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Recensione: “Il più grande criminale è stato amico mio” di Aurelio Picca, Bompiani

Il più grande criminale è stato amico mio Book Cover Il più grande criminale è stato amico mio
Aurelio Picca
Narrativa
Bompiani
luglio 2020
cartaceo, ebook
249

Dalle finestre di una pensione sul lago Albano, Alfredo Braschi guarda l’acqua che colma l’antico cratere vulcanico e stringe una Beretta calibro 6,35 che, insieme alla pistola con cui i suoi antenati ammazzavano i tori, è tutto ciò che gli rimane. Alfredo ha conosciuto la dolcezza di un amore assoluto, l’amicizia, il tradimento, e ora non ha più nulla se non il coraggio per uccidere o morire. A sua volta “sull’orlo di un cratere” popolato di tutte le giovinezze vissute, Aurelio Picca compie in questo romanzo un’operazione letteraria coraggiosa quanto il suo protagonista: lascia emergere dal passato la figura di Laudovino De Sanctis, ferocissimo criminale romano, e la sceglie come specchio attraverso cui condurre la narrazione ai suoi esiti più estremi. Con sette omicidi, quattro sequestri di persona, undici condanne definitive, due rocambolesche fughe dal carcere, Laudovino detto Lallo Lo Zoppo ha fatto tremare Roma fin dagli anni sessanta, ma nessuno finora aveva raccontato la sua storia.

Nemmeno ventenne, Alfredo Braschi incontra Laudovino, ne rimane folgorato, è testimone del fascino e dell’orrore. Ma adesso che è solo, circondato dalle ombre, ricordare la fatale amicizia con Lallo è per Alfredo un modo per fare i conti con se stesso, senza pretendere sconti. In testa ha una sola traccia: la Ninnananna che sua figlia Monique cantava da bambina. Monique, come la figlia di Lallo. Monique, che ha subìto una violenza da vendicare...

Con una scrittura capace di addentrarsi nel buio del male grazie all’innocenza radicale da cui scaturisce, Aurelio Picca fa risuonare le parole dei carnefici e il pianto delle vittime in un profondo silenzio, e scrive un romanzo doloroso e ardente.

Nella testa di Alfredo Braschi, si ripete come un mantra primordiale l’imperativo di uccidere. O meglio, di vendicare. Sua figlia Monique, vittima di uno stupro ignobile è la grande assente del romanzo, ma allo stesso tempo è (dovrebbe essere) il carburante dell’intera vicenda letteraria.

“Sarebbe bello tirare fuori i ferri e sparare al mondo. Ammazzare o morire. E mentre uno aspetta di ammazzare o morire sente la vita che riprende a vorticare nelle vene”

 

Il protagonista Alfredo, divorziato e solo, nel suo hotel vista lago Albano, vive ricordando; perché nulla ha più sapore ora che la giovinezza è sfiorita, via insieme a sua figlia. Il sesso, gli amici, le auto, i pranzi non sono altro che vaneggiamenti insulsi e sterili di un passato glorioso.

Nel suo ieri c’è Laudovino De Sanctis, ferocissimo  criminale romano poco chiacchierato al giorno d’oggi, ma temutissimo a Roma dagli anni Sessanta fino alla sentenza definitiva del 2014. Alfredo, passeggiando nelle terre dei Castelli Romani traccia una oculata (almeno topograficamente) mappa dei ricordi a partire dal primo singolare incontro con il boss mafioso che passò alla cronaca come Lallo “lo Zoppo” per essersi fratturato una gamba durante un’evasione dal carcere di Regina Coeli. Per altri era “la Belva“. Per Alfredo era come un padre. Insomma, il fascino della malavita si era abbattuto su Alfredo, eppure il giovane ventenne riuscì a non venirne sopraffatto e a ritrovarsi ora libero di ricordare e raccontare la grandezza della carriera malavitosa di Lallo: sette omicidi, quattro sequestri di persona, undici condanne definitive, due rocambolesche fughe dal carcere.

L’autore, Aurelio Picca, decide di riportare gli atti giudiziari, ancorando così la narrazione ai fatti reali; dalla rapina della piazza capitolina Caprettari al sequestro non riuscito del re del caffè Palombini, il che racchiude il grande potenziale del romanzo. Al di là della cronaca, la narrazione si articola intorno a tre elementi ricorrenti e distintivi: la pistola nella cintura di Alfredo sempre pronta a sparare, che ricorda la penna dello scrittore pronta a fare i conti con la vita; la Ninna nanna di sua figlia che ossessiona la coscienza di Alfredo chiamandolo a compiere la vendetta; infine, il lago Albano, quello «sputo nero», cratere di giovinezze perdute, che è il perno spaziale del regno fittizio di Alfredo e quello reale di Lallo e dello stesso autore.

Per il resto, il nulla, narrativamente e stilisticamente parlando. Lo definirei il romanzo delle intenzioni. Coraggiosa la voglia dell’autore di raccontarsi  (molti aspetti di Alfredo sono autobiografici) specchiandosi nella ferocia e determinazione di un criminale “cattivo” che prima di tutto è uomo; e lodevole la volontà di inventare una storia che si intrecciasse alle vicende criminose e processuali realmente accadute finora rimaste inedite. Ma non funziona.

Il tono della scrittura è borioso a livelli artificiosi; la sfera della sessualità non è nuda e cruda ma rozza e triviale; l’intreccio narrativo è grossolano e per nulla lineare e la fedeltà di quanto documentato, del tutto ignota. Peccato. Peccato non aver letto altro di Aurelio Picca, per apprezzarne la poeticità dello stile. Peccato che spunti interessanti, come il legame tra ragazzini e mafia, non sia stato approfondito. Peccato che la caratterizzazione dei personaggi sia stata superficiale e banale. Peccato che i due piani narrativi non si amalgamino piacevolmente ma si susseguono random. Peccato che il finale non abbia fatto il botto come sperava il lettore, e magari l’autore stesso. Così forse avrei apprezzato. Ma, purtroppo, non è andata così.

È un romanzo che guarda a tempi in cui la criminalità non era ancora imprenditoriale né compromessa dalla politica, ma quello sguardo non si evolve, rimane nel bozzolo. Un romanzo di dubbio stile, che più che uccidere, è morto sul nascere. Peccato, di potenziale ce n’era molto.

 

L’autore

AURELIO PICCA scrittore e poeta, ha pubblicato con Rizzoli Bellissima (1999), L’esame di maturità (2001), Sacrocuore (2003), Via Volta della morte (2006)  Se la fortuna è nostra (2011), Addio (2012) e Un giorno di Gioia (2014). Con il romanzo Tuttestelle, uscito per la prima volta nel 1998, ha vinto il premio Moravia, il superpremio Grinzane Cavour ed è stato finalista al premio Viareggio.

Amo la lettura praticamente da sempre, amo i suoni che produce, le storie che crea e le emozioni che evoca. Non posso fare a meno di scrivere che è il mio pane quotidiano e adoro correre. Non faccio maratone ma mi deletto con lo squash e nel tempo libero sforno crostate. Che altro dire? La Bottega dei libri è una delle cose belle capitate negli ultimi tempi.

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