Saggio

RECENSIONE: “I dimenticati di Mussolini” di Giuseppina Mellace, Newton Compton

I dimenticati di Mussolini Book Cover I dimenticati di Mussolini
I volti della storia
Giuseppina Mellace
Saggio
Newton Compton
28 marzo 2019
ebook e cartaceo
384

“…si trovavano sospesi come in un limbo dai contorni sempre più infernali”

 

“I dimenticati di Mussolini” è un saggio storico-politico di Giuseppina Mellace, edito da Newton Compton nel 2019. L’autrice, professoressa di Storia e appassionata di teatro, si interessa di fatti di storia contemporanea poco raccontati e su cui generalmente si tende a dare poca importanza. Nel 2017, ha vinto un premio al concorso internazionale ‘Il Convivio’, per la categoria ‘Saggistica storica”, con ‘L’oro del Duce’; già nel 2014 aveva primeggiato, nello stesso concorso, con ‘Una grande tragedia dimenticata: la vera storia delle foibe”. Il suo acume, unitamente alla curiosità di indagare il nostro background storico e rivelarlo, non è mancato neanche nel libro, oggi oggetto di recensione.

L’insieme delle testimonianze raccolte e recuperate dall’autrice, rendono il libro una sorta di documentario che ripercorre gli episodi tragici degli anni 1943-1945, con particolare riguardo alle vicende aventi come protagonisti gli IMI (gli Internati Militari Italiani), di cui Quinto, uno dei personaggi-testimoni dei fatti alla cui storia sono dedicate diverse pagine, viene scelto a mo’ di rappresentante.

Il saggio non tralascia alcun aspetto relativo ai fatti narrati, da quello politico a quello militare, giuridico, sociale e culturale; prospettiva che, a mio parere, costituisce il punto forte dell’opera.

Ma chi sono gli IMI?

La storia si è da sempre poco soffermata su questi militari italiani che, dopo aver combattuto al fianco del Duce (e quindi di Hitler), a seguito dell’armistizio dell’8 settembre con cui l’Italia si allea con gli inglesi e gli americani nella lotta al nazismo e alla Germania, furono considerati dai tedeschi ‘traditori del regime’ per aver scelto di non continuare a combattere dalla loro parte. È forse stato il forte sdegno suscitato dal comportamento dell’Italia, che acconsentì implicitamente che propri concittadini venissero internati in Germania e sottoposti alle più dure fatiche, a voler cancellare la memoria di tali episodi. Ma la Mellaci non si unisce al coro: accompagna il lettore nei meandri di questa storia e ne affronta ogni aspetto.

I primi capitoli del saggio sono dedicati alla narrazione dei fatti precedenti all’armistizio, dove una maldestra Italia contratta con le Potenze anglo-americane, cercando il modo di ottenere vantaggi sia da parte degli Alleati che della Germania. E così l’inconsapevolezza dei soldati italiani a servizio dei tedeschi, tenuti all’oscuro di quanto stava accadendo per evitare reazioni improvvise da parte di questi; la fuga del re Vittorio Emanuele III e del maresciallo Badoglio; la reazione della Germania; la scelta dei soldati italiani di non proseguire nella battaglia al fianco dei tedeschi; la loro ‘prigionia’, il loro calvario (perché “non vi è clemenza per traditori”); fanno comprendere al lettore il contesto politico in cui si ci trova.

Ma l’autrice vuole di più per i suoi lettori, soprattutto per quelli meno esperti delle vicende narrate. Dopo il contesto politico, l’attenzione si sposta sullo status giuridico degli IMI, inizialmente considerati prigionieri di guerra e solo dopo inquadrati come Internati al fine di non dare applicazione alla Convenzione di Ginevra che tutela i primi (nonostante questo escamotage tedesco, le violazioni del diritto internazionale ci furono e in modo continuo, come l’autrice sottolinea a più riprese). Ma neanche lo status di Internati è sufficiente per punire cotali ‘traditori’: per evitare interventi da parte della Croce Rossa Internazionale, gli IMI diventano ‘liberi lavoratori’, supportati (solo in apparenza) dalla sola Repubblica di Salò.

