Il lupo di Skopje
romanzo contemporaneo
Astoria
settembre 2022
cartaceo
224
Clémence è un’intenditrice d’arte che vive un’esistenza agiata e monotona assieme al compagno Davide. Ciononostante, ci sono voragini profonde dentro di lei. Per scacciare i demoni che la tormentano, fa lunghe passeggiate.
Un giorno, camminando, vede un ragazzo gettarsi da un viadotto. D’istinto si butta nel fiume per salvarlo. Da questo incontro nasce un rapporto difficile, controverso. Jan è attraente e disperato, sembra solo al mondo; Clémence è divisa tra un sentimento materno e qualcosa di più indefinito e profondo. Quel che Clémence non sa è che sulle mani di Jan, quelle mani così fini, così delicate, che le ricordano quelle di un dipinto, c’è del sangue.
Jan porta con sé una storia segreta, una storia non detta.
Una storia che inizia anni prima della sua nascita, in Macedonia, col battesimo di una bambina non voluta, Magdalena. Un battesimo compiuto nel tentativo di proteggerla dal peccato dell’abbandono. Ma quel peccato non si cancella con un semplice segno. E la bambina cresce, senza crescere davvero, cercando negli occhi di chiunque qualcosa che la porti lontano dall’orlo del baratro.
Seppure proviamo in tutti i modi a distogliere l’attenzione dall’abisso che è dentro di noi, l’abisso è sempre lì. E in quelle profondità non conta altro: è lì che le anime di Clémence, Jan e Magda s’incontrano, è nell’abisso che le loro storie s’intrecciano.
Un romanzo di formazione dal ritmo serrato, che si dipana grazie a un magistrale uso dei dialoghi. Una storia di violenza, d’abbandono, ma anche e soprattutto una storia d’amore, l’amore di chi, dall’altro, dal mondo, non distoglie lo sguardo
“Là, in alto, sul viadotto, un ragazzo aveva scavalcato la ringhiera. Adesso era in piedi sul parapetto e fissava le acque sotto di sé. Dio mio, si butterà, pensò Clemence. Si guardò intorno, ma non c’era nessuno e, quando aprì la bocca per gridare, il ragazzo saltò”. L’incipit di “Il lupo di Skopje” è mozzafiato, da brividi. Clemence non ci pensa due volte a buttarsi in quelle acque per salvare il giovane. A fatica, con affanno, riesce a portare a riva quel corpo tremante, un ragazzo che respira a malapena, ma che è vivo, grazie a lei.
“Era giovane. Aveva un viso che sembrava disegnato da Caravaggio o da Leonardo, un viso da putto, labbra gonfie, occhi chiari dalle ciglia nere, lunghe”
La donna non esita a caricarlo sulla sua auto e a portarlo a casa sua. Clemence è affascinata e attratta da quel ragazzo che risponde a monosillabi, in un italiano stentato e incerto, dal corpo ferito, ma anche dalla mente fragile. Ed è quella fragilità ad attrarla, perché l’ha provata anche lei, la sente ancora, il filo della pazzia sempre presente nella sua mente. Ma lei non è mai stata tanto disperata o forse tanto coraggiosa da tentare questo gesto estremo.
La vita di Jan, il diciassettenne macedone salvato da Clemence, si lega, da quel momento, a quello della donna e di suo marito Davide. La storia è narrata dal punto di vista di tre personaggi: Clemence, donna fragile, che vive un matrimonio quasi spento, come spenta è anche la sua passione per la pittura. Ma l’arrivo di Jan le fa tornare la voglia di ricominciare a dipingere, dopo anni, e le fa anche ricordare perché si è innamorata di Davide.
Seguiamo i passi di Yassi, giovanissima ragazza a cui la vita dà prove troppo grandi da sopportare, da Skopje, in Macedonia, all’Italia. Lei che ama, viene ferita, delusa, abbandonata, distrutta, più e più volte. La terza voce è quella di Jan, bambino che cresce solo, in Macedonia, e che arriva in Italia ancora piccolo, con la forza della disperazione. Il ragazzino, non ancora tredicenne, deve lottare contro i colpi tremendi della vita, contro i suoi demoni interiori. Ha solamente il desiderio di essere amato e ritrovare sua madre.
La narrazione di “Il lupo di Skopje” è elegante, raffinata, coinvolgente. La scrittura di Annick Emdin è splendida: le scene sono descritte con pennellate di colore che le rendono opere d’arte. I colori virano dal nero della disperazione al grigio dello sconforto, dal rosso cupo del sangue alle tinte brillanti che portano speranza e accoglienza, alle tinte pastello di un fiore tra le sterpaglie che parla d’amore.
“Il lupo di Skopje” una storia di abbandono, di violenza, di dolore, di rabbia, di fragilità, ma anche di grande sentimento.
Un coltello, un libro di poesie e un crocifisso sono eredità, dono, ricordo, protezione, simboli e oggetti che accompagnano il cammino di Jan. Gli stessi oggetti sono emblema anche del romanzo, che è fatto di rabbia e violenza, ma anche dono d’amore, solidarietà e conforto. Annick Emdin mi aveva già conquistata con “Io sono del mio amato” e con “ I lupi di Skopje” ha dato prova di talento incredibile: una scrittura incantevole, capace di donare scene che restano nel cuore come le opere dei grandi artisti che ha usato per descrivere volti, corpi, sensazioni e emozioni.
Imperdibile, delicato e tormentato, struggente e commovente.
“Ho una croce sul cuore perché il Signore mi protegga. La colomba dello Spirito Santo. Ho un orologio sul pettorale per ricordarmi il tempo che passa. A volte me lo dimentico. Ho un tribale sul fianco che occupa anche parte del torace e una rosa sull’altro fianco. Ho una data tatuata in numeri romani sul braccio sinistro. E ho un lupo sulla schiena, in alto. Il lupo sono io. Ho un pezzo di una poesia tatuato sulla schiena. È la mia poesia preferita.
Le nostre mani erano
piene di lucciole
in un sordo silenzio
quando improvvisamente arrivò
il segno sconosciuto della notte.”
(Il brano che Jan ha tatuato sul corpo è tratto dalla poesia “Cercando la lucciola” di Mateja Matevski)

Salve, sono Giusy e sono un’appassionata lettrice da quando ero una bambina. Mi piace leggere praticamente di tutto, dai classici, ai romanzi d’amore, ma amo soprattutto la narrativa contemporanea. Adoro i manga giapponesi e scrivo racconti.