura la porta a pubblicare diversi romanzi, e a collaborare con diverse case editrici. Inoltre ha conseguito due attestati come correttore di bozze e spesso scrive articoli su commissione, facendo anche il ghostwriter. Gattara, pagana e amante dell’arte, spesso si diletta con il teatro amatoriale.