 

“La zona fu violentemente bombardata per tre giorni dagli inglesi e, nel frattempo, mentre gli italiani cercavano di raggiungere le città, i militari del Reich facevano proseliti invitandoli a lavare l’onta del tradimento, mantenere fede al giuramento d’alleanza”

 

Nei capitoli a seguire, l’autrice ripercorre da vicino i luoghi dell’orrore, i cui destinatari – nel caso di specie – furono i nostri stessi concittadini (un capitolo è dedicato anche ai campi in cui le forze degli Alleati detenevano i seguaci del fascismo a seguito dell’armistizio). La disamina non si limita ai territori tedeschi, ma a tutti quelli in cui la presenza nazista si imponeva. E così l’autrice ci porta con sé per raccontare, per illustrare e per aprire gli occhi del lettore su quanto accadde in Grecia, in Africa, in Italia, in Germania, in Albania – dove elemento costante è la violenza perpetrata e subita. La sensibilità del lettore diventa quasi l’obiettivo dell’autrice, che non si limita a descrivere in linee generali le condizioni vigenti in quei luoghi, ma le ripete ogni volta (la cornice entro cui i tedeschi operavano era la stessa a prescindere dal luogo in cui venivano stanziati gli Internati).

Una sezione del saggio è dedicata ai campi di concentramento (su cui l’autrice premette una classificazione da manuale, spiegando al lettore le differenze sussistenti tra questi e quelli di sterminio, o ancora classificando i campi di smistamento, di transito, di punizione, di assistenza sanitaria, di punizione). La vita nei campi veri e propri viene descritta in ogni suo aspetto: quello classico, ormai noto, della violenza, della crudeltà, della fame, della morte (e le testimonianze riportate dalla Mellace lo raffigurano appieno); e quello – lo chiamerei – ‘linfatico’, che generalmente è messo in secondo piano da chi racconta di questi episodi, ma che in realtà, l’autrice dimostra essere altrettanto fondamentale e fondativo della nuova cultura italiana che si stava formando. In ogni internato vi era una linfa vitale che mai è venuta meno: si pensi ad esempio al desiderio di conoscere cosa accadeva nel mondo esterno, a tal punto da escogitare il modo di avere una radio clandestina, “Caterina”, a cui poi si aggiunse “Mimma”; ma anche di far conoscere cosa gli internati subivano tra quelle mura con reportage, foto, poi divulgate.

Dunque, da una parte si passano in rassegna i diversi campi su cui l’autrice si è documentata, siti su suolo tedesco, polacco, italiano; dall’altra si ci sofferma su quanto continuava ad essere caro agli Internati in questi campi, come la fede (sono riportate nel libro diverse testimonianze di cappellani militari che hanno operato in quei luoghi).

L’ideologia del NO

Un altro aspetto che ho apprezzato del saggio è stata l’attenzione che la Mellace ha posto sul significato morale alla base del NO dei militari italiani: la scelta del “no” rappresenta la vera rottura con il mondo precedente, con il passato, con il fascismo; simbolo inoltre di dignità e di rispetto della propria persona, di lotta alle condizioni in cui i tedeschi li facevano vivere; una presa di coscienza dell’inganno nel quale erano caduti, fidandosi ciecamente di Mussolini e convinti di essere quasi degli eroi come tanta propaganda aveva fatto credere.

Il “no” al servizio di Hitler rappresentò la simbolica caduta del fascismo, nonostante la nascita della Repubblica Socialista Italiana a Salò, ovvero la richiesta di leve per la formazione del nuovo esercito fascista o addirittura di volontari per dare supporto e aiuto ai militari italiani in Germania e agevolarne il ritorno in patria. Ebbene, nonostante tutto questo, il “no” degli internati fu ribadito più volte.

