"Il figlio ostinato"
Narrativa contemporanea
Edizioni Piemme
21 ottobre, 2025
Cartaceo, ebook
272
Salento, 1892. Specchia è un borgo di pietra friabile e inconsapevole, bloccato sul suo arrocco collinare sin dall'anno mille. Poco prima di raggiungere la maggiore età, Aniello Visconti decide di scappare per inseguire il sogno di diventare musicista. Suo padre Alfredo, direttore d'orchestra, vuole che smetta di suonare e si dedichi a un lavoro più sicuro. Teme che possa risvegliarsi quella che per lui è una segreta maledizione di famiglia. Così Aniello, che possiede un talento che non vuole tacere, s'imbarca a Bari e raggiunge Napoli, determinato a frequentare il prestigioso conservatorio della città. Il suo destino incrocia e inchioda quello di uomini illustri nel campo della musica, ma soprattutto, nel tempo, quello di tre donne. La moglie, la compagna, la figlia: tre amori diversi, tre diverse dosi dello stesso veleno. Anni dopo, Aniello torna a Specchia come maestro di musica, ma lo spirito di un secolo breve e violento raggiunge anche l'entroterra pugliese: la guerra e l'ascesa del fascismo destabilizzano la sua famiglia, già calamitata da dubbi, litigi, contrasti. Aniello vede nello specchio il fantasma di Alfredo: un uomo che non ha mai capito né tollerato, che pure ha sempre guardato con grandissima attenzione, come sempre si fa, alla fine, con i padri. Elisabetta Liguori è la voce di un Salento che ancora non è stato raccontato. Il figlio ostinato è un romanzo che intreccia le vite di due generazioni, la passione per la musica popolare e le leggende di una terra segnata dal desiderio, dalla superstizione e dalla malelingua, splendida e terribile a un tempo.
“Il figlio ostinato” è il nuovo, emozionante romanzo familiare di Elisabetta Liguori, edito da Piemme.
Questa storia comincia nel 1883 a Specchia, “un borgo di pietra friabile e inconsapevole, bloccato sul suo arrocco collinare sin dall’anno Mille.”
Aniello aveva otto anni ed era figlio di Alfredo Visconti, direttore musicale della banda del paese, formata da musicisti mediocri e incapaci.
Solo sforzi, strazio e frustrazioni per Alfredo, tanto che prese una decisione irrevocabile:
“La musica non poteva diventare il marchio di famiglia, una sciagura condivisa e infinita, Alfredo doveva restare l’unico, il solo, e il perché del suo dolore e della sua fatica doveva rimanere segreto. La musica doveva finire con lui. Quel figlio suo, l’amatissimo, piccolo agnello del sacrificio, avrebbe avuto ben altro destino.”
Sfortuna volle che Aniello avesse orecchio per la musica e che gli piacesse, anche senza capirla. Nemmeno comprendeva perché suo padre pensasse che la musica potesse arrecare solo disgrazie.
Don Alfonso, per assicurarsi che il figlio non imparasse a suonare alcuno strumento, teneva chiusa a chiave la stanza del pianoforte perché, in quella casa, tutti dovevano dimenticarsi della musica.
Spesso i desideri dei padri non corrispondono alle realizzazioni personali dei figli. Fu così che “alle 14:50 del 25 luglio 1891”, passeggiando per le vie del paese, don Alfonso udì una celestiale interpretazione al pianoforte provenire dall’abitazione dei Barbieri.
Ma chi mai, a Specchia, sapeva suonare l’Intermezzo del Mascagni alla perfezione?
Alfredo non riuscì a trattenere le lacrime per l’emozione. Doveva entrare in quella casa per scoprire chi fosse quel prodigioso musicista.
“Era Aniello Visconti. Il figlio, l’unico maschio, al quale il padre aveva categoricamente vietato di avvicinarsi alla musica (…) il figlio al quale aveva impedito di studiare storia della musica, solfeggio e composizione; il figlio al quale non aveva consentito neppure di desiderarla, la musica.”
Il ragazzo fu costretto a fare un giuramento a suo padre: non avrebbe mai più suonato. Ma perché questo divieto categorico da parte di un musicista?
“Il perché è un segreto che mi porto nella tomba.”
Elisabetta Liguori riesce a suscitare nel lettore diverse emozioni. La prima è lo sconcerto per la richiesta, forse assurda e dai toni grotteschi, da parte di un padre che pensa di fare il bene del figlio, senza spiegargli le motivazioni della sua proibizione.
Ma, come recita il titolo, Aniello era un “figlio ostinato”. Decise, quindi, di recarsi a Bari, studiare musica, e vivere la vita che suo padre non gli permetteva di vivere.
Certo, la predisposizione c’era, ma non sapeva esattamente cosa volesse dire ‘fare musica’. Per imparare, occorreva seguire un percorso.
“Aniello voleva fare musica come un fabbro impara a scaldare il metallo. Toccare, ascoltare, battere il chiodo. Mettere mano. Toccare i tasti, quelli bianchi e quelli neri.”
Il giovane Visconti rappresenta la determinazione, la tenacia. Colui che crede talmente tanto nel proprio sogno da cercare di perseguirlo in tutti i modi possibili.
Questo personaggio può essere paragonato ad una scintilla, una di quelle che fanno scoppiare un incendio.
Diventato un maestro di musica, Aniello insegnò anche ai bambini meno abbienti, quelli che non potevano permettersi di pagare le sue lezioni, ma quelli che si commuovevano quando lo sentivano suonare.
L’autrice ci presenta, in sessantanove anni di storia, dal 1883 al 1952, un caleidoscopio di personaggi, oltre che di emozioni.
Tra tutti, il mio preferito è Ada Barbieri, la moglie di Aniello. Il loro fu un matrimonio solitario, senza invitati. O meglio, l’unica invitata era la musica.
”Quel giorno santo Aniello non fece altro che suonare, suonare e suonare, mentre Ada ballava.”
Quel marito che non le aveva mai raccontato cos’era accaduto tra lui e il padre e i motivi che lo spinsero ad andare a vivere lontano da Specchia.
“Sentiva che Aniello aveva paura di non essere all’altezza del suo stesso talento, di non farcela, che qualcosa o qualcuno gli impedisse di arrivare dove voleva arrivare, che il suo valore non venisse riconosciuto. E quella paura era il suo combustibile.”
Le dinamiche familiari fatte di silenzi e incomprensioni tra padre e figli sembrano ripetersi con Agostino e Adelina.
I fratelli, diventati adulti, iniziarono a porsi delle domande sul perché i parenti del padre non partecipassero mai a nessuna cerimonia.
“Sono le storie avvelenate della mia famiglia.”
Con il trascorrere degli anni, Elisabetta ci mostra le innovazioni della società, specchio dei cambiamenti nella mentalità della gente.
L’autrice non ha utilizzato il dialetto pugliese, fatta eccezione per alcune espressioni. Tuttavia è riuscita a dare al suo stile un’armonia che ricorda la musicalità di quella lingua e che cala il lettore nella storia e nel tempo narrato. Inoltre, la scrittura di Elisabetta richiama la figura retorica dell’onomatopea, che la rende davvero originale.
Un romanzo familiare che riesce a scuotere i sentimenti più profondi.
Ringrazio la CE, Edizioni Piemme, per la gradita copia cartacea.
(5 stelle)

Mi chiamo Alessia. Sono un’insegnante di matematica e inglese. Vivo in provincia di Pavia. Adoro leggere (soprattutto gialli), fare yoga e cucinare.