E per concretizzare quanto esposto fin dai primi capitoli, quasi a conclusione del saggio, la Mellace introduce al lettore l’esperienza di Quinto, il ventenne soldato che è chiamato qui a rappresentare tutti i suoi compagni, che come lui, rifiutarono di continuare a schierarsi al fianco dei tedeschi dopo l’armistizio e che furono la prova tangibile di quello che i tedeschi avevano già pronosticato come tradimento italiano verso la Germania nazista (Kesselring parlò a riguardo de “il più infame dei tradimenti”).

Un piccolo accenno è fatto anche a cosa resta oggi di questi luoghi della memoria; termina il tutto l’Appendice, in cui sono inseriti i più importanti documenti ufficiali e le testimonianze (tra cui una dello stesso Quinto) che hanno caratterizzato gli ultimi anni della guerra.

Per concludere…

La struttura del libro risponde a intenti ben evidenti dell’autrice: raccontare, conoscere, svelare.

Raccontare il susseguirsi di eventi che caratterizzarono l’ultimo biennio del secondo conflitto mondiale;

Conoscere e far conoscere aspetti su cui si ci è poco esposti, e ne è la prova il fatto che gli internati italiani non furono considerati fautori della Resistenza, nonostante avessero vissuto in prima persona la Resistenza italiana, al pari anche dei partigiani, seppur non sul piano offensivo ma difensivo (il loro “no” al regime è stato manifestato e difeso con la propria vita);

Svelare i misteri che si celano dietro i fatti storici, o quantomeno evidenziarli.

L’insieme delle fonti e della bibliografia di riferimento, accuratamente segnalata dall’autrice, consente al lettore di ottenere una conoscenza provata e ufficiale (per quanto in questo contesto si possa parlare di ufficialità date le linee d’ombra che continuano a sfumare le vicende in esame) di quegli anni di guerra.

La critica serrata della Mellace è rivolta all’atteggiamento dell’Italia nell’aver voluto “dimenticare” questi uomini, come lei afferma “non capendo o non volendo capire la scelta dolorosa, difficile e drammatica del NO”. Eppure la memoria ha un ruolo importante: essere nuova linfa per le generazioni future (si, credo che “linfa” sia proprio la chiave di lettura con cui approcciarsi al saggio). Voltare pagina non è sempre la migliore delle soluzioni, soprattutto quando ad essere voltate, insieme alle pagine, sono le vite di uomini che hanno lottato per la propria stessa vita e per la dignità del proprio Paese. Gli internati erano stati militari al servizio di Mussolini (e quindi di Hitler), ubbidendo agli ordini dello Stato, e continuando a farlo a seguito dell’armistizio italiano. Non dovevano più servire la Germania; e nel rispetto proprio di quello Stato da cui non ebbero il dovuto sostegno, subirono le più crudeli sevizie, giungendo la maggior parte delle volte alla morte.

Eppure occorre fare i conti con il passato e non dimenticare tutto ciò. Questo l’obiettivo dell’autrice, a mio parere in gran parte riuscito. Il saggio diventa un utile strumento di conoscenza di fatti poco noti della Seconda Guerra Mondiale. Credo, tuttavia, manchi un consistente aspetto critico, forse dovuto ad una scelta dell’autrice di limitarsi al racconto dei fatti così come emerso dalle fonti su cui il lavoro si è basato.

Lo stile è chiaro, la sintassi semplice e lineare; i concetti talvolta riportati in modo ripetitivo.

 

 

Mi sento, comunque, di consigliare la lettura di questo saggio sia ai conoscitori della storia del nazi-fascismo, dato il buon apparato bibliografico usato dall’autrice, che ai meno esperti dell’argomento, data la chiarezza e la linearità espositiva che contraddistingue l’opera. Se il fine è sensibilizzare verso argomenti-mistero della nostra storia, sembra che Giuseppina Mellace lo abbia raggiunto.

Leggere mi stimola e mi riempie. L'ho sempre fatto, fin da piccola. Prediligo i classici, i romanzi storici, quelli ambientati in altre epoche e culture. Spero di riuscire a condividere con voi almeno parte dell'impatto che ha su di me tutto questo magico universo.

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